Resistenza, territorio e lotte ambientali ne Gli uomini pesce di Wu Ming 1, giovedì 6 novembre h 17 presentazione del libro alla presenza dell’autore
“C’è un famoso vassoio dipinto ad acquerello da Ernesto Rossi dove si vede uno scontro tra Eolo e Poseidone al largo di Ventotene? Nella tal testimonianza si legge: glielo ispirò Squarzanti”
Un vassoio che esiste davvero, ed è un pezzo di arte e di storia, uno dei tanti, conservato nel nostro Istituto fiorentino. È un primo filo che unisce l’ISRT all’ultimo romanzo di Wu Ming 1, ma non è certo la sola ragione per la quale abbiamo scelto di organizzare una presentazione.
Si lamenta spesso la diminuzione delle ore di storia nelle scuole superiori dopo le ultime riforme, in particolare al biennio. La verità è che quella riforma, che ha trasformato la storia in ‘geostoria’, ha avuto l’effetto non tanto di diminuire le ore di storia, ma di far sparire un’altra disciplina: la geografia, accorpata e subordinata di fatto allo studio della storia. A oggi, in nessuna scuola superiore si adottano libri di geografia, che è stata confinata in alcune schede, o alcuni capitoli, all’interno dei volumi di storia, e che di fatto non si studia più, come se si potesse permettere la comprensione reale degli eventi senza la conoscenza dei territori in cui si svolgono e che quegli eventi non solo li ospitano, ma che contribuiscono a forgiarli, che li caratterizzano, territori che, ogni storica/o, ogni archivista lo sa bene, sono protagonisti attivi di ogni movimento della storia.
Non si separa il tempo dallo spazio, esiste semmai lo spaziotempo a regolare l’universo, come ci spiega la teoria della relatività.
E così non si può separare la geografia di Ventotene dall’esperienza del confino, come ci dice il vassoio di Rossi con la raffigurazione di Eolo e Poseidone, e non si può certo separare la Resistenza dai luoghi in cui si è formata e articolata, in cui si è data forme organizzative, pratiche, strategie necessariamente adattate ai territori, alle montagne, alle valli, ai centri urbani.
Ogni partigiano è un geografo, recita il titolo che Wu Ming 1 ha proposto per questo incontro con l’ISRT, ogni partigiano ha stretto un’alleanza, un patto di conoscenza e sopravvivenza col territorio in cui ha operato. Lo ha fatto anche Ilario Nevi, l’ex partigiano che il suo patto l’ha stretto con le ‘valli’ del Delta del Po, e lo ha onorato negli anni del dopoguerra, con documentari, battaglie ambientali, lotta per proteggere un ambiente che le bonifiche e i prosciugamenti hanno snaturato e impoverito, lo hanno reso fragile e sovraesposto al cambiamento climatico.
L’importanza dei territori, della loro conoscenza, della relazione fra uomo e territorio è la precondizione, l’assioma di fondo, la legge di gravitazione fondamentale che consente al romanzo di sviluppare una macchina narrativa complessa, che si dirama continuamente in bracci, canali, rivoli. Abbiamo detto di Ilario e della sua relazione col Delta, nata durante la Resistenza, la trama principale del romanzo, però, si ambienta nel 2022 al momento in cui Ilario muore in seguito a un’ondata di calore di quell’estate di siccità estrema. Ilario, un personaggio conosciuto, perché regista, documentarista, intellettuale, attivista, non porta nella tomba un segreto incredibilmente nascosto durante tutta la sua lunga vita. Un segreto che sconvolge la famiglia e in particolare la nipote, Antonia, la protagonista. Antonia i territori li conosce o crede di conoscerli, perché è una geografa, ma la morte di Ilario e la verità che emerge la porta a dover smontare pezzo pezzo, per poi ricostruire, non solo la sua memoria, ma la sua relazione col territorio.
Il rapporto tra uomo e natura risulta pertanto al centro di un’opera in cui il territorio, il Delta è a tutti gli effetti protagonista. Questa relazione si declina in una pluralità di aspetti, situazioni, storie che attraversano tanto lo spazio geografico delle province di Ravenna e di Rovigo, quanto il tempo dalla Resistenza al presente.
Il Delta appare come un territorio traumatizzato: dalla miopia di decenni di intervento umano dissennato e dagli eventi estremi del clima che cambia. Gli uomini pesce è infatti anche un romanzo che mette a tema un rimosso, un vuoto che la letteratura ha iniziato a colmare solo negli ultimissimi anni: quello del cambiamento climatico, un fenomeno complesso negli ordini di cause e in quelli delle conseguenze, che si intreccia con la giustizia sociale locale e globale, con l’economia e il modello di sviluppo capitalistico, con le scelte politiche, con forme vecchie e nuove di colonialismo, con le migrazioni e, oggi non possiamo non dirlo, con le guerre. Questa complessità, questa pluralità di livelli, di temi, di tempi, di agenti, di nessi lanciano una sfida alla letteratura, e mi sembra interessante notare che la risposta, la forma che la letteratura, dopo anni di silenzio, sta trovando, in questo caso, e in modo diverso e ancora più complesso, nel recente Diluvio di Stephen Markley, è quella del cosiddetto romanzo-mondo, del romanzo che, in risposta alla multifattorialità dei fenomeni che intende narrare, adatta la sua forma e si ramifica in una moltitudine di storie, di punti di vista, di personaggi, di accadimenti, di epoche.
E se il cambiamento climatico è stato un rimosso, nella stanza della letteratura di questi anni c’è un elefante ancora più grande a cui Gli uomini pesce sceglie di dare voce: è il trauma pandemico, ancora così vivo da produrre un atteggiamento enormemente diffuso di rifiuto, di fuga, di volontà esplicita di non ricordare.
Gli uomini pesce è un romanzo che non ha paura: di affrontare i traumi e i rimossi, di guardare negli occhi questo nostro presente rintracciandone con cura le radici passate, di tracciare, nell’epoca della frammentazione e dell’isolamento, una storia collettiva, anche per il futuro possibile.
Francesca Di Marco
Scarica la locandina
