“Eccoci qui l’11 luglio 1995 nella serba Srebrenica, nella vigilia di una grande festa serba regaliamo al popolo serbo questa città. È giunto il tempo della vendetta sui turchi”.
Sono le parole che il generale Ratko Mladić dell’esercito della Republika Srpska (VRS) rivolge alla videocamera della TV della Republika Srpska quando entra trionfante in una Srebrenica ormai deserta. Parole che appaiono deliranti ma che in quel torrido luglio suonano terrificanti e chiarissime per i bosniaci-musulmani che hanno cercato protezione presso la caserma dell’Onu.
La guerra era iniziata il 6 aprile 1992 quando la Bosnia-Erzegovina, una delle sei repubbliche della Jugoslavia socialista, era stata riconosciuta indipendente a livello internazionale. Eppure già il 9 gennaio precedente il presidente del Partito democratico serbo (Sds), Radovan Karadžić aveva proclamato la Republika Srpska di Bosnia. Un nuovo Stato-Nazione che avrebbe dovuto riunire tutti i serbi in un territorio omogeneo dal punto di vista nazionale. Nel contesto della Bosnia-Erzegovina tale progetto non poteva che essere realizzato attraverso una brutale “pulizia etnica”. La RS non improvvisa e, dopo aver creato il nuovo esercito della Republika srpska (VRS), ereditando armamenti e personale dall’Armata popolare jugoslava (JNA), ratifica i “Sei obiettivi del popolo serbo”. Qui al punto 3 si indica la valle della Drina dove si trova Srebrenica al confine con la Serbia. L’area è nevralgica per creare continuità territoriale all’interno della RS e con la vicina Serbia.
Già nell’aprile del 1992 il governo di Sarajevo mette a capo della difesa territoriale Naser Orić. In poco tempo egli riesce a prendere il controllo di un’ampia area attorno a Srebrenica ma completamente isolata dai territori controllati da Sarajevo. Nel corso di questi primi mesi la violenza provoca migliaia di vittime civili, soprattutto tra i bosniaci-musulmani, ma non mancano le vittime serbe. Il 9 gennaio 1993, ad esempio, le forze di Orić entrano a Kravica dove la popolazione serba sta festeggiando il Natale ortodosso e massacrano 50 civili. Con l’avanzata delle forze serbo-bosniache le popolazioni cercano rifugio nella vicina Srebrenica che dai 4.000 abitanti di prima della guerra cresce fino ad ospitare 40.000 individui.
A marzo 1993 il generale Philippe Morillon visita l’enclave di Srebrenica per tranquillizzare la popolazione. Qui però fa una dichiarazione inaspettata: “Non ho sentito odore di morte”. Un tacito sostegno a chi sta assediando la città. Durante la sua seconda visita il generale Morillon viene bloccato da una folla di donne che chiedono la protezione dell’Onu. Dopo un vano tentativo di vile fuga, il generale promette la protezione da parte dell’ONU. Il 18 aprile 1993 l’Onu approva quindi la Risoluzione n. 819 con la quale la dichiara ufficialmente area sotto protezione internazionale. L’arrivo di 150 Caschi blu canadesi di stanza a Potočari fa ben sperare la popolazione che è però costretta a consegnare tutte le armi possedute. Nonostante il sospiro di sollievo, la vita nell’enclave resta difficilissima, stenti, fame e noia sono interrotti da saltuari bombardamenti nemici che bloccano e rapinano i convogli umanitari. La situazione prosegue fino al 1995 quando la guerra volge al termine. Nel 1995 tutti sono consapevoli che si deve semplificare la mappa etnica della Bosnia se si vuole terminare il conflitto. La Comunità internazionale che aveva fin dal principio adottato la chiave etnico-nazionale sposando di fatto il progetto dei nazionalisti aveva sempre proposto una spartizione territoriale. L’ultima mappa proposta dagli Stati uniti prevede che il 49% del territorio rimanga in mano alla RS e il restante alla nuova Federazione croato-musulmana. Le enclave orientali interrompono però la continuità territoriale rendendo difficile una sistemazione definitiva. Tutti ne sono consapevoli, persino il governo di Sarajevo che a sorpresa richiama Naser Orić dalla difesa della città.
