In una bella mattinata di fine settembre ho preso parte, insieme ad una ventina di persone, ad un nuovo percorso di trekking urbano, guidata dal racconto puntuale e appassionato di Giada Kogovsek (ISRT) e di Ilaria Masi dell’Associazione Regola d’arte, che collabora da tempo con l’ISRT, attraverso il progetto denominato “Passi di libertà”.
Continuando a camminare, per così dire, sulle orme della storia, per questo autunno si è scelto di occuparsi anche di quello che accadde dopo la Liberazione, ed è proprio questo il tema del nuovo itinerario, che si snoda da Piazza San Marco a Piazza Signoria: Firenze 1946. Verso la Repubblica.
Ilaria ci ricorda che il suono della Martinella, la campana di Palazzo Vecchio che risuonò all’alba dell’11 agosto 1944, festeggia la liberazione di una zona che riguarda poco più di quello che adesso è denominato quadrilatero UNESCO, mentre tutta la zona a ridosso delle vecchie mura e dei viali resta sotto il tiro dei paracadutisti tedeschi lasciati nelle retrovie durante la ritirata tedesca che procedeva verso la Linea Gotica, e dei tristemente famosi franchi tiratori fascisti.
Cominciamo dal convento di San Marco, dove viveva già dagli anni trenta, in una cella piuttosto umida, il professor Giorgio La Pira, futuro sindaco e padre costituente, (davanti alla Fondazione che porta il suo nome c’è la lapide che lo ricorda).
La figura di La Pira si intreccia con quella di Piero Calamandrei, che fu rettore dell’Università dal 26 luglio all’8 settembre 1943 e poi di nuovo, dopo la Liberazione, dall’agosto 1944 al 1947, come ci viene ricordato in una sosta davanti al rettorato, in un angolo di Piazza San Marco. Alla ripresa dell’attività dell’Università nel 1944, Calamandrei afferma: «Mai come in questi mesi, in cui sui bollettini di guerra cominciavamo a leggere con tremito i nomi dei luoghi della Toscana, abbiamo sentito che questi paesi sono carne della nostra carne, e che per la sorte di un quadro, di una statua o di una cupola si può stare in pena come per la sorte del congiunto o dell’amico più caro».
La Firenze del 1946 è una città ancora povera e affamata, piena di macerie, tutta da ricostruire e da ripensare, e attraversata dalla violenza. Si chiamano continuamente in causa le forze dell’ordine, e l’ordine stesso va ricostituito. Si trattava soprattutto di reati comuni, di furti: e spesso erano furti per fame.
Le macerie restano a lungo, tanto che Roberto Rossellini gira a Firenze, all’inizio del 1946, un episodio di Paisà. In quel film si vede come Rossellini sia riuscito a creare inquadrature eccezionali, con i protagonisti che passano sulle macerie, c’è anche un’inquadratura del Corridoio Vasariano, che i personaggi percorrono in senso inverso rispetto al percorso compiuto dai partigiani subito dopo la distruzione dei ponti ( avvenuta fra il 3 e 4 agosto del 1944), quando i giovanissimi Orazio Barbieri, comunista e Enrico Fisher, azionista, riescono a stabilire una linea telefonica con gli alleati in oltrarno con un cavo lungo più di un chilometro.
L’estrema povertà è testimoniata, per esempio, dalla tessera annonaria, introdotta con l’entrata in guerra dell’Italia nel 1940 e rimasta in vigore per diversi anni, fino a sfiorare il 1950: valeva per i generi alimentari, ma anche per il vestiario. I ristoranti non esponevano un menù alla carta: c’era una sorta di menù fisso, un menù da mensa.
Percorrendo via Cavour incrociamo, al n.4 (sede attuale del Consiglio Regionale) una delle tante mense istituite in città: con circa 30 lire di allora si poteva mangiare.
Dell’organizzazione delle mense popolari si occupa proprio La Pira che viene nominato dal CTLN (la cui sede si trovava di fronte, dentro Palazzo Medici Riccardi), presidente dell’ECA di Firenze.
