Costituzione forte, ma sistema politico fragile. A 80 anni dalla nascita della Repubblica

Ottanta anni fa, il 2 giugno 1946, appena un anno dopo la fine della tragica Seconda guerra mondiale, gli italiani erano chiamati alle urne per scegliere tra monarchia e repubblica e decidere quali uomini avrebbero scritto la Costituzione del nuovo stato. Per la prima volta avrebbero votato anche le donne. Si tornava al voto libero dopo i lunghi anni della dittatura fascista. L’Italia contemporanea nacque quel giorno, così come il percorso che, il primo gennaio 1948, portò all’entrata in vigore della nuova Costituzione.

Che significato ha oggi questa ricorrenza? Ne abbiamo parlato con Giovanni Tarli Barbieri, pistoiese, 60 anni, docente di diritto costituzionale e pubblico all’Università di Firenze, di cui è prorettore vicario.

 

Ottanta anni: che età è per una carta costituzionale, si può considerare ancora giovane? Come si colloca la nostra Costituzione nel panorama degli altri paesi democratici?

È una Costituzione che ha, come dire, una sua longevità, che però non è una caratteristica patologica, ma fisiologica. Le costituzioni, per loro natura, essendo atti fondativi di un ordinamento, di un ordine politico, sono pensate per i tempi lunghi, non sono un esercizio ordinario. A maggior ragione la nostra, che con una felice definizione è stata detta una “costituzione presbite”, una costituzione cioè che vedeva più lontano anche della stessa Italia dell’epoca, nel momento in cui ne stabiliva i principi fondamentali. L’Italia di allora non era mai stata ispirata a quei principi. Pensi all’uguaglianza, pensi alla persona al centro, come nuova stella polare, non più lo Stato. L’Italia non era mai stata un ordinamento completamente democratico, per cui la Costituzione ha avuto bisogno di tempo per radicarsi nell’ordinamento, perché era un testo decisamente più avanzato anche della società che la doveva accogliere.

Questo non significa che non si debba discutere anche di alcuni aggiornamenti, ma la logica deve essere emendativa del testo, mentre molto spesso le forze politiche hanno preferito la via diversa di riforme organiche: tutte quante costruzioni fragili dal punto di vista dei contenuti e largamente bocciate dal corpo elettorale.

 

Professore, lei è fra i firmatari dell’appello di 140 costituzionalisti contro il disegno di legge elettorale del governo Meloni che, tra l’altro, prevede un maxi-premio di maggioranza e non prevede le preferenze.

Troppo spesso ci si è avvicinati alle leggi elettorali da una parte con un intento puramente contingente, le elezioni immediatamente successive. Dall’altra, pensando che la legge elettorale possa assicurare migliori prestazioni del sistema in termini di stabilità, cosa che la legge elettorale da sola non può assicurare. Terzo punto, sono molto critico su quanti ritengono che la legge elettorale debba consentire di sapere chi ha vinto già la sera delle elezioni. Se si persegue solo questo obiettivo, il risultato sarà sempre una legge discutibile, perché ingiustificatamente torsiva. E qui arriviamo al premio di maggioranza: è un artificio, dobbiamo dirlo con grande chiarezza. Possiamo chiamarlo un regalo, un regalo che si dà a chi? A una coalizione che è minoritaria dal punto di vista del consenso reale e lo è ancora di più oggi che l’astensionismo elettorale è a livelli alti.

Chi le parla, e qui voglio essere molto chiaro, ritiene che il premio di maggioranza sia un istituto non consigliabile per un legislatore elettorale,  perché è un istituto intrinsecamente opinabile. Poi poco coerente con una forma di governo parlamentare, perché io do il premio a una coalizione che si può rompere nel percorso della legislatura, si possono formare – come dire – coalizioni che non hanno nulla a che fare con il risultato delle elezioni, rendendo quest’artificio ancora più tale. Per di più c’è il bicameralismo, con il Senato eletto con collegi su base regionale. È molto discusso che si possa applicare un premio di maggioranza calcolato a livello nazionale.

Aggiunga le liste bloccate, aggiunga un sistema di riparto dei seggi molto opaco dal punto di vista degli elettori. Il risultato è una legge dal mio punto di vista inaccettabile, ecco perché ho firmato quell’appello.

 

Si ha certe volte la sensazione che la nostra Carta costituzionale non sia riuscita mai a diventare un vero patrimonio comune degli italiani. Eppure le premesse c’erano, perché  dentro l’Assemblea costituente erano presenti opzioni politiche e filosofiche le più diverse. Eppure una sintesi fu trovata.

Io sono un pochino più ottimista, per la verità. Io credo che la Costituzione sia più radicata di quanto pensiamo. Semmai oggi il problema è che noi abbiamo una Costituzione forte, perché poi la Costituzione vive anche dell’opera, della politica dei giudici, della Corte costituzionale. E abbiamo un sistema politico fragile, questo l’ha spiegato molto bene Enzo Cheli. Cioè il problema di questo Paese è proprio di una Costituzione forte versus un sistema politico fragile.

 

In qualche maniera la Costituzione nasce come un progetto di convivenza, per tenere insieme persone che esprimevano istanze diverse e farle convivere. In un mondo come il nostro, dove gli scontri politici appaiono particolarmente aspri, questo progetto è ancora attuale?

Ancora di più attuale, perché dalla Costituzione viene proprio un grande progetto di unità e di coesione. Unità e coesione non vuol dire che non ci possa essere dibattito, ci mancherebbe altro, è il sale della democrazia. Però quella che emerge è l’idea di una Costituzione come un patto che ci unisce e che ci unisce sulla base di alcuni valori e di alcune coordinate di fondo.

E lo fa anche con uno spirito di grande pacificazione nazionale. Cito sempre una disposizione che non ha più applicazione oggi, e si trova tra le disposizioni transitorie finali della Costituzione. Dice che i capi e i responsabili del regime fascista si vedevano privati dall’elettorato attivo e passivo alle cariche elettive, ma per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione stessa. Perfino i capi e i responsabili del regime fascista si vedevano limitati, in via speciale, alcuni diritti, ma solo temporaneamente. L’idea è che la Costituzione si apriva anche ai suoi “nemici”, perché sul carattere antifascista della Costituzione non si può avere dubbi. E questo è un grande segnale che viene dato ad un paese che usciva da una guerra civile sanguinosa e da una guerra mondiale.

Quindi c’è, dentro la Costituzione, un grande messaggio di coesione e di unità che noi siamo chiamati a portare avanti. Quindi in questo senso questo ottantesimo anniversario può essere un’ottima occasione per farlo. Leggere gli atti dell’Assemblea costituente ci fa capire che la politica può raggiungere livelli molto alti. Le forze politiche partivano da punti di vista diversi, ci si affronta e ci si scontra, anche duramente. Ma alla fine si trova una sintesi. E questa sintesi ha avuto il merito di impiantare una democrazia in un ambiente difficile, come l’Italia di allora.

 

Fabio Calamati – Giornalista

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