Aspettando la Repubblica. Il 1946 in Italia, Toscana, Firenze

Aspettando la Repubblica. Il 1946 in Italia, Toscana, Firenze”. Questo il titolo di un ciclo di incontri, in sinergia con la Biblioteca delle Oblate e sostenuto dal Comune di Firenze Assessorato alla Cultura, curato dall’ISRT in occasione dell’ottantesimo anniversario della Repubblica italiana.

Sei appuntamenti pomeridiani (ore 17 nella sala storica Dino Campana delle Oblate, in via dell’Oriuolo 24 a Firenze) fra il 14 aprile e il 26 maggio con il coordinamento scientifico di Matteo Mazzoni direttore ISRT.

Relatori Monica Rook, Leonardo Bianchi, Luca Brogioni, Pier Luigi Ballini, Riccardo Saccenti, Teresa Catinella.

Ed è a Pier Luigi Ballini che abbiamo chiesto un rapido inquadramento sul significato di un anno destinato a essere ricordato per scelte di enorme significato compiute in un paese distrutto, con macerie di tanti tipi, dalla guerra. In particolare gli abbiamo chiesto sulla scelta fra Monarchia e Repubblica.

Un anno, il 1946, che oggi, 80 anni dopo, merita di essere non celebrato con retorica peraltro inutile se non controproducente, ma interpretato. E vissuto. Sapendo di “dover vivere il tempo che ci è dato vivere. Con tutte le sue difficoltà”.

 

Ottanta anni fa gli italiani scelsero, con un referendum, la Repubblica. Come si arrivò a quella decisione?

Tre settimane dopo la liberazione di Roma, il ministero Bonomi, composto dai rappresentanti dei partiti antifascisti (Partito d’Azione, Partito Comunista, Partito Socialista, Democrazia Cristiana, Partito Liberale, Democrazia del Lavoro) aveva approvato, con il decreto 25 giugno 1944 n. 151, la cosiddetta “costituzione provvisoria”.

Si stabiliva che le forme istituzionali dello Stato, dopo la completa liberazione del Paese, sarebbero state scelte dal popolo che avrebbe eletto – con procedure da stabilire – “a suffragio universale, diretto e segreto”, una Assemblea Costituente “per deliberare la nuova costituzione dello Stato”.

 

Ma i partiti erano tutti d’accordo?

Quello era un decreto approvato senza consultazione preventiva con la Commissione Alleata. Il dibattito su questo tema venne ripreso nell’ottobre 1945, durante il ministero Parri, e di nuovo durante il ministero De Gasperi, formato il 10 dicembre 1945.

I partiti antifascisti avevano posizioni diverse: i liberali erano favorevoli ad un referendum per scegliere fra Monarchia e Repubblica; comunisti, socialisti e azionisti erano contrari al referendum istituzionale e ad una preventiva limitazione dei poteri della Costituente; gli azionisti, in particolare, chiedevano anche “l’accantonamento della Luogotenenza prima delle elezioni” e prospettavano una Reggenza civile.

 

Quale la posizione di Alcide De Gasperi?

Lui era favorevole ad affidare direttamente al popolo la scelta fra Monarchia e Repubblica: soluzione preferita dal Luogotenente, sostenuta dagli Alleati inglesi e americani.

Il referendum aveva, per De Gasperi, “un grande valore morale perché dava il senso democratico e pacificatore di una suprema decisione popolare e di un consenso esplicito della maggioranza alla nuova forma dello Stato”.

Il suo orientamento era motivato anche dalle diffidenze, e resistenze, che una opzione repubblicana incontrava in Vaticano e negli ambienti cattolici, soprattutto nel Meridione. C’era anche la preoccupazione sulle conseguenze che una scelta fatta dalla Costituente avrebbe avuto sull’unità della Democrazia Cristiana esasperando i contrasti interni: gli iscritti, infatti, erano in maggioranza favorevoli alla Repubblica. Ma non tutti i potenziali elettori.

