La nascita del museo: briciole di memoria perché tutti ricordino

La follia della deportazione e dei campi di concentramento loro l’avevano vissuta sulla propria pelle. Ma quando, a guerra finita, tornarono in quei luoghi di sofferenza, scoprirono che le tracce di quel passato erano state cancellate. Allora decisero di costruire loro, pezzo per pezzo, un luogo della memoria, perché quello che era successo – la violenza, gli orrori, i compagni sterminati – non si potesse più ripetere. Il Museo della deportazione e della Resistenza di Figline è nato così, dalla determinazione di un gruppo di ex deportati. E anche oggi porta avanti con decisione la sua missione: raccontare e ricordare, perché tutti possano “meditare che questo è stato”, per dirla con Primo Levi.

Della storia e delle iniziative del Museo e Centro di documentazione su deportazione e Resistenza di Figline di Prato abbiamo parlato con il responsabile della didattica Enrico Iozzelli.

 

Cominciamo dalla storia. Il Museo-Centro di documentazione sulla deportazione e sulla Resistenza è parte integrante della rete toscana degli Istituti storici della Resistenza e dell’età contemporanea. Attualmente è gestito dalla Fondazione che è del 2007, ma in realtà il museo era nato prima, nel 2002. 

L’iniziativa fu di un gruppo di ex deportati, che negli anni del dopoguerra andavano a visitare il campo di Ebensee, in Austria, uno dei sotto-campi di Mauthausen. Ebensee è stato progressivamente smantellato, ad oggi ci sono in realtà soltanto delle abitazioni civili. I terreni sono stati venduti a privati. Solo un appezzamento è stato acquistato dalla moglie di un deportato francese, che vi ha costruito un cimitero memoriale. Allora i nostri deportati, nel corso degli anni, hanno recuperato oggetti e testimonianze del campo di concentramento che ancora erano presenti, nella maggior parte dei casi ritrovati nelle tante gallerie fatte realizzare dai nazisti all’interno del campo.

È stato un percorso faticoso, almeno inizialmente. I primi sopravvissuti che vanno ad Ebensee non trovano sponde, anzi trovano delle porte che si chiudono, perché gli austriaci che abitano nella zona hanno paura in qualche modo di essere giudicati come corresponsabili. E invece lo scopo dei sopravvissuti non era andare a cercare dei colpevoli, ma cercare di capire e di far conoscere che cosa era accaduto. Anche in seguito alla distruzione del campo, i deportati capiscono  la necessità di trovare una strada diversa per coltivare la memoria, che non si può basare semplicemente sulla conservazione del luogo. E quindi si iniziano a sviluppare questi contatti con gli abitanti, che nel tempo poi diventano sempre più frequenti e hanno portato al gemellaggio oggi esistente tra Prato e la città di Ebensee.

Questo accadeva soprattutto negli anni 60 e 70. Gli ex deportati hanno riportato tutti questi oggetti a Prato. Inizialmente questi ultimi vengono esposti in mostre temporanee presso associazioni o circoli di Prato. Solo nel 2002 è nato il Museo attuale. La collocazione a Figline è ovviamente collegata all’episodio dei 29 partigiani impiccati in questo luogo dai tedeschi il 6 settembre 1944, episodio che fa di Figline un luogo di memoria legato alla Resistenza e alle stragi naziste.

Oggi la Fondazione svolge le sue attività su vari fronti. Ha un archivio articolato in diversi fondi che spaziano dalla Resistenza alla deportazione toscana; porta avanti numerosi progetti di ricerca storica; è l’ente attuatore delle politiche della memoria per la Regione Toscana. A questo proposito ogni due anni la Fondazione alterna l’organizzazione del Treno della memoria ad Auschwitz con un grande meeting che offre a studentesse e studenti di tutta la regione un incontro di conoscenza e approfondimenti con i sopravvissuti alla deportazione.

 

Parliamo della vostra attività didattica, che è particolarmente sviluppata. 

Sì, come detto questo museo è nato con questo obiettivo: recuperare e  mettere insieme quante più informazioni possibili e documenti in modo che si sviluppi un centro di ricerca,  soprattutto sulla deportazione, in particolare quella politica,  che maggiormente ha coinvolto Prato. Non ci sono tante realtà simili in Italia. Ci sono musei che si occupano del tema deportazione, come la Risiera di San Sabba e il Museo Monumento di Fossoli, che sono però luoghi che ospitarono un campo di concentramento. Poi c’è il museo del binario 21 a Milano ma anche quello è un luogo simbolico ed evocativo. Questo museo invece ha una vocazione da subito legata alla didattica e c’è un forte collegamento con le scuole.

