Il testo dell’intervento del Presidente Chiti alla cerimonia ufficiale dell’11 agosto.
L’11 agosto del ’44, 82 anni fa, il Comitato Toscano di Liberazione Nazionale chiamò i fiorentini all’insurrezione. Maria Luigia Guaita corse a Palazzo Vecchio e dette l’indicazione di suonare la “martinella”. Erano le 6,45. Le squadre partigiane dall’oltrarno entrarono in città. La liberazione definitiva di Firenze da tedeschi e fascisti richiese giorni di battaglia, ancora sacrifici, morti, distruzioni. I tedeschi cercavano di rallentare l’avanzata degli alleati, i fascisti, dai tetti, sparavano in modo indiscriminato su partigiani, alleati, popolazione civile.
I partigiani furono protagonisti decisivi, ma non soli: un contributo fondamentale venne dalle truppe angloamericane. Lo testimonia a Falciani il cimitero che accoglie le spoglie di 4.402 giovani statunitensi.
Perché ogni anno ricordiamo la liberazione delle città e il 25 aprile quella dell’Italia?
Per ripetere una stanca cerimonia laica? Per ragioni politiche di parte come sostiene chi ancora rifiuta la Resistenza?
No! Abbiamo il dovere di valorizzare e trasmettere la memoria della Liberazione perché fonda la nostra libertà e la nascita di una democrazia nuova. Non è solo gratitudine per le donne e gli uomini che le hanno conquistate anche per le generazioni future: è scolpire un nucleo di valori che fondano la cittadinanza democratica, orientano non il passato ma l’oggi e il domani, realizzano una condivisione che rende le legittime differenze politiche, culturali, religiose pluralismo fecondo e non contrapposizione lacerante.
La fragilità del nostro Paese nel civismo, nella fiducia tra Stato e cittadini, nel non riconoscimento reciproco tra partiti alternativi risiede nella mancata unità di tutti gli italiani sull’asse valoriale Antifascismo-Resistenza-Repubblica- Costituzione.
A Firenze la Resistenza realizzò una svolta che segnò il futuro.
Il Comitato di Liberazione Nazionale fu riconosciuto per la prima volta dagli alleati come autorità politica e militare, nominò la giunta e le altre autorità cittadine: sindaco Gaetano Pieraccini, vicesindaci Adone Zoli e Mario Fabiani.
Così avvenne poi nelle città del Centro Nord liberate.
L’Italia con la Germania e il Giappone era responsabile della Seconda guerra mondiale, sconfitta, occupata dagli eserciti alleati. Al tempo stesso con la Resistenza era stata in campo nella guerra contro i tedeschi e in quella civile contro i fascisti.
La Resistenza garantì al popolo italiano, a differenza che in Germania e Giappone, di decidere tra Monarchia o Repubblica e di scrivere autonomamente la Costituzione.
Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio, a Parigi, il 10 agosto del 1946 nella conferenza sul Trattato di pace dirà: “Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia è contro di me…”.
Ma subito dopo, con orgoglio, afferma di sentire “…la responsabilità e il diritto di parlare anche come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica…”.
È un aspetto fondamentale: Monarchia e fascismo sono responsabili della guerra, l’Italia con La Resistenza, a fianco degli alleati, è protagonista della sua liberazione.
La Resistenza fu un’esperienza plurale: vi si impegnarono i partiti antifascisti, ceti popolari e borghesi, intellettuali e analfabeti, credenti, figure del clero e non credenti, ebrei e giovani renitenti alla leva, oppositori del regime, ex prigionieri e militari. La Resistenza fu lotta armata e opposizione civile.
Le donne furono decisive, anche se messe ai margini dalla narrazione ufficiale, una carenza che con il sostegno del Consiglio regionale gli Istituti Storici della Resistenza sono al lavoro per correggere. Combatterono nelle brigate partigiane e come staffette, aprirono le case all’asilo per i ricercati, dettero cibo, nascosero armi, curarono. Impegnate in prima fila furono da noi tra 600 e 1200.
I grandi scioperi operai del ’43 e ’44, che nell’Europa occupata scossero le dittature fasciste, videro in primo piano le donne.
