Dietro quell’arco che è la Costituente, c’è la Repubblica

Le riflessioni di Piero Calamandrei negli scritti e nei discorsi conservati nell’archivio ISRT

 

La passione civile e la dedizione con cui Piero Calamandrei affrontò lo snodo del Referendum istituzionale del 2 giugno 1946 rappresentano una pagina nota della sua biografia, un impegno arrivato a noi anche grazie agli innumerevoli articoli e scritti pubblicati nel corso degli anni. Guardare però direttamente al suo archivio per ricercare quelle medesime tracce ci consente di allargare lo sguardo sull’intero operato di Calamandrei, di percepirne le attività e le variabili linguistiche usate in base ai pubblici ai quali si rivolge, oltre che di approfondire nel concreto la portata della sua visione sull’Italia dell’immediato dopoguerra.

La parte dell’archivio Calamandrei custodito dall’ISRT conserva un piccolo, ma nutrito nucleo di documentazione relativo a “La Costituzione e l’ordinamento costituzionale” nel quale, oltre a poter approfondire l’ambito al quale si è maggiormente dedicato Calamandrei durante i lavori del Ministero per la Costituente e nel vivo dell’Assemblea stessa – la riorganizzazione dello Stato e dei suoi organi giudiziari -, è possibile delineare il suo pensiero relativo ai principi verso i quali la “Costituente” dovrebbe aspirare e alle insidie che potrebbero ostacolarne il lavoro.

Nei primi interventi pubblici che Calamandrei tiene all’indomani della fine della guerra (Archivio Calamandrei, III.1.2, sf. 2 e 3) si nota come il giurista illustri le proprie considerazioni, contestualizzandole con esempi chiari e non didascalici, che forniscono al suo pubblico un quadro esaustivo dello scenario dal quale sviluppa il proprio pensiero. Sottolinea come l’avvento e la successiva caduta del fascismo abbiano azzerato il passato, impedendo qualsiasi ritorno allo status quo precedente: la monarchia sabauda, infatti, non si limitò a subire la dittatura, ma ne fu complice e artefice attiva. Di conseguenza, il patto costituzionale implicito tra il re e il popolo – nato con lo Statuto albertino, una carta unilateralmente “elargita” dalla monarchia, ma che impegnava il sovrano a tutelare irrevocabilmente le libertà concesse – è cessato e decaduto per sempre: nel momento in cui la corona si è alleata con il fascismo ha smantellato lo stato di diritto, ha tradito la fiducia dei cittadini e violato i propri obblighi. Per Calamandrei il vecchio sistema non può essere restaurato proprio perché la corona ha perso ogni legittimità, ha sciolto definitivamente il legame con il popolo e ha reso necessaria una ricostruzione istituzionale totalmente nuova. Calamandrei afferma che la buona riuscita di una Costituzione deliberata dal popolo sia possibile proprio perché quella combattuta in Italia è stata una vera e propria rivoluzione: alla fase distruttiva, necessaria a «rimuovere il vecchio», segue la fase ricostruttiva, che è quella che l’Italia deve sforzarsi di attuare. L’emanazione del Decreto-Legge Luogotenenziale del 25 giugno 1944, che stabilisce che «Dopo la liberazione del territorio nazionale, le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano che a tal fine eleggerà, a suffragio universale diretto e segreto, una Assemblea Costituente per deliberare la nuova costituzione dello Stato» è, per Calamandrei, il segnale positivo di come la seconda fase della rivoluzione sia stata, perlomeno, intrapresa, e di una certa maturità politica del popolo italiano, poiché «questa legge segna […] la fine della monarchia sabauda, miseramente ma meritatamente inghiottita da quello stesso fascismo in groppa al quale essa aveva creduto di salvarsi».