 

Ma alla fine arrivò l’accordo …

Data la situazione del paese non era facile trovare un accordo fra i partiti antifascisti. “Ogni qual volta che c’è stata una Costituente – annotava De Gasperi – le Monarchie erano già decadute; da noi, invece, direi che si tratta di giudicare la Monarchia in sua presenza”.

Alla fine di febbraio (1946) l’intesa venne comunque raggiunta: prima nel Consiglio di Gabinetto e poi in Consiglio dei ministri. La scelta fra Monarchia e Repubblica venne affidata a un referendum popolare da svolgersi in contemporanea alle elezioni dei deputati per l’Assemblea Costituente (si veda la cosiddetta “seconda Costituzione provvisoria”, il d.l.l. 16 marzo 1946, n. 98).

L’accordo evitò una crisi di governo, favorì una intesa sulla legge elettorale per l’elezione della Costituente – con rappresentanza proporzionale – e consentì lo svolgimento delle prime elezioni amministrative.

 

Quelle furono le prime elezioni libere dell’Italia liberata. Quando si svolsero?

Dopo vent’anni di dittatura, venne restituita agli italiani “l’arma del voto”. Le donne poterono, per la prima volta, votare ed essere votate. Le elezioni per i Consigli comunali si svolsero gradualmente, in più tornate, fra il marzo e l’aprile (in circa 5.700 Comuni su oltre 7.000) e poi in autunno, fra ottobre e novembre.

I partiti, i movimenti, l’associazionismo politico delle donne di matrice laica e cattolica, in particolare l’UDI e il CIF, svolsero una importante attività di informazione e di alfabetizzazione alla politica.

 

E con quali risultati?

Nei Comuni dove si votò con il sistema proporzionale le liste dei tre partiti maggiori (DC, PSI, PCI) ottennero il 79,3% dei voti espressi. I consiglieri comunali da loro eletti costituirono, con quelli degli altri partiti, il nuovo ceto amministrativo. Significativa fu, anche in questo ambito, la presenza femminile.

Le prime tornate di elezioni amministrative, che precedettero di poche settimane il referendum istituzionale e le elezioni per l’Assemblea costituente, permisero così di conoscere la forza dei partiti e il loro “irraggiamento territoriale”; una geografia elettorale che venne poi confermata, almeno per il Centro e per il Nord, dalle successive elezioni politiche del 2 giugno.

 

Quali le caratteristiche della campagna elettorale per il 2 giugno?

L’abdicazione – il 9 maggio – di Vittorio Emanuele III in favore del figlio Umberto, già Luogotenente generale del Regno dal giugno 1944, impresse una svolta alla campagna elettorale.

Quella fu la prima campagna di tipo moderno: la prima caratterizzata dalla partecipazione di grandi masse, dalla diffusione senza precedenti della stampa. E anche dalla assegnazione, con apposito regolamento, di spazi radiofonici.

Le tendenze dell’elettorato furono rivelate con un sondaggio di tipo moderno: in Italia, il primo. Venne effettuato dall’Istituto DOXA nel mese di aprile e pubblicato su “Il Sole” del 28-29 maggio 1946.

 

E il risultato?

Confermò la prevalenza della Repubblica: ottenne il 54,3% dei consensi contro il 45,7% della Monarchia.

La Toscana fu fra le regioni che dettero una larghissima maggioranza alla Repubblica: il 71,6% (prima di noi, per la Repubblica, il Trentino con l’85%, l’Emilia Romagna con il 77%, l’Umbria con il 76,9%).

Il referendum – annotò Piero Calamandrei – “rese possibile un fatto mai avvenuto nella storia (…) che una Repubblica sia stata proclamata per libera scelta di popolo mentre era ancora sul trono il re”.

Nella dialettica fra conservazione e rinnovamento, la scelta a favore della Repubblica rappresentò la volontà di una svolta, la voglia di chiudere una fase della storia d’Italia. Fu considerata, dai più, come una condizione pregiudiziale, resa possibile dalla Resistenza, per un rinnovamento profondo.

 

Mauro Banchini – Giornalista

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