Polonia, viaggio sulle tracce della Storia

Da Danzica, dove ebbe inizio la Seconda Guerra Mondiale, agli scioperi di Solidarnòsc, dalla ricostruzione di Varsavia fino ai campi nazisti di Auschwitz-Birkenau

 

 

Il viaggio inizia dove tutto ebbe inizio: a Danzica. I battelli turistici che risalgono la Motlawa fino alla penisola di Westerplatte, d’estate sono sempre pieni. Sembra una gita al mare, ma non lo è: Westerplatte è un luogo simbolico, e non solo per i polacchi. In poco più di mezz’ora si risale il fiume fino al Mar Baltico. Si sbarca nella striscia di terra dove il 1° settembre del 1939 la Germania attaccò la Polonia: fu l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Ogni giorno, meteo permettendo, tanti visitatori raggiungono il Memoriale nel punto più estremo a nord della Polonia, per omaggiare i «Difensori del Litorale», quei soldati di stanza che furono i primi a morire sotto il fuoco tedesco.

 

Danzica, oggi, è una bellissima città, quasi fiabesca. Ma è anche più di un secolo di storia stratificata, e ogni strato è ben visibile.

 

Westerplatte racconta solo il preambolo. È MIIW, il Museo della Seconda Guerra Mondiale, che completa il quadro. È una visita imperdibile. Tante lingue diverse si mescolano. Ci sono anche delle famiglie con bambini, in realtà è un luogo inquietante. L’edificio è un enorme parallelepipedo in bilico che emerge dal sottosuolo. Bisogna scendere al livello -3, cioè a 14 metri di profondità, per visitare il museo. Sarà un lungo viaggio nella devastazione dell’Europa. Si entra in un bunker che nella penombra del sottosuolo restituisce memorie, documenti, video, oggetti. Molto è ricostruito a grandezza naturale, comprese intere strade di Danzica con tanto di edifici crollati e carrarmati veri tra le macerie. Nella narrazione, la Polonia è al centro, stretta tra i due nemici di sempre: Germania e Russia. Il prezzo che il Paese ha pagato è altissimo. Si è testimoni di tante storie di eroi, ma anche di civili, di famiglie, di innocenti. Di odio. E non si è mai abbastanza pronti. MIIW ha una storia travagliata. Nel progetto originale, il museo doveva essere un monito universale contro le guerre. Invece si è quasi subito trasformato in un campo di battaglia politico. Nel 2016 la destra polacca del PiS, salita al governo, licenziò il fondatore e direttore Paweł Machcewicz, uno storico rinomato a livello internazionale, e impose una  narrazione del conflitto più nazionalista e patriottica. Il restyling per dare più risalto agli eroi polacchi costò svariati denari pubblici. Alcune sezioni furono inserite, altre tolte. Con il cambio di governo nel 2023, con l’attuale primo ministro Donald Tusk, il Museo ha riaperto completamente.

 

Poco lontano da MIIW, ci sono i vecchi cantieri navali Lenin. Un’altra pagina  di Storia contemporanea. Al cancello 2 degli ex cantieri, dove furono indetti i primi scioperi delle operaie e degli operai, e dove nacque il sindacato Solidarnòsc, ci sono mazzi di fiori freschi, foto vecchie e foto recenti, appesi come tanti ex voto. Sembra un luogo di pellegrinaggio. Foto, striscioni e fiori sono dedicati a Lech Walesa, il leader di Solidarnòsc, ma ci sono anche i ritratti di Papa Wojtyla, originario di Cracovia, che venne qui, a Danzica, a portare il sostegno della Chiesa agli operai in rivolta contro la morsa comunista. Proprio quest’area è stata scelta per costruire il bellissimo Centro Europeo Solidarnòsc. Luminoso, interattivo. C’è anche la cabina della gru dove lavorava Anna Walentynowicz, l’operaia e attivista sindacale che innescò le prime proteste: si può salire dentro e ascoltare la sua voce. C’è un pezzo del Muro di Berlino; una camionetta della polizia; il video, trasmesso in loop, del generale Jaruzelski mentre proclama le leggi marziali. Ci sono le rassegne stampa internazionali. Ci sono i tanti artisti, cantanti, scrittori, poeti, teatranti che negli anni ’80, attraverso la loro arte, denunciarono in tutto il mondo la soppressione della libertà in Polonia.

