Grosseto, l’Istituto Storico è anche un centro culturale

Nuovi linguaggi, ricambio generazionale e tanta storia locale. Ce ne parla la direttrice Ilaria Cansella

 

L’Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea (ISGREC) è un vivace centro culturale a tutto tondo. Nato 33 anni fa, nel corso del tempo ha saputo aggiungere alla ricerca storica, anche attività come mostre fotografiche, performance artistiche e contributi multimediali. Inoltre, è oggi un punto di riferimento riconosciuto all’interno della Rete delle Biblioteche di Maremma (Rete GROBAC). Ce ne parla Ilaria Cansella, direttrice scientifica dal 2021.

 

Direttrice Cansella, quali sono le caratteristiche dell’ISGREC?

«L’Istituto è nato nel 1993, fondato da un gruppo promotore di ex partigiani e studiosi interessati alla storia e alla conservazione della memoria locale della Resistenza. Ma fin da subito ha aperto alla Storia Contemporanea, con una prospettiva di lunga durata: ha sempre avuto un’attenzione a non incentrarsi solo sugli anni del fascismo e della Resistenza. L’Istituto ha sviluppato ricerche su vari aspetti della storia locale: dalle bonifiche Leopoldine al Risorgimento, dallo sviluppo urbanistico di Grosseto agli studi sulla psichiatria sempre a Grosseto, dagli approfondimenti sul Confine orientale per il Giorno del Ricordo fino alle problematiche del lavoro».

 

Qual è il patrimonio archivistico?

 «Abbiamo più di 50 fondi, senza contare i piccoli fondi di persona: contiamo più di 200 metri lineari di documentazione. È un archivio variegato, prevalentemente novecentesco. Nasce nel corso degli anni per la necessità di salvaguardare e conservare documenti importanti che arrivano in Istituto proprio per non essere dispersi: ci sono gli archivi dei partiti politici, conserviamo quello della federazione provinciale del Partito Comunista grossetano, c’è la DC; poi abbiamo fondi molto particolari di persone e associazioni, come l’Archivio dell’Ente Nazionale profughi a Rispescia, o l’archivio del Dipartimento di Salute Mentale di Grosseto. Una documentazione molto particolare, arrivata di recente, è la raccolta dei disegni provenienti dal Centro di Prima Accoglienza della Rugginosa, che nel 2016 vide l’arrivo di molti profughi, soprattutto dall’Africa. Furono proprio i migranti a raccontare le loro storie attraverso dei disegni, che poi furono affissi alle pareti. L’Istituto li ha recuperati e trasformati in un archivio che oggi è tutelato dalla Soprintendenza. Poi c’è l’archivio multimediale, al quale stiamo lavorando molto: comprende tutte le interviste che abbiamo fatto negli anni, comprese le campagne di raccolta di documentazione. L’ultima era dedicata alla storia del PCI: abbiamo chiesto alle persone di portare in Istituto delle fotografie, le abbiamo digitalizzate per una mostra online e poi sono confluite nell’archivio digitale».

 

È quindi un archivio molto vivo…

«È un archivio che viene consultato tanto, perché abbiamo tanti accessi, ed è anche abbastanza frequente che le persone ci lascino un piccolo fondo, una memoria di famiglia, una testimonianza. Facciamo anche attività con le scuole, proprio concentrando l’attività sul patrimonio, sia dell’archivio sia della biblioteca. La nostra biblioteca è la seconda del capoluogo di Grosseto, con oltre 20 mila volumi, e ha una specializzazione in Storia moderna e contemporanea. Facciamo parte della Rete delle Biblioteche di Maremma, che ha molti interscambi al suo interno, e noi siamo lo scaffale di Storia Contemporanea di tutta la rete della provincia di Grosseto, quindi i nostri volumi possono circolare tantissimo. Oltre a questo, abbiamo anche acquisito il ruolo di archivisti della Rete delle Biblioteche. Questo vuol dire che facciamo consulenza scientifica per i progetti che, grazie alla Regione Toscana, vengono realizzati per il riordino e la valorizzazione degli archivi provinciali, sia pubblici che di associazioni. Il prossimo progetto a cui stiamo lavorando è un convegno, il prossimo autunno, sul tema complesso degli archivi fotografici: spesso non sono sufficientemente valorizzati, e proprio per questo vogliamo metterlo all’attenzione della Rete».