Per ringraziarle tutte, anche quelle di cui non abbiamo ancora ricostruito le biografie, voglio richiamare alcuni nomi: Anna Maria Enriquez Agnoletti, Tina Lorenzoni, Maria Luigia Guaita, Tosca Bucarelli, Liliana Benvenuti. A tutte è dedicata la lapide “Alle donne della Resistenza”, posta sul Palazzo di Parte Guelfa.
Accanto a loro personalità del Comitato di Liberazione, gran parte della popolazione, partigiani, figure leggendarie di combattenti: per tutti Aligi Barducci, “Potente”.
Il ‘46 è l’anno della libertà e della partecipazione: le donne, per la prima volta, e gli uomini decidono con il voto che l’Italia sarà una Repubblica democratica ed eleggono l’Assemblea costituente. Vota più dell’89% dei cittadini. Tra primavera e autunno si eleggono i consigli comunali.
Piero Calamandrei scrisse su Il Ponte che il popolo italiano aveva in modo pacifico realizzato una rivoluzione politica.
In Italia anche gli uomini votarono per l’ultima volta nel ’24. Mussolini sostituì ai sindaci eletti, i podestà di nomina prefettizia, indisse nel ’29 e nel ’34 due plebisciti: si votava Sì o No su un listone bloccato di 400 deputati deciso dal Gran Consiglio del Fascismo. Nel ’39 fu abolita la Camera dei deputati.
Il voto alle donne non fu una concessione. Nella Resistenza erano state protagoniste di un evento collettivo che cambia il Paese, avevano svolto ruoli mai avuti nella storia, preso coscienza di sé, conquistato il diritto di decidere il futuro alla pari degli uomini.
Il 25 giugno si riunì l’Assemblea costituente. Inizia il percorso che ci darà la Costituzione.
Il compromesso alto che si raggiunse tra culture diverse non fu un punto di partenza ma l’esito di una volontà comune alle forze antifasciste di dar vita a un testo in cui si riconoscesse un popolo. Questa volontà e il metodo che l’attuò consentì che la Costituzione venisse approvata da una maggioranza amplissima, nonostante la fine dei governi di unità nazionale e il passaggio delle sinistre all’opposizione.
È un insegnamento che i partiti hanno smarrito: i cambiamenti della Costituzione, la riforma delle istituzioni non sono prerogativa dei governi ma compito del Parlamento e hanno nel popolo il decisore finale.
Con leggi elettorali che , come appare, prevederanno forti , per non dire eccessivi, premi di maggioranza occorre rafforzare l’articolo 138, garantendo che sempre, di fronte a modifiche, la parola finale spetti ai cittadini. Si rischia non solo di non di avere una reale rappresentanza dei cittadini ma al tempo stesso che si determini uno squilibrio tra i poteri dello Stato.
La Costituzione non è proprietà dei governi né dei parlamentari: è del popolo.
Se ne è avuta dimostrazione nei referendum del 2016 e 2026.
La Costituzione dà agli italiani diritti e doveri, fa suoi i principi della liberaldemocrazia- stato di diritto, separazione dei poteri, libertà politiche e civili- insieme realizza una democrazia più avanzata, ordinando, nell’articolo 3, alla Repubblica di assicurare a tutti i diritti sociali ed economici senza i quali diventerebbe formale.
La Costituzione è antifascista per il percorso storico che l’ha realizzata, per gli ideali che univano le donne e gli uomini che la elaborarono e approvarono, per i suoi contenuti. È l’opposto dell’ideologia fascista. Si fonda su libertà e responsabilità non sull’autoritarismo; sulla dignità della persona, non il razzismo; sull’uguaglianza di genere, non il maschilismo; sulla solidarietà non la discriminazione; sulla patria, non il nazionalismo; sulla non violenza e la pace, non il primato della forza e della guerra.
L’articolo 11 segna una discontinuità netta: l’Italia “ripudia” la guerra, non semplicemente la condanna e” consente, in condizioni di parità con gli altri Stati…” a limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri pace e giustizia tra le Nazioni; promuove e favorisce organizzazioni internazionali che abbiano questo scopo.
