Italia 1943. La stagione dell’incertezza

Recensione al volume L’Italia del 1943. La stagione dell’incertezza, a cura di Filippo Focardi e  Matteo Mazzoni, Viella, 2026

 

La stagione dell’incertezza”. Non hanno avuto dubbi, i curatori di questa notevole pubblicazione (“L’Italia del 1943”, uscita in questo 2026 per l’editore Viella nella collana dell’Istituto Ferruccio Parri), a trovare un sottotitolo che bene rappresentasse il senso dell’operazione.

Filippo Focardi e Matteo Mazzoni hanno raccolto i saggi presentati in un convegno nazionale – organizzato a Firenze, dal Parri con l’ISRT e Consiglio Regionale Toscana, nel novembre 2023 – su un anno così particolare.

Tredici saggi, sulla complessità di quell’anno, che non hanno l’ambizione di chiudere una ricerca mai conclusa ma che sono di buon aiuto per chi vuol capire meglio certe logiche, certe vicende, certi passaggi.

Un affresco bene distinto in tre dimensioni: come dall’estero si osservava ciò che stava accadendo in Italia; come i diversi corpi di uno Stato in uscita dal ventennio si trovavano in un momento di “sospensione”; come gli italiani (alcune categorie di italiani) vissero in quello “spaesamento”.

Sarà certo vero – come notano i curatori – che ne esce un quadro dal carattere “parziale”. Ed è certo vero che il caleidoscopio di colori consegnato anche da questa ricerca è troppo complesso e variegato per poter essere racchiuso in un solo convegno o in un solo successivo volume.

Ma chi vorrà approfittarne troverà già una bella occasione di conoscenza e di stimolo.

I quattro sguardi dall’estero riguardano in primis gli ex alleati in quell’anno diventati, anche se non per tutti, nuovi nemici. Non solo militari ma anche cittadini di un popolo che cominciò a vederci come “traditori”.

Ma estero significa anche l’antifascismo di chi era stato costretto a emigrare. In particolare viene trattato il caso dell’antifascismo italiano in Francia. Si passa poi a come due emittenti radiofoniche degli ex nemici (la mitica BBC e l’altrettanto preziosa VOA: Voice of America) svolgevano il loro ruolo di informazione verso un Paese intrappolato fra incertezza e speranza, sospensione e attesa, spaesamento e azione.

Il capitolo è chiuso con un saggio sulla comunità italoamericana e sulla campagna che l’esercito USA, con tanti militari dai cognomi italiani, stava combattendo per risalire, e liberare, un Paese fino ad allora nemico.

Ci sono poi cinque pennellate, sapienti e intriganti, su alcune articolazioni di uno Stato fino ad allora preda del regime: la monarchia, i militari, la magistratura, i diplomatici. Si aggiunge un contributo sullo sport nei  giorni di Badoglio.

Nell’ultimo capitolo, quello dello “spaesamento” (ma sfido chiunque a non trovarsi in quella condizione dopo ciò che stava precipitosamente accadendo), si tenta l’impresa forse più difficile: come la società, in alcune sue importanti articolazioni, stava vivendo quei dodici incredibili mesi.

Lo spaesamento, dunque, degli intellettuali (com’è ovvio soltanto alcuni nomi, ritenuti emblematici) e del clero (basso e alto). Quello dei militari (molti dei quali finiti in prigione per non aver accettato di appoggiare il nuovo nome del vecchio regime). E infine lo spaesamento in un certo mondo produttivo (si puntano i riflettori, in particolare, su due imprese “multinazionali” di allora. Entrambe in Toscana: Saint Gobain a Pisa e Solvay a Rosignano).

Colpisce – dal diario di uno fra gli intellettuali: Italo De Feo, allora trentenne –  un passaggio scritto proprio il 25 luglio 1943. “Sebbene prevista, la notizia della fine del fascismo … ci coglie di sorpresa: è una esplosione di gioia, ma anche un qualcosa che ci rende pensosi. Abbiano la sensazione di uscire da un lungo sogno e di vedere in faccia la realtà: il sogno era pieno di incubi, ma il risveglio è pure amaro”.

Sospeso fra un non più e un non ancora – questo il 1943 italiano – il giovane De Feo ci consegna parole che è ancora utile leggere. Un invito alla responsabilità destinato a non passare mai di moda. “D’ora in poi saremo noi stessi i protagonisti del nostro destino e Dio sa quanto poco vi siamo preparati. La dittatura ha avuto  il potere di addormentare le coscienze; bisognerà ritrovare il coraggio morale per assumere responsabilità e prendere decisioni”.

 

PS- In una domenica di un luglio caratterizzato dal cambiamento climatico – con bombe di calore e bombe d’acqua – che insieme ad altri drammi oggi ci mette in mezzo a nuovi “spaesamenti”, chi ha scritto questa recensione si è appena imbattuto in un vecchio (1962) film in bianco e nero trasmesso da una tv regionale.

Opera certo minore,  “Il cambio della guardia” (questo il titolo) è ambientato in un paesello di provincia. Proprio dopo l’8 settembre 1943.

Stanno per arrivare gli americani. Fra l’ex podestà (Cervi) e il musicista antifascista (Fernandel) si crea una certa situazione. E il podestà, prudentemente, chiede all’antifascista di prendere lui la fascia tricolore e di fare non il podestà ma il sindaco.

Il nuovo sindaco subito ordina di cancellare la gigantesca scritta (“credere, obbedire, combattere”) sulla piazza. Ma la situazione sembra ribaltarsi anche perché l’esercito USA, fino a poco prima dato in veloce arrivo, procede lento.

Il gerarca del fascio, che nel frattempo stava tentando di fuggire anche con “l’oro della patria” rubato ai paesani, pare riprendere vigore. E ordina al classico sempliciotto di riscrivere, pena fucilazione, le parole cancellate. Ma il sempliciotto si rifiuta. Nulla però a che fare con un gesto, diciamo, eroico.

Non posso farlo perché io sono analfabeta”, urla il sempliciotto. E lo urla quasi con fierezza. A salvarlo, in quel 1943 paesano, era dunque stata una provvidenziale ignoranza unita a una sempiterna furbizia.

Anche questo, a corredo di un volume che in copertina porta una foto con le manifestazione di giubilo 1943 per la caduta di Mussolini, anche questo può essere simbolo di italica “incertezza”.

 

Mauro Banchini – giornalista

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