 

La Polonia non dimentica il suo passato. Tutt’altro. Lo mostra ovunque, con un orgoglio che a volte, ai nostri occhi stranieri, sembra sfiorare la propaganda. Siti storici, musei, ma anche totem e pannelli fotografici raccontano la devastazione del conflitto lungo le strade, nelle piazze, persino nelle vetrine dei negozi. L’80-90% di Danzica e di Varsavia furono rase al suolo dai bombardamenti tedeschi e sovietici. Nel dopoguerra, la Polonia ha voluto ricostruirli esattamente come erano prima: gli stessi palazzi, le facciate con gli stessi colori, le piazze pavimentate con le stesse pietre. Oggi i centri storici di Danzica, di Cracovia e di Varsavia, sono spazi affascinanti, quasi surreali per la perfezione della ricostruzione. La difesa dell’identità culturale del Paese è stata anche questo: la ricostruzione si è basata su documenti architettonici salvati dai bombardamenti o sottratti ai nazisti, e sull’uso dei materiali originali recuperati dalle macerie. A Varsavia, per riprodurre i colori e le atmosfere della Città Vecchia (Stare Miasto), ci si è ispirati anche ai dipinti di Canaletto, minuzioso pittore di corte nel ‘700. Il risultato è bellissimo, Plac Zamkowy è emozionante. Ma è popolata solo dai turisti e dai commessi dei negozi di souvenir. La vera capitale della Polonia è altrove. La nuova Varsavia è una metropoli moderna, con un cuore commerciale e finanziario, uno skyline di grattacieli, alcuni famosi come il Varso Tower o lo Zlota 44. Eppure anche qui sopravvive indomito il Palazzo della Cultura e della Scienza, che Stalin regalò ai polacchi. Dall’alto dei suoi 42 piani, troneggia ancora, non proprio amato e visibilmente impacciato, in mezzo a tutta quella modernità.

 

Cracovia, al contrario di Varsavia, ha conservato i resti del suo ghetto ebraico, il Podgorze. I nazisti vi confinarono fino a 60 mila ebrei. C’è ancora la Fabbrica di Schindler, che è uno dei pezzi forte dei tour operator. Ma la comunità ebraica oggi vive nel Kamizierz, il quartiere forse più amato dagli stranieri. Culto e turismo convivono. Le visite allo storico cimitero ebraico Remuh non fermano le preghiere all’interno della Sinagoga. Gruppi di giovanissime studentesse si recano alle sinagoghe guidate da uomini con la pistola infilata nella cintura dei pantaloni. Una bellissima libreria con testi di cultura ebraica antichi e moderni, si affaccia su Plac Wolnica. La sera, bar e ristoranti sono strapieni. Street food e street art si mescolano. Ma è solo una parentesi. Auschwitz-Birkenau ci aspetta.

 

Il campo di sterminio è il vero motivo del nostro viaggio. Per tanti anni è stato un desiderio rimandato, ma visitare questi luoghi, almeno una volta nella vita, si è alla fine rivelata una necessità. Ogni giorno arrivano migliaia di persone da tutto il mondo. Da Cracovia c’è solo un’ora mezza di bus, o un comodo treno e poi una camminata. L’accoglienza del museo è paragonabile a quella di un aeroporto. Controlli di sicurezza. Metal detector. Documenti da esibire. Tabelloni con le partenze dei gruppi assegnati alle diverse guide che parlano polacco, ceco, spagnolo, russo, ucraino, inglese, tedesco, italiano, francese. Orari rigidissimi. Le visite sono affidate solo a guide interne al Museo, che ha una gestione statale. Dallo scorso marzo, è possibile visitare Auschwitz solo comprando il biglietto on line direttamente sul sito del Museo. I tour operator sono stati tagliati fuori. Una decisione motivata, come si legge sul sito ufficiale, da certi comportamenti speculativi sui biglietti da parte di alcuni tour operator. Ma l’impressione è che il racconto dei campi di sterminio nazisti, nei quali hanno perso la vita un milione e centomila persone, e di queste oltre un terzo erano polacche, sia materia troppo delicata per essere affidata a un operatore turistico. Per quasi quattro ore la nostra guida ufficiale ci accompagna tra i blocchi di Auschwitz, le teche del Museo con i macabri resti, le baracche e il forno crematorio di Birkenau. Ciascuno cerca dentro di sé le proprie parole, e torna a casa con le proprie domande.

 

Manuela Zadro – Giornalista

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