La finalità per cedere sovranità e partecipare a organizzazioni internazionali è la pace e la giustizia tra le Nazioni. Questo il mandato e il vincolo della Costituzione!
L’Italia non può concedere l’uso di basi a Paesi che scatenano le guerre!
La Costituzione ci deve guidare anche nel presente.
Siamo in una nuova epoca. Rivoluzione digitale e Intelligenza Artificiale cambiano modi di lavorare, informarsi, vivere, relazioni tra persone e con le istituzioni. Le nuove tecnologie accrescono conoscenze, possibilità di cura ma trasformano anche la guerra, la formazione del consenso, esercitano controlli sulle persone. Colpire le popolazioni civili è un obiettivo. Fame, sete, condizioni igieniche sono usate come armi, non solo le bombe. Così è a Gaza! E il governo Netanyahu fa venire meno anche la prospettiva dell’unica soluzione che può realizzare una pace stabile: due Stati per due popoli! Accanto alla guerra tradizionale avanzano forme ibride, attacchi cibernetici, si affidano all’automazione scelte strategiche. C’è censura sulle informazioni, i giornalisti sono eliminati. Il numero di morti segreto. L’andamento dei conflitti è monitorato sulle quotazioni della borsa.
Il mondo è lacerato da guerre e massacri: Gaza, Sudan, Myanmar scomparsi dall’informazione, tranne squarci di propaganda. L’università di Uppsala certifica 65 conflitti attivi, non solo quelli più gravi in Ucraina, Medio Oriente, Iran. La guerra, nel tempo delle armi nucleari, rilegittimata, regole internazionali e diritti umani calpestati.
L’ONU è paralizzato dal diritto di veto, alla Corte Penale Internazionale, che giudica i responsabili di genocidi e crimini contro l’umanità, aderiscono 125 nazioni, ma non Stati Uniti, Russia, Cina, India, Iran, Israele.
Cresce la spesa per il riarmo: 2.887 miliardi di dollari nel 2025, quella per gli arsenali nucleari supera 100 miliardi annui, 3,5% di quella totale. Si sottraggono risorse a sanità, scuola, ambiente, lavoro e dilagano le disuguaglianze. 12 supermiliardari hanno ricchezze superiori a quelle di metà della popolazione del pianeta; il 70% della popolazione globale vive in Paesi in cui aumentano disparità economiche e sociali.
Alcune democrazie hanno abbandonato azioni per prevenire i conflitti e rilegittimato la forza. L’Occidente si presenta come nemico del governo multilaterale, che associ nazioni come Cina, India, Sudafrica, Brasile, e affida alle armi la creazione di nuove, illusorie, egemonie.
La democrazia è sfidata dagli oligarchi delle multinazionali che hanno proprietà e controllo della rivoluzione digitale: più potenti di molti Stati, vogliono privatizzare istituzioni, guerra, conquista del cosmo.
Proclamano che la democrazia ostacola la libertà: la loro, non quella dei popoli!
In Cina il controllo sulle innovazioni tecnologiche avviene attraverso un sistema politico autoritario.
È necessario un modello alternativo, democratico, non liberista, che fissi regole, finalità di bene collettivo, eserciti controlli: un modello europeo. La democrazia europea è indispensabile anche se incompiuta.
L’Unione, unica al mondo, ha approvato direttive etiche per regolare la rivoluzione digitale; la Toscana, prima in Italia, ha approvato una legge per l’uso consapevole e responsabile dell’Intelligenza Artificiale.
In questo orizzonte si sviluppa un revisionismo di destra che riabilita il fascismo, ne circoscrive la violenza a dopo le leggi razziali, oscurando gli assassini di don Minzoni,
Matteotti, Gramsci, Amendola, Gobetti, i fratelli Rosselli, le repressioni, il martirio degli ebrei, le aggressioni ad altre nazioni, i crimini di guerra in Libia, Etiopia, nei Balcani, le stragi di civili, dalle Fosse Ardeatine a Sant’Anna di Stazzema a Marzabotto, 4.413 assassinati in Toscana, 23.602 in Italia. Vorrebbe archiviare l’antifascismo, fondamento della Costituzione, come fase storica conclusa. Inventa alternative tra antifascismo, antitotalitarismo, foibe. Nega l’azione di organizzazioni fasciste responsabili ancora di stragi dalla Banca dell’Agricoltura a Milano a piazza della Loggia a Brescia, dall’Italicus alla stazione di Bologna, l’intreccio con i servizi segreti deviati, la criminalità mafiosa, la P2 e la convergenza nell’obiettivo di abbattere la democrazia con il terrorismo di Brigate Rosse e Prima Linea.
