Nell’autunno del 1934 la Storia con la “S” maiuscola passò in mezzo ai banchi della quinta ginnasio del liceo classico Forteguerri di Pistoia. In quella stessa classe infatti si ritrovarono, compagni di studi, tre ragazzi destinati a recitare ruoli di primo piano nelle vicende italiane degli anni seguenti. Erano Silvano Fedi, leggendario capo partigiano pistoiese, che a capo delle sue “Squadre Franche Libertarie” beffò più volte gli occupanti nazifascisti, fino a morire, il 29 luglio 1944, in un agguato alla periferia della città; Pierluigi Bellini delle Stelle, anch’egli partigiano sulle montagne di Como, nome di battaglia “Pedro”, comandante del gruppo che il 27 aprile 1945 scoprì e arrestò Benito Mussolini in fuga verso la Svizzera; infine

Antonino Caponnetto, che molti anni più tardi, divenuto magistrato, creò a Palermo il pool antimafia con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Ma in quel giorno del 1934, anno tredicesimo di un’era fascista che in quel momento sembrava dovesse durare per sempre, Silvano, Pierluigi e Antonino (detto Nino) erano ancora tre ragazzi di 16 anni, in nulla differenti dai circa quaranta coetanei con i quali condividevano le giornate di studio al liceo classico di Pistoia. E così li raffigura la tradizionale foto di classe scattata nel cortile interno della scuola. L’anno dopo i tre si sarebbero persi di vista: Bellini seguì la famiglia a Firenze e Silvano Fedi non fu promosso. È a partire da quell’immagine in bianco e nero che si dipana il libro di Francesca Banchini “A qualunque costo – Tre compagni di classe, tre artefici della Costituzione Italiana”, pubblicato all’inizio del 2026 dall’editore Il Mulino a Vento (gruppo editoriale Raffaello). Banchini, che insegna lettere in una scuola secondaria di primo grado a Pistoia, è partita da quell’incredibile coincidenza per raccontare le storie dei tre ragazzi e mettere in luce un aspetto fondamentale: è proprio su quei banchi di scuola, di fronte a un fascismo imperante, che Silvano, Nino e Pierluigi, ciascuno a modo suo, seppero coltivare e far crescere quelle aspirazioni di libertà, giustizia e legalità che segnarono indelebilmente le loro esistenze. E, con esse, anche la storia del Paese. Un inno alla capacità della scuola, quindi, quando è vera scuola, di costruire personalità attente al mondo che le circonda, capaci di valutarne il bene e il male e, soprattutto, capaci di prendersi la responsabilità di fare scelte conseguenti e coerenti, anche se queste ultime dovessero costar care. Non a caso, lungo tutto il libro affiora a più riprese, sulla bocca dei protagonisti, la massima di Jean Jacques Rousseau: “Tu puoi, dunque tu devi”. E questo potente richiamo alle responsabilità personali diventa un sigillo sulle esistenze di quei tre ragazzi, divenuti – proprio per averlo messo in pratica, ciascuno a suo modo – altrettanti artefici della Costituzione italiana, di cui proprio quest’anno si celebra l’ottantesimo anniversario.
Francesca Banchini ha lavorato su queste storie insieme ai suoi studenti nel 2024, partecipando al concorso Sì Geniale della Fondazione Caript di Pistoia. Al termine, ha ampliato la ricerca scrivendo questo libro, destinato innanzitutto ai ragazzi. Per questo le vicende di Fedi, Caponnetto e Bellini delle Stelle non sono ricostruite in un vero e proprio lavoro storico ma in un più scorrevole racconto, dove i tanti elementi reali (in maggioranza tratti dalle testimonianze scritte degli stessi Bellini e Caponnetto e dei compagni d’arme di Fedi) sono cuciti insieme da elementi di fantasia. Utili, comunque, a descrivere i tre protagonisti non come superuomini ma come persone tutto sommato normali, che al momento cruciale seppero, però, fare la scelta giusta.
Il racconto, come detto, fluisce a partire da quella foto di gruppo, che un Antonino Caponnetto ormai anziano, in pensione a Firenze dopo la tragica fine dei suoi amici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, è spinto a ritrovare tra i documenti di una vita dalla lettera speditagli appunto da un compagno di quella fatidica classe di ginnasio. Nei successivi capitoli del libro si alternano i racconti dedicati a Caponnetto, Bellini delle Stelle e Fedi. Il magistrato racconta in prima persona la scelta di offrirsi per la guida della Procura della Repubblica di Palermo dopo l’assassinio di Rocco Chinnici da parte della mafia, quindi la amicizia con Falcone e Borsellino, la costituzione del “pool antimafia”, il maxi-processo, la fine di quella stagione, le bombe di Capaci e via D’Amelio. Anche Bellini delle Stelle parla in prima persona, narrando le fatiche e la paura della guerra partigiana sulle montagne di Como, fino alla gioia dell’aprile 1945 e alla casuale e insperata cattura di Mussolini in fuga. Per raccontare invece l’ultimo giorno di vita di Silvano Fedi, quel 29 luglio 1944 a Montechiaro, poco fuori Pistoia, il libro dà voce a Enzo Capecchi, uno dei più stretti collaboratori del giovane capo partigiano. Attraverso la sua testimonianza conosciamo così il carattere risoluto e a volte brusco di Silvano, il suo coraggio e la sua intransigente morale, applicata anche alle azioni di guerra contro i nemici.
In ciascun racconto Francesca Banchini si sofferma sul momento chiave della scelta, quando – in tutti e tre i casi – i valori assimilati a scuola seppero concretizzarsi in azioni dirette. Particolarmente suggestivo il racconto di Pierluigi delle Stelle. A lui, giovane rampollo di una ricca e nobile famiglia fiorentina, studente universitario (siamo nove anni dopo l’anno di ginnasio a Pistoia) con tutte le strade aperte davanti a sé, capita di vedere alla stazione di Campo di Marte i treni piombati che portavano in Germania gli ebrei rastrellati dai nazifascisti. “Se non fosse stato per quei treni, lo so, sarebbe stato tutto facile, avevo la strada spianata – racconta Pierluigi – ma i treni c’erano, io li vedevo, e quella violenza mi disgustava”. Certo, tanti vedevano e non reagivano. “Ma io no. Io volevo fare la mia parte, dare il mio contributo alla Liberazione, non restarmene con le mani in mano e chinare la testa”.
Pierluigi non chinò la testa, scelse la lotta partigiana. Lo stesso fece Silvano, pagando con la vita la sua decisione. Ma entrambi diedero un contributo prezioso alla Resistenza e alla Liberazione del paese, sancita poi in quella Costituzione della quale nell’ultima pagina del libro parla da par suo Piero Calamandrei, descrivendone la natura come “testamento di centomila morti”. E proprio in nome dei valori della Costituzione non volle chinare la testa, più di 60 anni dopo, neanche Nino Caponnetto, magistrato a Palermo contro la mafia. Ultimo testimone di una staffetta partita nel lontano 1934 dai banchi del liceo classico Forteguerri.
Fabio Calamati – Giornalista
