A ottant’anni dal primo voto delle donne. Quel che resta ancora da fare

Conquista definitiva dell’autonomia economica, sostegno ai diritti riproduttivi, necessità di un welfare innovativo. La sociologa Chiara Saraceno, a ottant’anni dal primo voto delle donne, mette in evidenza le questioni che devono essere affrontate con urgenza e ripercorre le tappe di un’emancipazione necessaria ma piena di insidie e diffidenze. A partire proprio dal riconoscimento del diritto di voto. Saraceno, una delle sociologhe italiane più conosciute, ha seguito con grande attenzione l’evoluzione del Paese e ha condotto studi fondamentali sulla questione femminile, sulla famiglia, sulla povertà e le politiche sociali.

 

Stupisce, guardando ad esempio la stampa del tempo, quanto poco spazio venga dedicato al primo voto delle donne e al riconoscimento del ruolo nella fase della ricostruzione. Quali sono i motivi?  

Le donne avevano dovuto gestire la vita quotidiana durante la guerra e avevano una chiara percezione dei bisogni legati alla ricostruzione, non solo da un punto di vista materiale ma anche umano e relazionale. Con concretezza si erano occupate di trovare da mangiare, di lavorare mentre gli uomini erano al fronte, di assicurare i ricoveri per mettere al riparo bambini e anziani sotto i bombardamenti. Durante la guerra a loro erano state delegate tante funzioni, però quando gli uomini sono tornati – come era già successo dopo la Prima guerra mondiale – c’è stata poca attenzione per la fatica ma anche per il ruolo che avevano assunto, secondo una logica tutta maschile, condivisa anche dalle forze politiche, che ognuno doveva tornare al suo posto.   Anche la loro importante attività nella lotta di Liberazione è stata valorizzata molto più tardi. Le donne che hanno occupato le fabbriche, che sono state protagoniste nella guerra partigiana, che hanno affermato la loro autonomia, sono state viste addirittura con sospetto.

In questo contesto le donne vanno finalmente a votare, ma senza grande enfasi…

Il voto alle donne è stato percepito come inevitabile a quel punto, ma con qualche ambivalenza e timore. Da un lato si pensava che non fossero pronte, o che fossero troppo subalterne agli uomini di casa, ma anche che nel segreto dell’urna disobbedissero, mettendone a repentaglio l’autorità. Ne è una spia il fatto che in prima battuta fu dato loro solo il diritto di voto, non anche di essere elette, un vero e proprio lapsus legislativo che si dovette correggere in corsa. Dall’altro lato, specie da parte dei partiti di sinistra e repubblicano, che pure erano i maggiori fautori del voto alle donne, c’era il timore che al referendum votassero in massa per la monarchia e alle politiche per i partiti più conservatori, secondo un’idea che le donne fossero comunque conservatrici. Purtroppo, si è portato dietro dall’Ottocento il retaggio di giudizi prevenuti sull’effetto che il diritto di voto avrebbe potuto avere persino sugli equilibri delle famiglie.

Eppure l’impegno delle donne per la nuova Italia democratica è stato decisivo. È d’accordo?

 C’è un contributo fondamentale che le donne danno alla ricostruzione, specialmente quelle impegnate in politica riescono a dialogare tra loro, anche se fanno riferimento a valori ideali diversi. Insieme concretizzano mediazioni importanti che producono cambiamenti concreti. Già nella Costituzione si deve a una donna, Lina Merlin, l’indicazione esplicita, nell’art. 3, del sesso come una causa di discriminazione da evitare sempre, che favorirà in seguito tutte le leggi antidiscriminazione e le sentenze contro le pratiche discriminatorie. Sempre una donna, Teresa Mattei, si batté con successo perché, ancora nell’art. 3, si batté perché fosse inserita l’esplicitazione “di fatto, là dove si parla di limitazione alla libera espressione della personalità che la Repubblica deve eliminare, aprendo ad una idea di giustizia e uguaglianza – per tutti, non solo per le donne – sostanziale e da perseguire con pratiche concrete, non solo tramite norme ed enunciazioni formali. Le azioni positive di ogni tipo e a sostegno di ogni soggetto in condizioni di svantaggio può trovare qui la propria base costituzionale. Alla collaborazione tra Iotti e Federici e tutte le altre costituenti la costituzionalizzazione del congedo di maternità implicita nell’articolo 37. Sui  congedi per maternità la collaborazione continuò anche in Parlamento. L’azione delle  democristiane, che erano preoccupate di favorire la presenza materna il più a lungo possibile, e delle comuniste e socialiste, preoccupate di garantire la continuità del lavoro e del reddito alle madri lavoratrici, ha fatto sì che l’Italia abbia a lungo avuto uno dei congedi di maternità più generosi sia dal punto di vista della durata che della indennità. Le donne sono state decisamente alleate anche quando si è trattato di potenziare i servizi per l’infanzia. Gli esempi che si potrebbero fare sui risultati di questa alleanza virtuosa sono ancora tanti.