A questo punto tutto si svolge in pochissimi giorni.
Il 6 luglio 1995 il generale Mladić dà ordine di avanzare verso Srebrenica. Il colonnello Thomas Karremans dell’Onu chiede ripetutamente rinforzi. Nel primo pomeriggio dell’11 luglio compaiono due F-16 nei cieli di Srebrenica che sganciano solo due bombe prima di tornare alla base. È il messaggio definitivo per Mladić: nessuno sarebbe intervenuto per fermarlo. Anche la popolazione lo capisce e fugge verso la base Onu chiedendo la sua protezione in nome della Risoluzione 819. Nel frattempo circa 12.000 uomini si incamminano verso i territori controllati dall’ArmijaBiH. Solo la metà di loro raggiungerà salva Tuzla, mentre gli altri saranno intercettati e uccisi.
Alle ore 17, Mladic entra a Srebrenica e annuncia al mondo le sue intenzioni di vendetta. La sera dell’11 luglio 1995, convoca Karremans e alcuni rappresentanti dei bosniaci-musulmani. La scena, ripresa ancora una volta dalla TV è agghiacciante: offre grappa ai rappresentanti civili terrorizzati e ad un altrettanto terrorizzato colonnello Karremans. Mladić non negozia, ordina e pretende la resa incondizionata e la consegna di tutti gli uomini tra i 17 e i 70 anni da parte dei Caschi blu. Garantisce l’evacuazione di tutte le donne e bambini con i propri autobus, ma vuole che l’ONU fornisca il carburante. Nessuno controbatte, Karremans acconsente. Tutti sono costretti a brindare alla sua vittoria assoluta e al massacro che si sta per consumare.
Tra il 13 e il 17 luglio oltre 8.000 uomini tra i 13 e i 75 anni vengono trucidati nelle zone limitrofe. Tra i primi posti scelti per le esecuzioni il villaggio di Kravica, dove nel 1993 si era consumato il massacro del Natale ortodosso. Uccidere un tale numero di individui necessita di un’organizzazione che non può permettersi di incepparsi: servono plotoni fidati, ma anche un certo ricambio perché uccidere stanca, operai con le ruspe per scavare le fosse e autisti e autobus per spostare i prigionieri. Non è un’esplosione cieca di violenza, ma un genocidio pianificato.
A partire dal settembre 1995 fino ai primi mesi del 1996, le forze serbo-bosniache riaprono le fosse, disperdono i corpi e successivamente eliminano tutti i documenti compromettenti. È la seconda fase del genocidio, quella dell’occultamento che prelude al negazionismo sbandierato ancora oggi dalle autorità della RS e della Serbia.
Un genocidio orribile che ci racconta della perdita di razionalità e umanità grazie ad una martellante propaganda, dei meccanismi gerarchici della catena di comando, ma anche di un’ampia zona grigia e di società che si fanno tentare e obnubilare dal negazionismo. Un genocidio che ci deve far riflettere sulla sconfitta vergognosa della Comunità internazionale e dell’ONU incapaci di proteggere la pace e la popolazione civile, vittima sacrificale delle guerre inaugurate negli anni novanta.
Simone Malavolti
Per saperne di più
Pubblicazioni:
Ivica Djikic, Metodo Sbrebrenica, BEE (saggio)
Marco Magini, Come fossi solo, Giunti, 2014 (romanzo)
Emir Suljagic, Cartolina dalla fossa. Diario di Srebrenica, Beit (testimonianza)
Podcast:
Srebrenica – Il genocidio dimenticato, di Roberta Biagiarelli e Paolo Rumiz, con la consulenza storica di Simone Malavolti, 2025
Film:
Quo vadis, Aida?, di Jasmila Žbanić, 2020
I diari di mio padre, di Ado Hasanović, documentario, 2024
