Magnifica Humanitas. Ovvero custodi della persona nel tempo dell’IA

Passa come un testo sulla intelligenza artificiale (IA) e certo lo è. Anche.

 

Ma il cuore di quel testo, il cuore della enciclica Magnifica Humanitas (MH), pulsa altrove. “Riguarda la custodia della persona umana ed è un tema decisamente politico, se non addirittura geopolitico”. Così don Leonardo Salutati, docente di teologia morale, ha introdotto il suo intervento nella sede dell’Istituto Storico Toscano della Resistenza.

 

E mai come questa volta è stato chiaro il motivo per cui da tempo, alla antica definizione dell’Istituto sorto per fare memoria delle vicende resistenziali se ne è aggiunta una (“e dell’età contemporanea”) oggi riferita a una tematica, appunto l’IA, su cui in tanti intervengono. Non sempre con la trasparenza necessaria.

 

Un “seminario di approfondimento” – così lo ha definito il presidente Vannino Chiti – perché “la missione culturale e civile dell’Istituto è quella di collegare la memoria della libertà e della democrazia anche all’attualità così da farne occasione di orientamento e verifica”.

 

E la cosiddetta IA è una grande sfida per tutti ponendo “domande cruciali alla libertà e alla democrazia” in un contesto nel quale – ancora una sottolineatura di Chiti – oggi esistono solo due modelli di gestione per l’innovazione tecnologica chiamata IA: quello liberista statunitense (“che ha reso i giganti dell’informatica più potenti di molti Stati”) e quello cinese (“che assicura il controllo delle politica sulle imprese delle nuove tecnologie, ma con un sistema statuale ancora autoritario”). Con la nostra Europa che “per il momento, con le sue forze politiche, si dedica ad altro”.

 

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Impossibile, ovvio, sintetizzare in poche battute i due corposi testi – del già citato don Salutati e della sociologa Franca Alacevich – che hanno introdotto il pomeriggio a porte chiuse.  Con letture, convergenti, di un testo “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”.

 

Un testo che parla non solo ai credenti in Cristo. Perché anche un non credente – ha ricordato don Salutati riferendosi alla “piena umanità di Gesù” – può ascoltare la voce del Papa. E perché la Chiesa ha una sua “dottrina sociale” che, fin da sempre basata sulla centralità della persona umana, non è “ideologia religiosa” ma “strumento di discernimento” per l’uomo moderno.

 

Ed è di questa enciclica che don Salutati ha sintetizzato i cinque capitoli: il patrimonio della dottrina sociale (“il criterio della centralità della persona umana lo troviamo nella nostra Costituzione”) e una sintesi dei fondamenti (“il bene comune, la destinazione universale dei beni, la sussidiarietà, la solidarietà, la giustizia sociale, la partecipazione, l’opzione preferenziale per i poveri, la salvaguardia dell’ambiente”).

 

C’è poi il terzo capitolo (“il cuore dell’enciclica che si concentra su tecnica e dominio e sulla grandezza della persona umana rispetto alle promesse dell’IA”). Qui papa Leone denuncia il paradigma tecnocratico che riduce gli esseri umani a mera efficienza ed esorta l’umanità a “disarmare l’IA” che “non significa rinunciare alla tecnologia ma impedirle di dominare l’umano”.

 

Il quarto capitolo affronta temi oggi cruciali: post verità, democrazia, dominio delle menti, necessità di salvaguardare i corpi intermedi compreso “un giornalismo serio … e luoghi di confronto in cui contino l’argomentazione e la verifica più che la reazione immediata”. Il capitolo quinto, è “un potente appello contro ogni forma di guerra e una denuncia contro l’uso sempre più diffuso dell’IA nei conflitti”.

 

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Da sociologa, Franca Alacevich ha premesso un duplice ordine di stupore. Lo hanno provato in tanti, anche in ambienti laici, davanti al testo di papa Leone: la grande chiarezza espositivo-analitica e la qualità delle azioni, delle strategie, da intraprendere “per governare e per non farsi governare dalle macchine”. Strategie ai vari livelli: da quelle macro, internazionali, a quelle possibili in ciascuna singola persona.

