Il confine è una linea artificiale di separazione e di contatto, mutevole nel tempo, esito di dinamiche politiche ed economiche, suffragato o meno da elementi geografici. Se vissuto nella prima accezione (separazione), può alimentare la formazione di identità chiuse, impaurite dalle diversità, illuse della propria intangibilità ed omogeneità, ma anche potenzialmente conflittuali verso tutto ciò che è distinto da sé. Se assunto nella seconda definizione (contatto) è uno spazio di incontro e di contaminazione, non più barriera ma passaggio, luogo di confronto fra culture e identità diverse che non si concepiscono come ostili.
La storia del confine orientale italiano è stata per gran parte del tempo quella di una frontiera di divisione, così come spesso quella di tanti confini. La linea mutevole di divisione degli stati (e prima degli imperi) ha segnato le vicende dolorose dell’alto Adriatico nel primo Novecento, scosse da ondate di violenza di intensità crescente, ben delineate nei suoi studi da Raul Pupo: dalle tensioni di nazionalismi e irredentismi contrapposti ad inizio Novecento, prima a livello di idee, stereotipi, aggressività verbali quindi di scontri occasionali, agli effetti del primo conflitto mondiale, in queste terre già “guerra totale” con spostamenti forzati di popolazione a seconda dell’andamento del conflitto e quindi dei suoi esiti. La stagione del “ferro” e delle ideologie che ha segnato il periodo interbellico ha visto il successivo accrescersi dell’onda della violenza, elemento strutturale del fascismo di cui questa area è stata una delle culle originarie. Dal disprezzo si passa rapidamente alla volontà di cancellazione del diverso, attraverso politiche di italianizzazione della popolazione entro i nuovi confini del Regno mentre l’estensione delle logiche belliche alla politica, con lo squadrismo, segna il salto di qualità. Ulteriore passaggio avviene con il secondo conflitto mondiale che vede l’esponenziale acuirsi della violenza nelle dinamiche della guerra ai civili e tra i civili fino al culmine della violenza del comunismo titino che scandisce le fasi finali del conflitto e il periodo immediatamente successivo. La guerra, infatti, non termina con la semplice cessazione delle ostilità fra gli eserciti regolari. I suoi esiti contaminano i giorni e i mesi successivi, mentre una nuova dinamica bellica si innesta in queste aree di confine (guerra fredda). Il dramma dell’infoibamento dei presunti nemici del conflitto concluso e dei potenziali oppositori del progetto di affermazione della nuova Jugoslavia titina colpisce drammaticamente (anche per le modalità esecrabili dei massacri) la popolazione italiana, vittima prioritaria per quanto non esclusiva. Sono portate avanti politiche di cancellazione degli oppositori che determinano il mutamento storico della composizione demografica della popolazione con l’esodo di gran parte della componente italiana nell’immediato secondo dopoguerra. Questa vicenda diviene così paradigmatica della realtà del confine come linea di separazione, dell’identificazione dell’altro come minaccia all’esterno e come pericolo da rimuovere all’interno (con politiche di omogenizzazione nazionale o con metodi violenti più radicali).
Solo negli ultimi decenni nel contesto della fine della “guerra fredda” e del processo di unificazione europeo, è prevalsa la seconda accezione e le barriere sono state abbattute nel rapporto fra l’Italia e gli stati alto adriatici di Slovenia e Croazia, pur all’interno di un percorso reso tortuoso proprio dalle tante ferite accumulate dal passato. Un processo né scontato, né irreversibile, come attestato contemporaneamente alla fine del Novecento dalle tensioni e dai conflitti etnici terribili che spaccavano e insanguinavano le terre balcaniche della ex Jugoslavia.
Oggi, nuovamente, la contrapposizione nazionalista e la paura dell’altro paiono prevalere in un mondo che torna a chiudersi fra nazioni e imperi in conflitto. Si tornano a invocare barriere e limitazioni nei movimenti. Al confronto si contrappongono presunte identità monolitiche, forse dimenticando l’estrema complessità e la variegata composizione che anima le nostre società e ciascuna identità individuale e collettiva.
Per questo, proprio il Giorno del Ricordo – nato per recuperare una pagina della storia italiana ed europea colpevolmente trascurata o omessa, all’interno di una precisa temperie politica e di un più vasto disegno di ridefinizione dell’identità del Paese e del suo passato, attraverso l’ampliamento del suo calendario civile – oggi può offrire un’occasione importante di riflessione di fronte ai turbamenti e ai drammi del presente. Se se ne abbandonano gli usi politici strumentali e, nello spirito della legge istitutiva, si intende approfondire davvero la “complessa storia” del confine orientale italiano, cosi come sempre fatto dalla rete dei nostri Istituti della Resistenza e dell’età contemporanea, recuperare quella vicenda significa interrogarsi sui rischi dei processi di nazionalizzazione e di controllo autoritario della società, delle guerre e delle loro conseguenze sulla vita delle popolazioni, sugli spostamenti forzati di civili e l’acquisizione di territori sulla base esclusiva delle logiche di potenza e di precisi interessi ideologici e economici. Senza effettuare paragoni indebiti e mantenendo ogni esperienza storica nella sua individualità, la storia del confine, in quanto intreccio di violenze e soprusi, ma anche di vita e culture, è caleidoscopio della vicenda europea e umana del Novecento, trova in essa le sue ragioni e le sue specificità non replicabili. Ma è anche occasione per ragionare ancora una volta sull’uomo e sulle sue scelte. Il confine può essere rivendicazione di identità e di passati gloriosi, reali o presunti, oppure prospettiva di incontro e confronto per poter affrontare anche la complessità che stiamo vivendo. Spetta a noi scegliere.
Matteo Mazzoni – Direttore ISRT
