Noi Partigiani: «Le voci dal futuro di chi rischiò la vita per la libertà»

Un Memoriale affidato al web raccoglie mille video-testimonianze di chi fece una scelta di campo antifascista: dai combattenti ai resistenti civili. Intervista a Laura Gnocchi, ideatrice e curatrice assieme a Gad Lerner del progetto di Anpi

Noi Partigiani. Memoriale della Resistenza Italiana è il racconto in prima persona di quanti fecero una scelta di campo antifascista nell’Italia tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945. É un portale online, articolato anche sui social, che solo ad oggi raccoglie circa mille video-interviste. Resterà per sempre nel web a disposizione di quanti, oggi e soprattutto in futuro, vorranno ascoltare le voci della Resistenza. É un progetto di Anpi ideato e curato dai giornalisti Gad Lerner e Laura Gnocchi.

Abbiamo intervistato Laura Gnocchi, giornalista della carta stampata e televisiva.

 

Laura Gnocchi, ‘Noi Partigiani’ raccoglie le voci non solo dei combattenti ma anche dei resistenti civili. Come scegliete le persone da intervistare?

«Io e Gad Lerner, con cui collaboro da molti anni, abbiamo proposto a Anpi: intervistiamo tutti i partigiani e le partigiane rimaste. Essendo dei velleitari, abbiamo detto ‘tutti’. E da lì abbiamo cominciato nel 2019, però con un criterio giornalistico, attivista, non storico, vale a dire indipendentemente dal ruolo che gli intervistati hanno avuto nella Resistenza. Il criterio che ci siamo dati, e che abbiamo condiviso con Anpi, è stato: se hai rischiato anche una sola volta la vita per la libertà, lascia la tua testimonianza. Siamo un po’ lontani dal concetto del ‘patentino’ di partigiano, quello documentato nel sito ‘Partigiani d’Italia’, sito importantissimo, dove sono raccolte tutte le schede rilasciate dalle apposite commissioni a partire dal dopoguerra. Lì, per essere riconosciuto partigiano, dovevi rispondere a certi criteri come l’appartenenza a una formazione. E le donne spesso non ci rientravano perché avevano fatto tutto un altro lavoro, più nascosto, più di supporto.

 

Come si cercano testimoni diretti di fatti avvenuti 80 anni fa?

«Abbiamo cominciato a cercare in tutta Italia. Abbiamo coinvolto uomini e donne di buona volontà, perché tutte le interviste sono state fatte da volontari, che fossero amici o giornalisti o volontari Anpi. Abbiamo anche scritto un libro che si chiama sempre ‘Noi Partigiani’, che raccoglie 50 di queste interviste. Poi ne abbiamo fatti altri due per ragazzi, “Noi i ragazzi della libertà” e “Dimmi cos’è il fascismo”. Inoltre dal Memoriale è nata una trasmissione per Rai3 “La scelta” e, per l’ottantesimo, il Teatro Nazionale di Genova ha messo in scena lo spettacolo “D’oro. Il sesto senso partigiano». Adesso sul sito ci sono mille interviste. Il 70-80% sono state fatte da noi. Le stiamo recuperando anche dagli archivi storici, dalle sezioni Anpi, dagli archivi privati delle famiglie. Ogni tanto si trova una miniera: ho conosciuto un bibliotecario di Milano che aveva fatto tantissime interviste, per suo interesse, nel Verbano. Da dovunque arrivino, per noi vanno bene, le inseriamo nel portale con un criterio di memoria e di omaggio. Vogliamo che resti qualcosa di queste persone, non solo dei combattenti, ma anche di quelle persone che magari all’epoca erano molto giovani, hanno fatto poco, però qualcosa hanno fatto. L’importante è l’emozione con cui le cose vengono raccontate».

 

E come le raccontano?

«Lo storico Giovanni De Luna sostiene che la storia della Resistenza è anche la storia della storiografia della Resistenza, di come viene raccontata nei vari periodi. Questi vecchietti te la raccontano in maniera molto onesta, questo lo vorrei sottolineare, perché posso dire che tra le tante interviste che abbiamo pubblicato, quelli che la infiorettano, o che si vantano, si possono contare sulle dita di una mano. Ci sono persone che ti dicono: ‘sono andato su in montagna perché mi è arrivata la cartolina per andare nell’esercito della Repubblica di Salò, e io non ci volevo andare’. Oppure quelli che dicono ‘non sapevo nulla’, non la mettono sull’impegno, anche perché, essendo molti nati sotto il fascismo, non sapevano nulla di nulla, non sapevano cos’era la democrazia, il comunismo figuriamoci… Quindi sono tutte storie molto umane e molto personali».