 

Una enciclica – ha precisato – “che, sulla grande rotta della Rerum Novarum, ci chiama all’impegno e non ci abbandona alla impotenza” obbligandoci a una duplice negazione: sia all’ottimismo che al catastrofismo (pochi giorni prima un guru dell’IA aveva fatto scalpore, nel mondo, sostenendo che la stessa IA starebbe conducendo a una rapida catastrofe l’umanità intera).

 

Analizzando il testo della enciclica Alacevich si è soffermata su vari aspetti: le big tech, il loro enorme – concentrato in poche mani – potere, la contrapposizione fra modello statunitense e modello cinese, il ritardo dell’Europa, la scarsa trasparenza e le enormi capacità manipolatorie di queste tecnologie che mettono a rischio la democrazia.

 

Crescono le disuguaglianze, si affaccia un “nuovo colonialismo” con “nuove schiavitù” ormai sotto gli occhi di chi vuol vedere. Aumentano le nuove occasioni per le criminalità internazionali.

 

Diventano sempre più evidenti gli effetti sull’ambiente derivanti dal consumo di energia, acqua, risorse necessarie per gli sviluppi sempre più rapidi della IA. Una intelligenza che non va certo demonizzata, che può avere, e certo ha, elementi di utilità anche per le singole persone (“può essere un aiuto prezioso – ricorda Leone al punto 100 – e allo stesso tempo richiede un approccio sobrio e vigile”).

 

Ecco l’importanza di strategie per governare il fenomeno che, come ricorda il pontefice, non è né buono né cattivo e nemmeno neutro. Che non è uno “strumento” ma un “ambiente” nel quale l’umanità abita già. Da qui l’importanza (e il concetto sta facendo molto pensare) di “rallentare”.

 

Molto significativo – ed efficace. Non solo sul piano comunicativo – l’invito di papa Leone usato anche nei confronti dell’IA. L’invito a “disarmarla”. Che non significa (punto 110) “rinunciare alla tecnologia ma impedirle di dominare l’umano. Sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita”).

 

Tutto questo – ha chiuso Franca Alacevich, sulla necessità di istituire specifiche “autorità” pubbliche – merita di essere ridotto a formule di puro “idealismo”? Tutto questo è “utopia”?

 

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Curiosamente ma non troppo i due relatori hanno terminato i rispettivi interventi con queste due obiezioni che qualcuno potrebbe applicare alla enciclica. Siamo dunque sul terreno dello scarso realismo, del puro idealismo, della inutile utopia?

 

Risponde un secco no il teologo – e pure la sociologa sta su questa linea – ricordando un laicissimo richiamo di papa Paolo VI dedicato proprio all’utopia. Ricordava, il papa, nel 1971 e in un altro documento sociale e politico (la Octogesima adveniens), un significato di perenne attualità sul concetto di “utopia”.

 

Troppo spesso, anche oggi, si usa quella parola come “comodo pretesto per chi vuole eludere i compiti concreti e rifugiarsi in un mondo immaginario”. Troppo spesso, anche oggi, si dimentica che “utopia” è anche “una forma di critica della società esistente capace di stimolare spesso l’immaginazione prospettica per percepire nel presente le possibilità ignorate che vi si trovano e per orientare verso un futuro nuovo”.

 

No, davvero: se mai qualcuno avesse questa folle idea, per sostenere che “nel tempo della intelligenza artificiale” nulla si può fare per salvare la persona e l’umanità – e che dobbiamo solo affidarci, obbedienti, ai potenti del transumanesimo perché tentare di resistere è “utopia” – ricordiamo che Resistenza è sempre base di Liberazione.

 

Da non sottovalutare il confronto. Aperto dall’arcivescovo Gherardo Gambelli e dall’imam Izzeddin Elzir. Proseguito con vari interventi. Adeguato al valore dell’iniziativa. Propedeutico, si spera, ad altre iniziative. Fuori una Firenze vittima di calore meteo e di turismo becero. In qualche modo, chissà se consapevole o indifferente, emblema lapiriano sia di “Babele” che di “nuova Gerusalemme”.

 

Mauro Banchini – Giornalista

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