L’ECA era un organismo statale, creato poco prima della Seconda guerra mondiale (nel 1937) in sostituzione della Congregazione di carità; gli erano affidate l’assistenza sociale sul territorio comunale e l’amministrazione delle opere pie. A Firenze, nel clima ancora resistenziale del dopoguerra, l’attività dell’ECA fu gestita da 22 commissioni assistenziali capillari, delegate all’erogazione dei sussidi e composte, fra gli altri, dal medico di zona, dal parroco e da un’assistente sanitaria – attenzione: una donna. L’amministrazione militare alleata sostenne l’ECA sia finanziariamente, con contributi sostanziosi, sia con forniture alimentari.
Guardiamo verso Palazzo Medici Riccardi e immaginiamo gli anni della ricostruzione, facendo anche un passo indietro al 1944. Giada ci ha spiegato che il palazzo era sede della Prefettura, dunque un palazzo del potere, come Palazzo Vecchio e altri in città, occupato dalle gerarchie fasciste e poi, durante l’occupazione, anche naziste. Il palazzo viene quindi ripreso in mano dal Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, che proprio l’11 agosto 1944, alle sette del mattino, da qui nomina la giunta comunale che si insedierà a Palazzo Vecchio. Primo sindaco è Gaetano Pieraccini, socialista, i due vicesindaci sono Adone Zoli, della DC, e Mario Fabiani, futuro sindaco eletto, del Partito Comunista. È la coralità della Resistenza, non solo armata ma anche politica, che si riappropria dei palazzi simbolo del potere cittadino.
Palazzo Medici Riccardi è il simbolo del nuovo Stato e della nuova legalità, un cammino difficile dopo un ventennio di dittatura segnato da arbitrio e violenza. Serve un’educazione, e il ruolo dei partiti è fondamentale: devono formare i propri iscritti e i simpatizzanti, tanto più in vista di una campagna elettorale che si annuncia molto calda. Ed è proprio qui, il 30 marzo 1946, che viene firmato un patto fra tutti i partiti antifascisti della provincia di Firenze per garantire la regolarità delle elezioni, difendere la libertà e favorire l’instaurazione della Repubblica democratica.
In attesa di conoscere i risultati del referendum, l’8 o il 9 giugno si svolge un evento: eccezionalmente è arrivata da Padova una reliquia di Sant’Antonio, il braccio del Santo, giunta a San Marco Vecchio, sulla via Faentina, e tutta la popolazione decide di partecipare alla processione. Il corteo entra da via Cavour, arriva al Duomo e prosegue fino a Santa Croce.
Fu un momento in cui la città si strinse insieme, e con quale carico di attese: il 2 e il 3 giugno si è votato per il referendum, le prime schede scrutinate arrivarono dal Sud e davano in vantaggio la monarchia. Pensate dunque con quanta tensione la città vive questa processione.
Proseguiamo il nostro cammino verso Piazza della Repubblica: dal 1890 al 1932, più o meno al centro della piazza, si ergeva il monumento equestre a Vittorio Emanuele II di Emilio Zocchi, trasferito nel 1932 all’inizio delle Cascine, nell’attuale Piazza Vittorio Veneto. La piazza porta il nome di Vittorio Emanuele II fino al dopoguerra e diventa Piazza della Repubblica nel 1947. I fiorentini hanno continuato a lungo a chiamarla piazza Vittorio, una piazza nata dalla demolizione del Mercato Vecchio e del Ghetto, come ricorda l’iscrizione sull’arcone, datata 1895: «L’antico centro della città da secolare squallore a vita nuova restituito».
Tutt’intorno ed anche in via Por Santa Maria, troviamo palazzi ricostruiti fra la fine dell’ottocento e il novecento: laddove c’era la Firenze vecchia, quella delle torri, dei palazzi nati accostando una torre all’altra, degli sporti, quella Firenze non esiste più. I nazisti poi, il 3 e 4 agosto del 1944, fanno saltare i ponti, e dove un ponte non crolla, come il Ponte Vecchio, fanno saltare i borghi e le strade da una parte e dall’altra dell’Arno.
