Il giornalista e romanziere Marco Ferrari racconta in un libro l’incredibile storia del partigiano Ilio Barontini, che nel 1938-40 in Etiopia organizzò la resistenza abissina all’invasione italiana, diventando il vice del Negus Hailè Selassié.
In un articolo pubblicato dal settimanale del PCI Rinascita nell’ottobre 1986 Nicola Badaloni, livornese, filosofo e storico della filosofia di orientamento marxista, commentava il volume della Storia d’Italia di Einaudi dedicato alla Toscana. A conclusione degli apprezzamenti e degli spunti critici relativi ai tanti saggi che arricchivano il libro, Badaloni indicava un’assenza tematica, con un “rilievo” che, rivolto alla rivista comunista, ha il sapore di una forte recriminazione: “Dove è andato a finire l’antifascismo militante, colle sue diversità sociali, intellettuali e morali? Dove devo collocare figure umane come quelle di Ilio Barontini o di Vittorio Bardini? Forse questa dimenticanza aiuta a capire perché nella gente semplice di Firenze, Mario Fabiani è ancora ricordato e amato, nonostante tutto ciò che di opposto alla demagogia risultava dalla sua personalità?”.
L’interrogativo circa la “scomparsa dai radar” di personalità eminenti come quelle indicate (due eroici combattenti in Italia e nel mondo per la libertà e per la democrazia, costituenti e a lungo parlamentari e dirigenti politici) si ripropone con una eco pluridecennale.
Ed è quindi grande merito di Marco Ferrari aver riportato alla luce la memoria di uno di essi, Ilio Barontini (Cecina, 28 settembre 1890 – Scandicci, 22 gennaio 1951) ritagliando dalla sua lunga e complessa biografia politica e umana (fondatore del Partito comunista d’Italia nel 1921, militante in Russia, combattente antinazista in Francia, al seguito di Mao Tse-tung nella Lunga Marcia, eroe di Guadalajara nel 1937 durante la guerra civile spagnola) un momento poco noto, il suo impegno dal 1938 al 1940 nell’organizzazione della lotta partigiana in Etiopia contro l’esercito occupante italiano al comando del generale Rodolfo Graziani. Marco Ferrari, scrittore spezzino ed ex giornalista dell’Unità, ha scritto su questo un libro edito da Laterza, “Il partigiano che divenne imperatore” (2025) ricchissimo di episodi e personaggi, applicandovi la meticolosità del ricercatore storico, la curiosità del giornalista di rango e la sensibilità inventiva del romanziere.
Ci spieghi in breve il soggetto del tuo lavoro?
In realtà i protagonisti italiani dell’avventura etiopica, chiamati a questa impegnativa “trasferta” da Giuseppe Di Vittorio, sono tre: Barontini, appunto, il goriziano Anton Ukmar (1900-1978) e lo spezzino Domenico Bruno Rolla (1908-1954), Furono soprannominati, rispettivamente, Paulus, Johannes e Petrus, i “tre apostoli”. Affrontando ogni tipo di rischio e difficoltà i tre, muniti delle credenziali di Hailé Selassié trascritte su fazzoletti di seta per sfuggire al controllo nemico, cominciarono ad operare sul campo alla fine del 1938. Mussolini aveva conquistato con l’uso dell’iprite i villaggi e le città più importanti, la ferrovia Addis Abeba-Gibuti e le principali vie di comunicazione, ma una parte considerevole del territorio era ancora in mano agli Arbegnuoc, i patrioti etiopi. Barontini cercò in ogni modo di mettere insieme i diversi ras locali e si appellò al Negus, in esilio a Londra, che lo nominò suo vice. Così, dotato dello scettro imperiale, il comunista di Livorno tenne a bada i vari ras, organizzò e addestrò un esercito di 250 mila guerriglieri resistenti, portò a termine missioni importanti e pubblicò un giornale bilingue, La voce degli Abissini, tanto da diventare una leggenda. Barontini, su cui Graziani aveva messo una taglia, riuscì infine a “sganciarsi” con i suoi compagni riparando in salvo a Khartoum, dove fu scattata l’unica foto che ritrae insieme i tre apostoli. Da qui rientrò in Europa, in Francia e poi in Italia dove partecipò alla liberazione di Bologna. Era estremamente avaro di notizie biografiche. Quando morì a Scandicci si parlò di un suo diario sui fatti dell’Etiopia ma questo non venne mai trovato.