Tuttavia, in alcuni interventi tenuti fra il 1945 e gli inizi del 1946, sostiene come il cammino verso la Costituente debba ancora fare i conti con tre grandi minacce, presentate in ordine di gravità e complessità: il reazionarismo, la diffidenza degli Alleati e la «fiacchezza del cuore». La prima insidia proviene da chi teme l’Assemblea perché consapevole che essa ne attaccherà i privilegi, sanerà delle ingiustizie sociali e guiderà inevitabilmente il Paese verso la Repubblica. La seconda è invece legata alle condizioni sottoscritte alla firma dell’armistizio e alla sfiducia degli Alleati, ai quali Calamandrei vorrebbe offrire, più che una formale gratitudine, un’amicizia e una fraternità autentica tra popoli che hanno combattuto insieme e, sebbene l’Italia debba essere grata per gli aiuti materiali, ritiene debba esserle restituita quella dignità sulla quale grava solo l’eredità fascista e per la quale viene ignorato il contributo di sangue dato durante la lotta di Liberazione. Come dice lo stesso Calamandrei in un intervento tenuto a Firenze in piazza Santa Croce nell’ottobre 1945, il rapporto con gli Stati Uniti «[…] pare quello d’un consesso di chirurghi adunati intorno al lettuccio del paziente dopo una gravissima operazione, con cui sono riusciti a salvargli la vita. Sì, la vita ce l’hanno salvata […] ma il popolo italiano dopo due anni è ancora legato al lettuccio e i medici non sanno decidersi a slegarlo perché si muova e rifaccia i muscoli e riprenda il colore…». Infine la terza minaccia, considerata da lui la più grave, arriva dall’interno dell’animo umano: si tratta dello scetticismo e dell’egoismo di chi, dopo tante prove, vorrebbe solo tornare ai propri affari privati disinteressandosi della politica: riconosce come, dopo vent’anni di abbrutimento dittatoriale, per molti sia difficile concepire che qualcuno possa assumere le responsabilità pubbliche «colla stessa devozione al potere, collo stesso spirito di sacrificio con cui ieri è andato a combattere contro i tedeschi»; secondo il giurista, una delle sfide della politica è che la nuova convinzione democratica debba nascere soprattutto nei ceti medi, la classe economicamente più colpita dal conflitto, e negli intellettuali.

Le riflessioni di Calamandrei proseguono trovando un naturale sviluppo e concretezza quando, nei suoi scritti e nei suoi discorsi, prendono corpo le riflessioni su quali siano le questioni che l’Assemblea Costituente dovrà affrontare, in quanto «[…] la costituente non è fatta per affermare dei principi, delle speranze, dei sogni. È fatta per risolvere dei problemi concreti, non per porre dei fini, per trovare i mezzi». Il futuro Padre costituente individua nel problema istituzionale, in quello internazionale e in quello sociale i tre nodi la cui risoluzione garantirà un futuro solido alla nuova – ne è sicuro – Repubblica Italiana. Il problema istituzionale e quello internazionale sono, a parer di Calamandrei, legati dal fil rouge dell’interdipendenza: il concetto di garanzia delle libertà individuali – come base di una solida democrazia nella quale ogni individuo può portare attivamente il proprio contributo alla comunità – è il medesimo alla base della necessità di garantire le autonomie regionali – intese come valorizzazione dei tratti distintivi delle singole realtà locali dalle quali una nazione trae forza attraverso la collaborazione – e infine del federalismo europeo, altro tema sul quale Calamandrei spenderà la propria attività politica e intellettuale (cfr. Archivio Calamandrei, III.3). Il superamento del problema sociale passa attraverso la garanzia di un’uguaglianza che sia reale e non solo formale: il futuro Stato italiano non potrà limitarsi a tutelare i classici diritti politici che sono, di fatto, dei diritti negativi – come la libertà di opinione o di stampa – che richiedono alle istituzioni solo di non ostacolare i cittadini nel loro raggiungimento, senza alcun costo finanziario. Affrontare la questione sociale significa invece tradurre i diritti in prestazioni positive: lo Stato deve assumersi l’obbligo di investire risorse e mezzi concreti per assicurare a ognuno i pilastri della dignità sociale, ovvero il lavoro, l’abitazione e l’istruzione, e permettere così a tutti di poter salire alle più alte cariche dello Stato.

E la Repubblica?

Nell’80° anniversario della sua proclamazione, una lettura veloce degli scritti lasciati da Calamandrei nel proprio archivio può, a mio avviso, trarre in inganno sull’apparente scarsità di occasioni nelle quali abbia ritenuto necessario spendere parole e spiegazioni sul termine “repubblica”. Da una lettura più approfondita, emerge invece come, per Calamandrei, essi siano concetti dipendenti l’uno dall’altro e consequenziali. L’Assemblea Costituente lavorerà per attuare quegli ideali democratici che sono gli unici possibili e che saranno alla base della nuova Repubblica Italiana.

«Io non so se il mio inguaribile ottimismo mi fa bello, ma io da quando c’è il Ministero della Costituente, vedo davanti a noi, davanti al popolo italiano, una strada dritta e in fondo c’è un arco che è la Costituente, e al di l’arco io lo vedo benissimo, si vede, c’è e se vi voltate lo vedete anche voi, c’è la Repubblica».

 

Maria C. Sechi – ISRT

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