Nella sua riflessione parla di “asimmetrie” legate al gender gap, quali sono?

Ci sono asimmetrie di diverso tipo. Quelle, per esempio, nella famiglia dove la divisione del lavoro domestico è ancora asimmetrico, anche se le donne lavorano e hanno figli.  Sì, c’è stato un lento miglioramento ma comunque questa asimmetria che riguarda anche la percezione permane. Nelle indagini dell’Istat sull’uso del tempo questa asimmetria emerge anche quando in una famiglia entrambi i partner sono occupati, specie se ci sono figli. E in quella sugli stereotipi, ad esempio, emerge ancora una minoranza che pensa che gli uomini non sono adatti fare il lavoro familiare o che il lavoro remunerato, in caso di bisogno, debba andare prima a un uomo. Ci sono ancora modelli di genere che evidentemente legittimano asimmetrie e favoriscono il gender gap, ad esempio nella retribuzione del lavoro, in particolare ai livelli più alti dove maggiore è la discrezionalità del datore di lavoro. Certo la legge sulle quote ha avuto un importante ruolo e oggi l’Italia è tra i Paesi più virtuosi: eppure le amministratrici delegate sono molto poche, mentre dove si procede per concorsi l’asimmetria è meno evidente. Ma all’Università, dove i concorsi sono una forma di cooptazione e c’è un ampio, in parte inevitabile, margine di discrezionalità nelle valutazioni del valore di una persona e della sua produzione scientifica, ancora all’inizio degli anni Ottanta le donne docenti ordinarie erano solo il 10%. E oggi, nonostante il gender gap nell’istruzione si sia chiuso alla fine degli anni Settanta e progressivamente le donne abbiano sopravanzato i loro coetanei nei livelli di istruzione,  siamo arrivate al 22%.

Un percorso faticoso, intanto la società italiana si è profondamente trasformata …

Negli anni Settanta e Ottanta abbiamo assistito a un forte, anche se insufficiente, sviluppo  dei servizi, non solo sociali, che hanno favorito un aumento dell’occupazione femminile e questa, certo insieme al femminismo militante, a sua volta ha favorito un dibattito sull’impatto che i cambiamenti nei comportamenti femminili avevano sui rapporti uomo donna in famiglia e in società, sull’organizzazione del lavoro il sistema di welfare e così via. Arretramento: al mutamento sociale non corrisponde un’evoluzione nell’ organizzazione sociale, ma neppure nel dibattito pubblico.

Basti pensare alla difficoltà con cui si affronta l’esistenza di famiglie e modalità di filiazione non standard, alla resistenza ad attribuire,  riconoscere, ai padri un ruolo di cura non subalterno o surrogatorio rispetto alle madri, ad una visione proprietaria dei figli sostenuta non solo da genitori auto-referenziali, ma anche da Ministri dell’educazione (si pensi alle resistenze nell’introdurre l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole), alla mancanza di nidi e di scuole a tempo peno, nonostante molte madri siano occupate e nonostante la gravità della povertà educativa. Anche il modo in cui è affrontata la questione demografica è di una semplificazione e superficialità disarmante. E intanto, mentre ci si lamenta dell’invecchiamento della popolazione poco si fa per sostenere praticamente il desiderio di filiazione, per chi ce lo ha, e l’aumento della popolazione anziana in condizioni di fragilità e non autosufficienza. Tutto il carico resta sulle spalle delle famiglie e per lo più delle donne. È urgente trovare strumenti di welfare innovativi, è necessario “fare il punto” e definire un’agenda per il futuro

 E in questa agenda che spazio devono avere le donne?  

L’aspetto che mi preoccupa di più è la fragilità economica, che è anche una forma di violenza sottovalutata, Nell’agenda metterei al primo posto l’autonomia economica delle donne, che non è soltanto lavoro e indipendenza ma anche lotta agli stereotipi da mettere in atto in modo non generico, dalla scuola ai mezzi di comunicazione di massa, e un riequilibrio nelle responsabilità di cura tra uomini e donne e tra famiglia e società. Nella medesima agenda metterei anche il sostegno ai diritti riproduttivi, che vuol dire davvero poter decidere se avere o non avere un figlio e poterlo scegliere con libertà, anche in base ai servizi che vengono garantiti, all’autonomia economica e al tipo di futuro che si prospetta per le nuove generazioni.

 

Caterina Fanfani – Giornalista

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