Negli ultimi decenni la storia dello sport ha avuto un notevole sviluppo, testimoniato da numerose e importanti opere. Per gli studiosi che intendono approfondire un tema simile, l’emeroteca dell’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea può essere una fonte preziosissima di notizie, soprattutto per quanto concerne la prima metà del XX sec. Spigolando tra i periodici in essa conservati, non da storici ma da semplici appassionati, un episodio “sportivo” di più di sessant’anni fa ci ha particolarmente incuriosito.
Colombey-Les-Deux-Eglises, 16 giugno 1960. Il Tour de France, la corsa ciclistica più importante al mondo, attraversa le pianure dell’Alta Marna, orami prossima alla festosa conclusione al Parco dei Principi, a Parigi. A bordo strada, tra la folla, si staglia una figura di quasi un metro e novanta, solenne, austera, elegantemente vestita di scuro. Qualcuno, tra i presenti, non crede ai suoi occhi: quell’uomo è il generale Charles de Gaulle. Cosa ci fa il Presidente della V Repubblica francese, l’eroe della France libre nella lotta antinazista, sulle strade del Tour confuso tra decine di curiosi e appassionati? De Gaulle ha tra il verde dell’Alta Marna, la propria residenza di campagna – la meravigliosa La Boisserie – e intende omaggiare i corridori che, dopo oltre tremila chilometri, stanno per raggiungere la capitale francese: «L’episodio principale della tappa d’oggi – riporta il «Corriere della Sera» – non è stata una fuga, non è stato un inseguimento, non è stata neppure una caduta, è stato semplicemente l’incontro del “Tour” col generale De Gaulle. Un incontro di spontanea cordialità, un incontro che non aveva nulla di ufficiale e di preordinato, l’incontro del Capo della Francia, che era mescolato con la folla di una strada, col “Tour” che passava» (C. Verratti, Oggi si conclude a Parigi il Giro di Francia degli italiani, «Corriere della Sera», 17 luglio 1960).
Il leader della corsa è un toscano di Bilancino, forte e tenace come una fiera dalla savana: Gastone Nencini, il Leone del Mugello. Ottimo passita scalatore, abile discesista, ma anche sprinteur, Nencini ha da poco compiuto trent’anni, è nel pieno della sua maturità sportiva ed ha già collezionato numerose ed importanti vittorie, tra cui il Giro d’Italia del 1957 con 19 secondi sul francese Louis “Louison” Bobet, tre anni prima laureatosi campione del mondo a Solingen, allora Germania Ovest, e oltre cinque minuti su Ercole Baldini.
In dodici anni di professionismo, sempre ad alti livelli, non sono mancate nemmeno le delusioni, alcune particolarmente amare, come quando si è visto portare via alla penultima tappa (Trento-S. Pellegrino Terme, 216 km) un Giro già vinto: correva l’anno 1955 e Nencini, vittima di una foratura, subiva l’attacco congiunto di Fausto Coppi e Fiorenzo Magni – un altro Leone, quello “delle Fiandre” –, che riusciva così a vincere la sua terza e ultima “corsa rosa” con soli 13 secondi sul Campionissimo. Scriverà Vasco Pratolini, con toni certamente non troppo lusinghieri verso il giovane toscano, reo a suo giudizio di una tattica eccessivamente attendista: «Ho molta comprensione per Nencini, questa sera, come per un amico in disgrazia, un parente a cui sia capitato un grosso guaio, molta comprensione dal lato umano; poca dal punto di vista sportivo. Il Giro, egli, non lo ha perso nella Trento-San Pellegrino, ma nel tappone delle Dolomiti. Domani saranno in molti a rimproverargli di non avere, comunque, tentato il più fresco quale era del suo gruppo, o prima o subito dopo la caduta, di andarsene da solo (o in compagnia di [Pasquale] Fornara, ch’era ai suoi ordini) alla rincorsa di [Jean] Dotto, mettendo così, fra sé e Coppi, fra sé e Magni e [Raphaël] Geminiani, quel minuto in più che gli avrebbe allora, per davvero, garantito la maglia rosa fino a Milano. […] Forse non ci sarebbe riuscito, ma che lo avesse tentato, e ne avesse dimostrato con tutta la sua forza l’intenzione, questo sarebbe bastato perché stasera si potesse mostrargli non soltanto della comprensione umana, ma la nostra solidarietà di sportivi. […]. Sia a lui che a [Aldo] Moser (queste speranze che, per fiorire aspettano gli eventi come le terre magre aspettano il fertilizzante) contestavo […] la mancanza della dote prima della giovinezza sportiva: l’ardimento, l’audacia. Gli dicevo che se si impara a vent’anni a sapersi amministrare, non si andrà mai lontano dalla contrada paesana. Fra qualche giorno Moser tornerà a Palù di Giovo, Nencini a piazza Gavinana o a Barberino, con addosso dei lustrini al posto del lauro che gli spettava. Certo essi sono giovani, è questione di tempo, Coppi e Magni dovranno pur smettere di correre sulla bicicletta e la successione spetta a loro giovani, per diritto naturale. Oggi, intanto, una volta di più, Coppi e Magni li hanno messi con le spalle al tappeto. Ancora una volta non può non essere che per i Gran Vecchi il nostro evviva» (V. Pratolini, Viva i Gran Vecchi!, «Il Nuovo Corriere», 5 giugno 1955).
L’estate del 1960 vede Nencini presentarsi al via del Tour de France forte del secondo posto al Giro, a soli 28 secondi da Jacques Anquetil – «Ventotto secondi!. Un’inezia. Sì e no trecento metri di distacco, dopo oltre tremila e cinquecento chilometri di corsa» (Anquetil ha vinto il Giro, «Il Giornale del Mattino», 10 giugno 1960) –, un signore capace di vincere in carriera due Giri, 5 Tour e una Vuelta di Spagna. Ma Anquetil, dopo le fatiche del Giro, decide di non correre il Tour e sono in molti, allora, a puntare sul giovane connazionale Roger Riviére, talentuoso corridore della Saint-Raphaël ed eccellente pistard, o sul belga Jan Adriaensens. Tutti ignorano che Nencini ha nelle gambe e nella testa l’impresa. Indossata la maglia gialla nelle prime due tappe, la riconquista – cucendosela addosso fino a Parigi – nella Mont-de-Marsan–Pau (228 km), tappa pirenaica con dure salite ed insidiose discese. La frazione, che vede Nencini secondo all’arrivo, è vinta da Riviére, al terzo successo individuale in quel Tour che, purtroppo, segna anche la fine della sua carriera: pochi giorni dopo, infatti, nella discesa del Col de Perjuret, in una terribile caduta si fratturerà la colonna vertebrale perdendo l’uso delle gambe. In un’intervista a seguito del successo parigino, alla domanda del cronista su quale sia stato il momento più drammatico di quel Tour appena concluso, Nencini risponderà: «Quando ho visto volare Rivière fuori strada. Non lo potrò mai dimenticare» (N. Oppio, Il toscano porterà a Loreto la maglia gialla del Tour, «Corriere della Sera», 18-19 luglio 1960).
Quel 16 luglio 1960, a Colombey, il generale De Gaulle, stringendo la mano a Nencini, disse: «Monsieur Nencini complimenti, lei ha vinto il Tour!». Il giorno seguente, nel contesto festoso del Parco dei Principi, Nencini, con indosso quella maglia gialla che all’Italia mancava da otto anni, consegnò a Marcel Bidot, commissario tecnico della nazionale francese, il mazzo di fiori simbolo della vittoria: dovrà portarlo in ospedale a Riviére, in segno di stima e di affetto. Un gesto di profonda umanità proprio di un grande campione che, al suo rientro a Firenze, fu accolto da una folla di settantamila persone. Una folla immensa come quella che, il 3 febbraio 1980, in piazza SS. Annunziata, salutò composta il suo campione, prematuramente scomparso. Tra le tante corone di fiori una, anonima, recitava: «Addio Gastone».
Mirco Bianchi – ISRT