 

Se in un futuro lontano un alieno dovesse entrare in possesso di questo materiale, cosa pensa che gli arriverebbe?

«Deve arrivare esattamente quello per cui l’abbiamo fatto. L’idea che anche nei momenti in cui sembra che non ci sia una scelta, in realtà c’è sempre una possibilità di scegliere, di non conformarsi. Sono andata a parlare del progetto in varie scuole, e quello che dico sempre agli studenti è che questi vecchietti, che all’epoca avevano la vostra età, hanno capito che potevano fare una cosa diversa da quella che facevano tutti. É questa, secondo me, la cosa più importante: l’idea che si possa ragionare con la propria testa. Magari ci arrivi perché qualcuno ti ci porta forzatamente: sei disertore e ti cercano i fascisti, allora ti nascondi in montagna, e magari non hai disertato perché credevi nel comunismo ma semplicemente perché avevi paura di andare in guerra. Però poi tra i partigiani ci sei rimasto e l’hai fatto anche tu. Per me l’idea è questa: che ci sia un’alternativa se sei disposto a rischiare in proprio, ad assumerti delle responsabilità».

 

Ogni video-intervista è corredata da poche informazioni anagrafiche. La forza di ‘Noi Partigiani’ è questa: la testimonianza nuda e cruda.

«‘Noi Partigiani’ non è un sito dove la gente corre a frotte per vedere le interviste. Perché comunque a parlare sono dei novantenni, e poi per i tempi di internet sono lunghe. Alcune le riduciamo, non ci siamo dati un criterio, ce ne sono alcune che durano 5 minuti altre 30, dipende da cosa dicono, l’importante è che restino. E che sia un omaggio».

 

Un omaggio ai partigiani, cioè un segno di gratitudine?

«Assolutamente sì. Un omaggio dovuto a chi ha saputo mettersi in gioco non solo per sé, ma per immaginare un futuro diverso per tutti».

 

La memoria prima o poi inevitabilmente svanirà come svaniscono le vite. Le chiedo: si è perso il nesso tra i valori della Resistenza e la memoria? La memoria può ancora trasmettere quei valori ai giovani?

«I giovani… Penso sempre a quello che mi ha detto un partigiano: i giovani sono misteriosi come l’India. Credo che sia molto difficile fargli arrivare delle cose. Abbiamo fatto una pagina Instagram di Noi Partigiani, ma qui il ragionamento diventa: eh, sui social un’intervista di un minuto, com’è lunga… Un minuto è lunga? Siamo sicuri? Però siccome questa è la realtà, allora su Instagram pubblichiamo estratti di 30 secondi. E lì abbiamo visto che un pubblico più giovane c’è. Arriva qualcosa? Non lo so. Il discorso è più ampio: intanto le famiglie non parlano più di quella fase storica perché non l’hanno vissuta. La mia famiglia ha forti radici partigiane. Quindi, inevitabilmente, mio figlio, se la sente ancora raccontare, quella storia. Però siamo un’eccezione. A scuola non la senti più perché è diventata un argomento divisivo. Quando vado nelle scuole mi sento dire: lei non sa che fatica ho fatto a farla venire, perché la mia dirigente scolastica…».

 

Qui non è un problema di memoria ma di periodo storico…

«Oggi c’è un clima diverso. Prima la Resistenza era una memoria convidisa. Oggi la Liberazione rischia di non essere più percepita come una festa nazionale, ma come una celebrazione che riguarda solo la sinistra, o addirittura solo i comunisti».

 

É pessimista?

«Non sono del tutto sfiduciata, perché comunque questo progetto è una cosa che va fatta. Intanto perché è giusto farlo. Anche per mantenere ancora presente un po’ di gente di una certa età. Poi, perché secondo me non è tutto perduto. Se cediano noi, allora sì, è tutto perduto. E poi penso che ci sono le stagioni, e questa non è una buona stagione. Penso e spero e mi auguro che certe cose ritornino».

 

Manuela Zadro – Giornalista

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