 

Avete avuto momenti particolarmente difficili nella vostra storia?

«È stato drammatico il 2020, quando l’Istituto è stato sfrattato per un problema strutturale al tetto: si può immaginare la difficoltà di trasferire 20 mila volumi e 200 metri lineari di documentazione storica… È stato difficile anche perché, nel momento in cui viene sfrattato un istituto culturale con questo patrimonio, una soluzione alternativa sarebbe dovuta arrivare dall’amministrazione comunale. Invece, la questione è stata quasi interamente autogestita dall’Istituto. Fortunatamente, abbiamo trovato un edificio in concessione dalla Provincia di Grosseto e grazie a un crowdfunding siamo riusciti a raccogliere circa 80 mila euro per metterlo a norma e poterne fare la nostra attuale sede».

 

La storia del Grossetano è segnata da alcuni eventi storici, come la strage nazifascista di Maiano Lavacchio e i suoi Martiri d’Istia. La memoria locale è ancora viva?

«Il caso di Maiano Lavacchio è particolare: è un esempio di memoria persistente, nasce come memoria di una comunità, è stato tramandato attraverso i canti in ottava rima. Proprio per coltivare questo vissuto, l’Istituto ha creato la Casa della Memoria Futura di Maiano Lavacchio, percorrendo anche linguaggi artistici. La Casa è anche una residenza d’artista, ospita una mostra permanente dedicata ai martiri, accoglie laboratori didattici con le scuole di ogni ordine e grado, e conserva una piccola biblioteca di un deportato: è un luogo dove cerchiamo di mantenere viva la memoria attraverso forme di comunicazione meno formali. Diverso invece è il caso dell’ex campo di internamento di Roccatederighi, che fu un luogo cruciale della deportazione ebraica, sul quale facciamo i conti con l’assenza di memoria. Stiamo lavorando attraverso la didattica, anche con visite guidate, in collaborazione con la Regione Toscana e con il Museo della Deportazione, proprio per richiamare l’attenzione su quel luogo. Come vede, la memoria locale è molteplice, diversa a seconda dei casi».

 

Qual è il vostro rapporto con il territorio?

«L’Istituto ha avuto un cambio generazionale importante negli ultimi anni che lo ha reso più dinamico e visibile sul territorio. Le volontarie e i volontari, le dipendenti e i dipendenti sono giovani, e questo si riflette anche su alcune attività. Ad esempio, una cosa molto bella realizzata di recente, è la mostra diffusa «Chicchi e le altre», che celebra la figura di Teresa Mattei e delle donne che fecero parte della Costituente. La mostra – 21 pannelli, uno per ogni protagonista – è uscita dai circuiti tradizionali della cultura per andare tra la gente, nei negozi, nelle strade, nel tessuto urbano. È stata fatta anche una campagna sui nostri canali social: IG, Facebook e YouTube. Penso che questo tipo di iniziative funzionino molto bene perché danno all’Istituto la possibilità farsi conoscere e allo stesso tempo di far conoscere la Storia. Essendo poi quello di Grosseto un territorio decentrato, di fatto operiamo come un centro culturale a tutto tondo».

 

Qual è il vostro bilancio e di cosa avreste bisogno per lavorare meglio?

«Il nostro bilancio è di circa 200 mila euro. La difficoltà è che sono finanziamenti legati ai progetti, ci manca cioè il sostegno per la struttura, ad esempio per incrementare il personale, o per stabilizzare i giovani ricercatori che gravitano attorno all’Istituto».

 

Manuela Zadro – giornalista

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