 

Che tipi di attività svolgete?

Innanzitutto le nostre visite guidate, che non sono semplici visite alla collezione ma vengono inserite all’interno di un percorso più ampio. I ragazzi vengono qui e rimangono circa 2 ore e mezza-3 ore. Il percorso completo prevede prima un’introduzione generale sul sistema concentrazionario, poi la visione di un filmato e infine la visita alla sala espositiva. Questo ci permette di fare un ragionamento ampio su quelle che sono le cause profonde che hanno portato al fenomeno della deportazione e cioè l’ideologia fascista in questo senso. Questo serve per fornire il quadro d’insieme per poter capire bene cosa poi si vedrà e anche per trarne delle riflessioni attualizzanti. Anche questo è un aspetto che curiamo molto, la ricerca in quel passato delle matrici, dei vettori che ancora oggi vengono utilizzati dalla politica ma che si trovano anche nel linguaggio comune, gli stereotipi banalizzanti sul sessismo, l’omofobia. Spiegare dove portano, ci aiuta a riflettere anche sull’inizio del percorso. È come vedere quello l’effetto di questi ragionamenti. Se iniziamo a praticare quel certo tipo di linguaggio, poi passeremo ai fatti, come è già accaduto più volte.

 

 Siete a contatto quotidiano con gli studenti: come vengono recepite queste  testimonianze, questo racconto che voi proponete? Come si rapportano le nuove generazioni con il racconto di questo terribile  pezzo di storia? 

È difficile fare un discorso generale, che scadrebbe nel generico. Quello che possiamo dire è che al museo l’attenzione è sempre elevata.  Uno dei motivi probabilmente è il fatto che le nostre visite propongono un percorso di approfondimento storico scientifico ma anche un coinvolgimento emotivo dei visitatori. Ovviamente l’argomento si presta: stiamo parlando di persone, quindi lavoriamo molto sulle biografie. Certo, tanti non hanno sentito questi racconti a casa, ma riconoscono un contesto familiare, in qualche modo conosciuto, che ci aiuta a rompere un po’ quella barriera che a volte esiste su argomenti così lontani nel tempo. Non dimentichiamo che si parla della deportazione, che è avvenuta ottant’anni fa:  per molti studenti dovrebbe essere un qualcosa di vago. Qui cerchiamo di renderla concreta, ad esempio attraverso la visione del filmato al quale accennavo poco fa, che racconta la storia di un ex deportato pratese, Roberto Castellani, che fu uno dei più attivi  nella promozione di questo museo. Il risultato è che spesso gli studenti riescono a evidenziare i punti di contatto con la propria biografia, con quelli che sono i ragionamenti che sentono in televisione, al bar o che a volte subiscono sulla propria pelle, come gli atteggiamenti discriminatori ben presenti anche nella nostra società.

 

In questi giorni avete presentato la vostra offerta didattica per l’anno scolastico 2026-27. Che novità ci sono?

Oltre alle visite abituali che hanno come temi centrali rispettivamente la deportazione e la Resistenza, abbiamo attivato tre laboratori di approfondimento: sulle fonti storiche, sulle bufale del fascismo e sul coinvolgimento degli studenti nel racconto, per cercare di renderli ancora più protagonisti della loro visita. Abbiamo attivato anche due trekking: uno sulla Resistenza e uno sulla deportazione.

Un altro progetto che stiamo realizzando adesso è quello di proporre una visita guidata in linguaggio semplificato, facilitato, quello che in inglese si chiama “Easy to read”. E è molto utile per il nostro tipo di utenza.  Qui vengono studenti anche da fuori provincia, fuori regione, dalle università straniere in Italia e anche ragazzi dalla Germania o dall’Austria. Ma una buona parte del nostro pubblico resta quello delle scuole di Firenze Prato e Pistoia. E qui gli studenti non italofoni aumentano in modo esponenziale ogni anno. Abbiamo notato che a volte ci sono delle difficoltà non tanto nel comprendere i contenuti ma proprio la lingua. E quindi abbiamo realizzato questa piccola guida in linguaggio semplificato, con l’aiuto del Centro provinciale di istruzione per gli adulti di Prato, mantenendo i contenuti fermi e semplificando il linguaggio in modo che tutti possano comprendere ciò di cui stiamo parlando. Non è una novità assoluta, intendiamoci, ma per Prato sicuramente lo è e anche per il nostro museo. È un modo per dare una risposta diversa alla questione legata ai tanti studenti stranieri nelle nostre classi. C’è chi vuol mettere un tetto alla loro presenza, noi cerchiamo soluzioni alternative per coinvolgerli pienamente.

 

Fabio Calamati – Giornalista

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