Percorriamo via Por Santa Maria col naso all’insù: questi palazzi, nel rivestimento, ricordano quelli antichi – si sceglie la pietra forte, si fanno riferimenti alle ghiere, ai bugnati –, ma sono nuovi.
Entriamo in un grande magazzino: all’interno è conservata ancora una pittura murale di Valmore Gemignani e altri: sono artisti a cui il Comune affida lavori per ripartire e ricostruire la città anche attraverso le arti visive, alla fine degli anni Quaranta. Arriviamo al Ponte Vecchio e fra turisti e cortei nuziali riusciamo a ritagliarci uno spazietto in affaccio sul Ponte Santa Trinita.
Ci spiega Ilaria che una discussione molto accesa riguardò proprio la ricostruzione di ponti e uno in particolare: il Ponte Santa Trinita, mentre il primo ponte ad essere ricostruito fu quello che oggi chiamiamo Ponte alla Vittoria. Insieme al ponte Bailey costruito dagli Alleati accanto a Santa Trinita, erano di fondamentale importanza per collegare le due rive dell’Arno.
La ricostruzione del Santa Trinita fu infatti difficile e lunga, seguendo il principio che si era seguito anche per la ricostruzione dei palazzi (“com’era, dov’era”): il ponte viene terminato nel 1958, ma per le statue delle Stagioni che ne segnano gli accessi si dovette aspettare il ritrovamento della famosa testa della Primavera, ripescata in Arno nel 1961.
Seguono il ponte Vespucci e San Niccolò, l’ultimo a essere completato, insieme a Santa Trinita, è il Ponte alle Grazie.
Per tutti si mobilita il fior fiore di architetti e ingegneri: Firenze in quel momento presenta grandi possibilità.
Nel piazzale della Galleria degli Uffizi all’inizio di maggio del 1946 si tiene la festa dei fiori. Anche questo è un segno forte: Firenze, la città del fiore, che rifiorisce.
In questo luogo si svolgono però anche molti comizi, tutti molto partecipati a partire da quello di Saragat che si svolse il 12 maggio del 1946, mentre in altri teatri della città parlavano il sindaco Pieraccini e Pertini. Sono tutti qui a difendere i valori antifascisti, contro la monarchia pavida e complice del fascismo.
Concludiamo il nostro percorso sotto la Loggia dei Lanzi, dove il 12 giugno 1946 alle 18 precise, il sindaco pronunciò il suo discorso:
«Un solenne avvenimento, la proclamazione della Repubblica italiana, pone fine alla serie delle calamità che hanno percorso e scosso in quest’ultimo ventennio la nostra patria. Salutiamo con gioia la Repubblica; salutiamola nel conforto di aver esaudito il pensiero e i sentimenti di coloro, e furono tanti, che dettero la loro vita in olocausto alla libertà, e con la convinzione che la Repubblica risolverà l’angoscioso problema economico e sociale”
La Repubblica democratica è la migliore forma di governo che possa darsi un popolo; è affermazione di ordine e di legalità, è aria di libertà per ogni partito, è rispetto della personalità umana, è garanzia di giustizia per tutti. Dico Repubblica democratica, ma debbo aggiungere anche sociale, in quanto non trattasi del cambiamento di semplici simboli decorativi o delle note di un inno, ma bensì di un mutamento radicale e sostanziale dell’ordinamento economico. La Repubblica non è per noi fine a se stessa, ma mezzo e strumento di rinnovazione dell’ordine e dell’equilibrio politico ed economico del Paese”.
Osserviamo la piazza piena di turisti, immaginandola piena di gente, di bandiere e soprattutto di volti speranzosi che la ricostruzione morale e civile dell’Italia iniziata con la Resistenza potesse finalmente proseguire.
Ringraziamo Ilaria e Giada, che ci ricordano che ci sono ancora posti disponibili per i trekking di ottobre, sia quelli che ripercorrono i luoghi della battaglia di Firenze, lungo il Mugnone piuttosto che a Campo di Marte, sia il nuovo percorso Firenze 1946. Verso la Repubblica, che mi sento di consigliare a tutti.
Sonia Farese – ISTR