Infatti così scrisse Giancarlo Pajetta nel volume Il ragazzo rosso: “Su quella vicenda e del fatto che là aveva trovato persino un comunista etiopico, ci disse di averne scritto nelle sue memorie. Doveva essere un racconto affascinante: dopo la sua morte cercammo il manoscritto per mezza Italia. Non lo trovammo e perciò restammo col dubbio che lo avesse scritto davvero. Si fece ogni sforzo, ma nessuna delle donne che avrebbe potuto averlo avuto in consegna – e che, essendo assai numerose, rendevano la ricerca imbarazzante e non facile – fu in grado di farcelo ritrovare”. Tuttavia un personaggio così “potente” e interessante come Ilio Barontini non sembra aver goduto, nella tradizione comunista, tutta la fortuna che forse meritava. Come mai?
Penso per il fatto che fu un comunista che contribuì a ripristinare una monarchia. E questo poteva sollevare delle perplessità. Forse ha pesato anche la storica “ritrosia” italiana a ricordare qualsiasi aspetto dell’avventura coloniale. Quando morì, nel 1951, la Federazione livornese del PCI fece uscire un numero speciale del giornale “Senza Soste” in cui erano riportati gli interventi di ricordo dei principali dirigenti politici di allora, e in nessuno di questi viene citata l’impresa in Etiopia. Ma devo dire che almeno per la mia generazione Barontini è stato il vero eroe dei due mondi, il mitico guerrigliero, il Che Guevara toscano. Ripercorrere il suo itinerario africano è stato entusiasmante ma non facile, ho cercato fonti in Italia, in Francia, in Inghilterra, presso i discendenti dei tre combattenti. Nel libro mi sono preso anche qualche licenza da romanziere, ma sempre nell’ambito del verosimile.
Dalle tue ricerche emerge la figura di un uomo assolutamente eccezionale, per carattere, inventiva, determinazione. Un combattente nato, e soprattutto, benché sempre inquadrato nelle file del Partito, un “irregolare”.
Stiamo parlando, di lui come dei suoi compagni, di “rivoluzionari di professione”, persone che mettevano i loro ideali, la loro missione e il partito a cui aderivano, anche se a volte insofferenti delle sue rigidità, al di sopra di ogni altra cosa. Al di sopra della vita privata, dei sentimenti, degli affetti, delle relazioni, della sicurezza della loro stessa vita. Erano esuli politici, senza identità, senza documenti, gettati in situazioni pericolose, in territori selvaggi di cui non conoscevano nulla, in ambienti ostili, popolati di nemici e doppiogiochisti. In giro per il mondo Barontini ha rischiato la vita mille volte, e non solo perché, tra le altre cose, costruiva le bombe che poi utilizzava, come la mitica “Giobbe”. Erano abituati a districarsi in ogni situazione, anche la più difficile e per questo Di Vittorio li aveva scelti, perché erano scaltri. La tipica, tagliente ironia livornese era la forza di Barontini, lo spirito battagliero quella di Rolla, l’astuzia nell’intelligence quella di Ukmar. Ed è per la loro scaltrezza che riescono nell’impresa. Giordano Bruschi, un partigiano centenario con cui ho parlato di recente, nome di battaglia Giotto, mi ha raccontato un episodio illuminante sul compagno livornese. In una occasione (non i Etiopia, ovviamente) Barontini lo incaricò di portare a destinazione un certo numero di bombe Giobbe e gli suggerì un trucco per sviare i sospetti dei nazisti: portare la borsa con le bombe in una mano e un paio di palloni da calcio sotto l’altro braccio. Fu un successo: in ogni occasione Giotto riuscì a eludere i controlli coinvolgendo i soldati che lo fermavano per controlli in una partitella a calcio. “Ho piazzato una ventina di bombe, però ho perso una trentina di palloni”, si è lamentato Giotto con me, dopo tanto tempo.
Al loro rientro in Italia i tre apostoli continuarono nel loro impegno antifascista e nel dopoguerra assunsero varie responsabilità politiche e istituzionali. Nel 1946 Ilio Barontini divenne deputato del PCI all’Assemblea Costituente nella circoscrizione di Pisa e Livorno e, nel 1948, fu eletto al Senato della Repubblica. Venne nominato cittadino onorario della città di Bologna, decorato dalle forze alleate con la Bronze Star Medal e dall’Unione sovietica con l’Ordine della Stella Rossa. Morì in un incidente automobilistico a Scandicci nel 1951 a 60 anni, sulla strada per Firenze dove si stava recando a portare il saluto dei comunisti livornesi alla federazione fiorentina del partito, assieme ad altri due dirigenti di valore come Otello Frangioni e Leonardo Leonardi.
Susanna Cressati
