Pace e democrazia. Sul senso del 25 aprile, oggi

Il mondo è in fiamme. I testimoni sono quasi del tutto scomparsi. L’Ottantesimo, con tutta la rilevanza del suo essere anniversario “tondo”, si è ormai concluso. In questo presente convulso e drammatico, il 25 aprile rischia o di restare oggettivamente in ombra rispetto alle luci sinistre dell’attualità di guerra, violenze, autoritarismi dominanti o di essere mummificato in celebrazioni rituali ma vuote o, come spesso è accaduto, di essere strumentalizzato in letture di parte più schiacciate su interessi del presente che su una sua effettiva comprensione.

Eppure, proprio oggi più che mai abbiamo “bisogno” di vivere pienamente la nostra festa nazionale. Per farlo dobbiamo tornare alla Storia; bisogna riscoprire il 25 aprile nel suo significato profondo, restituirlo all’essenza del processo storico. E proprio così ritroveremo in questa ricorrenza un messaggio valido per questo presente.

L’insurrezione nelle città del nord, promossa dal CLNAI a fine aprile del 1945, fu il culmine della lotta di Resistenza: esperienza variegata che aveva riunito uomini e donne di diverse generazioni, di varie culture politiche, classi sociali, formazioni culturali. Era stata la lotta diversa ma convergente dei militari che avevano combattuto dopo l’armistizio dell’8 settembre nelle prime forme di resistenza così come nei reparti del regio esercito; vi erano stati poi coloro che, oltre 650.000, fra ufficiali e soldati, si erano rifiutati di proseguire il conflitto a fianco dei nazisti e poi di arruolarsi nelle forze armate della Repubblica sociale italiana, ed erano diventati schiavi del Reich, come internati militari italiani, nel sistema concentrazionario. Era stata l’opposizione delle forze antifasciste, con le armi, nella lotta partigiana, con l’impegno nel CLN, nell’organizzazione e diffusione della stampa clandestina, con i primi passi di una nuova politica. Era stata la resistenza civile di ampia parte della popolazione, pronta a rischiare la vita e i beni per proteggere i perseguitati dal nazifascismo: dagli ebrei ai disertori, dai renitenti agli antifascisti. Una lotta non scontata, non priva di sconfitte, esitazioni, errori, ma condotta, nella varietà delle posizioni e delle azioni, con tenacia, eroismo, sacrificio. Una lotta segnata da pagine eccezionali: dalle repubbliche autonome partigiane al grande sciopero dei primi di marzo del ’44, dalle 4 giornate di Napoli all’insurrezione di Firenze, ma anche da passaggi drammatici, acuiti dalla spietata determinazione con cui nazisti e fascisti portarono avanti il conflitto totale come guerra ai civili e agli inermi. Una lotta che fu, nella varietà delle sue manifestazioni, un no alla guerra e alla dittatura che troverà poi piena manifestazione nella scelta della Repubblica e nel testo della Carta costituzionale dei quali a breve commemoreremo l’ottantesimo anniversario. Perché il 25 aprile non è stato solo il culmine di un processo, ma ha in sé le radici della nuova Italia. Senza non avremmo avuto il 2 giugno, né questa Costituzione.

Per questo, oggi dobbiamo cogliere più che mai l’occasione del 25 aprile per ribadire, proprio a partire dalla conoscenza della sua dimensione storica, il valore della pace e della democrazia, affermati dopo prove indicibili grazie alla lotta antifascista e adesso messi in pericolo. A fronte del caos globale, dello smarrimento e del timore, proprio nel 25 aprile, vissuto nella consapevolezza della sua essenza storica, abbiamo la bussola per il nostro impegno quotidiano, per le scelte cui siamo chiamati in questo tempo presente.

 

Matteo Mazzoni – Direttore ISRT

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