La destra in Occidente attacca lo stato di diritto, opera per concentrare il potere nei governi; in Europa ostacola lo sviluppo della democrazia sovranazionale impedendo il superamento dell’unanimità nelle decisioni e quella italiana, nei rapporti con la Spagna, inaugura il ritorno a barriere tra Stati parte della comune Casa europea.
i presidenti Trump e Putin gareggiano nel sostegno a partiti eredi del fascismo.
Guai sottovalutare. Indifferenza e passività aprono spazi all’eversione antidemocratica.
Torna l’antisemitismo, mai giustificabile: a Sofia neonazisti tentano l’assalto a un hotel che ospita ragazzi ebrei.
Piero Calamandrei, nel dicembre del ’46, scrisse un articolo, “Nessuno sarà innocente”: di fronte ai venti che annunciavano la fine dell’unità antifascista e la guerra fredda, si chiede:” …chi è che semina le guerre? …”
Per l’ultimo conflitto mondiale è facile identificare i responsabili: sono due dittatori, Hitler e Mussolini. “Ma oggi quelle dittature sono cadute: oggi le sorti della guerra e della pace sono rimesse al popolo. Questo vuol dire…democrazia…” E conclude: è “…la terribile verità…Ognuno di noi, se la nuova guerra verrà, sarà colpevole per non averla impedita”!
Certo non è direttamente nelle nostre mani la decisione per riformare e rilanciare l’ONU o per il compimento della democrazia europea.
Possiamo però orientare su questi obiettivi, creare movimenti, costruire alleanze tra associazioni e quanti sentono il valore della fraternità umana.
Spetta all’Unione la responsabilità su politica estera e difesa, non sostenere riarmi nazionali, così da essere politicamente autonoma e portatrice di progetti di pace.
Possiamo finalizzare gli strumenti della democrazia a disegni di giustizia e cooperazione: volere leggi elettorali che rappresentino la volontà dei cittadini, usare referendum e leggi di iniziativa popolare.
Non dobbiamo smarrire la lezione dei sindaci da Giorgio La Pira a Mario Primicerio, di don Milani e di padre Balducci: ci hanno insegnato che se si vuole la pace, bisogna costruire la pace, non la guerra. E Aldo Capitini ci ha detto che la non violenza non è una resa, ma una forma di lotta.
Come ribadito da papa Francesco e papa Leone non ci sono più guerre giuste!
Impegniamoci contro il riarmo e, prima di tutto, per la messa al bando delle armi nucleari.
Dal gennaio 2021 è in vigore il Trattato dell’ONU sulla “Proibizione delle armi nucleari”: sono illegali produzione, sviluppo, immagazzinamento, test, uso e minaccia delle armi nucleari.
Nessuno dei Paesi ufficialmente dotati di armamenti nucleari o aderenti alla Nato vi ha aderito.
Non c’è nesso di necessità tra difesa e possesso di armi nucleari. La loro messa al bando è la via maestra per dare un futuro di civiltà all’umanità.
Un movimento di cittadini può chiedere che l’Italia aderisca al Trattato. Il Comune di Firenze, per la sua tradizione, potrebbe esserne alla testa coinvolgendo le comunità locali del Paese.
La pace era il sogno che unì la Resistenza, può animare oggi speranza e fiducia dei giovani. È il valore scritto nella Costituzione e nei Trattati che fondano l’Unione Europea, è il compito perenne della Repubblica nata il 2 giugno del ’46: un fine mai revocabile, un monito per le coscienze, una responsabilità per i cittadini. Un impegno capace di unirci, come fu nella Resistenza.
Viva Firenze! Viva la Resistenza, viva la Repubblica!
