Il voto delle donne

Il 2026 è un anno di anniversari importanti per il nostro paese. Ricorrono gli 80 anni dalla nascita della Repubblica Italiana sancita da un Referendum cui poterono partecipare anche le donne, che poco prima avevano potuto partecipare per la prima volta alle elezioni amministrative e poi al voto per i componenti dell’Assemblea costituente. Se volgiamo lo sguardo più indietro nel tempo e più in largo nel modo, ricorrono anche 800 anni dalla morte di San Francesco d’Assisi, 250 dalla Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti, oltre a quattro anniversari molto tristi: 70 anni dai fatti di Ungheria e 60 dall’alluvione di Firenze; 40 anni dall’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl e 25 dall’attentato alle torri gemelle di New York.

Quanto ripensare la storia sia un processo fondamentale per provare a costruire il futuro appare evidente anche solo ricordando le persone e i fatti coinvolti da questi anniversari. Tuttavia qui vorrei soffermarmi in particolare sulla conquista del voto alle donne che ha segnato, da un lato, il raggiungimento di un traguardo di un processo iniziato più di un secolo prima e, dall’altro lato, l’inizio di una fase di progressiva partecipazione alla vita pubblica delle donne, legittimata e sostenuta dal riconoscimento dell’elettorato attivo e passivo.

L’Italia arriva a questo riconoscimento dopo la seconda guerra mondiale e dopo che le donne hanno dimostrato durante la guerra e la Resistenza – come peraltro avevano già fatto durante la prima guerra mondiale – di essere in grado di svolgere gli stessi compiti degli uomini. È proprio il loro impegno attivo che ha consentito di conquistare anche il diritto di voto. Infatti, se escludiamo due paesi in cui il diritto di voto è stato riconosciuto molto presto (nel 1893 in Nuova Zelanda e nel 1906 in Finlandia), è proprio durante e dopo la prima guerra mondiale che molti paesi concedono il suffragio universale: Russia e Olanda nel 1917; Austria, Germania e Regno unito l’anno successivo, Stati Uniti nel 1920. Durante o subito dopo la seconda guerra mondiale, oltre all’Italia, anche Francia (1944) e Giappone (1946) approvano il suffragio universale.

Il coinvolgimento delle donne nelle attività storicamente maschili durante le due guerre mondiali ha modificato in modo irreversibile l’immagine che esse avevano di se stesse, ha accresciuto la loro autostima, anche se è stato ben più difficile modificare l’immagine della donna nella società – processo che non è concluso nemmeno oggi. Il voto, dunque, rappresentava per le donne il riconoscimento del loro ruolo sociale fuori dalla sfera domestica, ma molti uomini non riuscivano ad accettare questo cambiamento e anzi lo vedevano con sospetto.

L’affluenza alle urne nelle prime tornate elettorali fu altissima, sfiorando il 90% delle aventi diritto, e costituì un atto di liberazione ed emancipazione – come ha ben mostrato il film “C’è ancora domani”. Andare al seggio elettorale per molte donne fu un atto da compiere quasi in segreto, per superare il dissenso di mariti, padri e fratelli. Votare assumeva il senso di appartenere finalmente a pieno diritto alla società, al pari degli uomini, e poter contribuire attivamente. Il diritto di voto – attivo e passivo – segnava l’avvio di un processo di superamento delle disuguaglianze di genere e di realizzazione della parità.

Utilizzare questo anniversario per rileggere questa fase della nostra storia è oggi fondamentale per costruire il futuro. Le battaglie delle donne per l’emancipazione non sono mai vinte una volta per sempre e vanno curate e sostenute giorno per giorno. Molti segnali ci mostrano una realtà che nega la parità di genere e rischia di far fare passi indietro alle conquiste del passato. Da una parte, come ben mostrano i numeri dei femminicidi e della violenza sulle donne, anche economica, la vecchia cultura patriarcale del ‘possesso’ da parte degli uomini è dura a morire e tocca trasversalmente la società, è diffusa in tutte le classi sociali. Inoltre, le disuguaglianze nella sfera domestica, nel lavoro e nella politica sono ancora molto accentuate. D’altra parte, molte donne spesso rinunciano a giocare un ruolo attivo e proattivo nella società e condividono quella sfiducia nella partecipazione politica – a partire dal voto – che oggi vede larga parte degli aventi diritto astenersi dall’andare a votare.

Nonostante molte conquiste ulteriori siano state conseguite, quella effervescenza di 80 anni fa sembra smarrita, anche se per le nostre mamme e le nostre nonne ha segnato una svolta definitiva nella loro vita. È difficile immaginare un momento di svolta che oggi possa riportare la coscienza collettiva e femminile a irrobustirsi e mobilitarsi per far fare un passo in avanti al processo di eguaglianza e per contrastare le derive di arretramento che pure sono in agguato in molte sfere della società. E forse non è nemmeno auspicabile che intervenga un fatto scatenante. Basta rileggere la nostra storia e comprendere che il processo, pur se lento e faticoso, può andare avanti soltanto con l’impegno di tutte e di tutti, giorno per giorno, in ogni luogo, forti della storia del passato.

 

Franca Maria Alacevich – ISRT/Università di Firenze

Altri approfondimenti

Italia 1943. La stagione dell’incertezza

Firenze 11 agosto 1944: la battaglia senza retorica

Grosseto, l’Istituto Storico è anche un centro culturale

Yunnan, la Cina delle molte anime