Il movimento partigiano dell’area pratese dal 1943 al 1945

Alessandro Bicci recupera tutti i nomi di coloro che combatterono il nazifascismo e la resistenza silenziosa di suore e personale sanitario del Misericordia e Dolce

 

Un movimento eterogeneo di popolo, plurale, composto da partigiani combattenti e patrioti, militari che dopo l’8 settembre scelgono di affrancarsi dal nazifascismo, di uomini ma anche di numerose donne, tutti uniti dalla scelta di combattere per la conquista della libertà e della democrazia.  È il quadro composito che emerge dal volume Il movimento partigiano dell’area pratese dal 1943 al 1945 di cui è autore Alessandro Bicci, pubblicato nei mesi scorsi dalle Edizioni dall’Assemblea della Regione Toscana.

Il volume, curato con meticoloso ricorso agli archivi (compreso quello dell’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea), ricostruisce per la prima volta il quadro generale e ufficiale della Resistenza pratese, rivelando l’insieme dei numeri e tutti i nomi dei resistenti. Un’operazione che restituisce verità alla storia e piena dignità a coloro che ne furono protagonisti.

Le formazioni che operarono su Prato risultano composte da 519 combattenti, divisi tra 304 partigiani e 215 patrioti, così distinti sulla base dei criteri del Decreto luogotenenziale 518 del 21 agosto 1945 che separava chi aveva militato in una formazione partecipando ad azioni di guerra da chi aveva collaborato o contribuito attivamente alla lotta di liberazione.   Sicuramente si tratta di numeri inferiori alla realtà che si basano sulle domande effettivamente presentate alle commissioni istituite sul territorio   nazionale in base al sopracitato decreto.

La ricerca – come spiega l’autore – si sviluppa inoltre su due ulteriori filoni. Il primo è quello dei pratesi attivi in Toscana, in altre regioni italiane e all’estero. L’altro – di approfondimento – studia alcuni temi come la presenza femminile nelle formazioni partigiane e il ruolo del servizio sanitario attivo all’ospedale Misericordia e Dolce.

A conti fatti i pratesi, e le pratesi, che partecipano alla lotta di liberazione – stando ai dati d’archivio – sono quasi 800, con 89 caduti accertati. Sono in larga parte giovanissimi, più della metà ha meno di 24 anni.  Sono 121 i combattenti pratesi che operano in altri territori della Toscana, 48 sono attivi in altre Regioni, mentre 101 sono i militari pratesi che, dopo l’8 settembre, decidono di unirsi alla Resistenza in Jugoslavia (79), Albania (19) e Grecia (3).  Sono ben 63 i militari dell’area pratese che partecipano alle azioni della divisione partigiana Garibaldi nei Balcani, mentre altri 11 sono attivi nella Brigata Italia a Belgrado.  “Questa ricerca ci consegna e restituisce il ritratto di una generazione protagonista e attiva nella costruzione della nostra identità collettiva, un esempio da non dimenticare ma da riscoprire e mettere in pratica ancora oggi –  scrive nella presentazione del volume Angela Riviello, presidente provinciale dell’ANPI pratese – Dopo la Liberazione sappiamo che non tutti coloro che avevano partecipato alla Resistenza o che avevano dato il loro contributo si sono preoccupati  di attivare le procedure per il loro riconoscimento, questo è avvenuto  soprattutto per le donne mentre alcuni fascicoli sono andati perduti nel caos del momento. Il nostro lavoro quindi non si fermerà ma prosegue com’è doveroso che sia”.

Bicci nel suo volume restituisce il nome di tutte le 23 donne che hanno avuto un riconoscimento per l’attività prestata nelle formazioni partigiane tra la zona pratese, la Toscana e il resto d’Italia, segnalate accanto a figure iconiche come quelle di Tosca Martini e Ofelia Giugni. Un numero che si ferma alle qualifiche riconosciute – avverte lo stesso autore – certamente purtroppo inferiore alla realtà.

Accanto alla lotta civile e a quella armata il volume racconta la resistenza silenziosa che si combatte all’Ospedale Misericordia e Dolce, in parte dislocato – nel gennaio 1944 – alla Villa di Galceto a Bagnolo di Montemurlo. Il nosocomio è un punto di riferimento per la comunità nei giorni difficili della guerra e dei bombardamenti, resta sempre attivo e operoso sotto la guida del direttore sanitario Sante Pisani e del chirurgo primario, Aurelio Angeli. Instancabile il lavoro delle suore del Cottolengo, circa una trentina, che riescono ad assicurare a tutti il vettovagliamento quotidiano. Grazie all’opera della religiosa Maria Stroppiana, per tutti suor Maria Piccina, e alla collaborazione dell’infermiere Emilio Ferri e dei medici Leo Mittler, Romeo Aniello, Rosario Livatino e Giulio Nencini, nell’estate 1944 vengono messi in salvo un centinaio di giovani che così sfuggono ai nazifascisti e 44 partigiani internati alla Fortezza.  Per tutti viene attestata una finta e grave malattia che poi consente la successiva fuga.

“La ricerca è ancora in divenire – avverte Alessandro Bicci nelle sue conclusioni – Certo la lotta di liberazione dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista fu alla fine vincente, non solo grazie al sostegno militare delle forze alleate, ma soprattutto al determinante appoggio di frange sempre più crescenti dell’intera società civile”.

 

Caterina Fanfani

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