Intervista a Irene Dati, collaboratrice per la comunicazione visiva e digitale dell’ISRT
Irene Dati è redattrice editoriale e curatrice della comunicazione visiva e collabora con l’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’età Contemporanea fin dal 2017. Dopo il master in editoria, ha assunto un compito non facile: rinnovare la comunicazione dell’Istituto. Brochure e locandine per gli eventi sono alcuni dei suoi lavori grafici che identificano l’ISRT agli occhi degli utenti.
Irene Dati, come si comunica graficamente la Storia contemporanea, che è un soggetto vivo, in evoluzione, articolato, ma anche ‘delicato’, esposto a polemiche, tentativi di revisionismo, oblìo?
«Sin da quando è iniziata la mia collaborazione, l’ISRT ha avuto una intuizione, secondo me giusta: quella di voler rendere più moderna la comunicazione delle attività dell’Istituto. In quel periodo era comune pensare che, essendo la Storia un argomento molto serio, anche la comunicazione e la grafica dovessero essere molto serie. Intendo, a livello grafico, colori spenti, uniformi, standard. Un po’ vecchio stile. Ho invece cercato di cambiare approccio.
Come ISRT collaboriamo con molte realtà: università, istituzioni, associazioni. Questo certamente richiede che la grafica e la comunicazione si adattino al contesto. Ma, alla fin fine, è alle persone che ci rivolgiamo: studenti, insegnanti, studiosi o semplicemente appassionati. Un range vastissimo, uno spaccato di cittadinanza che comprende tutte le età e le tipologie. Per questo credo che, per attirare la loro attenzione, la comunicazione debba essere vicina al mondo di oggi. Siamo continuamente sollecitati da immagini, fotografie e messaggi. Così ho cercato di adeguare la comunicazione a questo stile: semplice, sia nelle parole che nelle immagini e nei colori, uno stile che graficamente sia anche piacevole, nonostante gli argomenti da comunicare siano tutt’altro che leggeri, anzi spesso drammatici».
Può farci qualche esempio?
«Il festival È tempo di storia dedicato alla storia contemporanea e realizzato nel 2024. L’evento aveva come ospiti storici, giornalisti, scrittori, attori e musicisti che hanno parlato di cosa significa raccontare la Storia oggi, quindi anche cosa significa trattare argomenti molto delicati attraverso media come la tv, i giornali, la radio e persino il teatro. Si rivolgevano a un pubblico che neanche immaginava quanti modi diversi ci sono di fare Storia… Per questo festival ho scelto dei colori forti, molto luminosi: il giallo e il viola. L’immagine della campagna comunicativa invece era una bussola che ricordava anche un orologio: rimandava al concetto di orientarsi sia nello spazio che nel tempo. Ho scelto immagini e colori pop, che hanno catturato lo sguardo e l’attenzione delle persone. In fondo è proprio questo lo scopo del mio lavoro: far convergere lo sguardo e l’attenzione del pubblico su argomenti anche di un certo peso».
Parlando di argomenti come la Resistenza, il rosso è il colore che la ricorda di più: i fazzoletti delle Brigate Garibaldi, il rosso del sangue versato per la libertà. I colori hanno una simbologia, e spesso intere fasi della Storia sono universalmente identificabili proprio attraverso quei simboli. Lei ne tiene conto?
«Anche io mi sono interrogata molte volte su questo aspetto. Quando ho iniziato il mio lavoro per l’ISRT, il rosso veniva usato tantissimo. Personalmente ho seguito un’altra idea e forse all’inizio ho trovato anche qualche diffidenza. Poi piano piano la mia idea si è fatta strada. Nel mio modo di fare comunicazione preferisco colori chiari, che vengono definiti ‘pastello’, rispetto al rosso acceso, ma comunque luminosi. Piuttosto, preferisco utilizzare delle immagini che hanno un forte portato simbolico: ad esempio, continuando con l’esempio della Resistenza, il papavero. Ma anche in questo caso cerco sempre di realizzare delle grafiche più astratte, accattivanti, rispetto alla fotografia iniziale, e utilizzare colori meno invadenti. Preferisco che il messaggio passi dall’immagine e non solo dal colore».
Si tratta forse di scardinare alcuni luoghi comuni? La Storia si può raccontare in maniera diversa?
«È proprio così. E poi come ISRT ci occupiamo di tutta la Storia contemporanea, quindi una quantità di argomenti molto vasta. In questi anni mi sono trovata a immaginare nuovi codici narrativi usando colori e immagini che non possono essere fossilizzati in un codice colore unico per tutti. Sì, la Storia si può raccontare in tanti modi».
Utilizza anche fonti documentaristiche dell’ISRT?
«Sì, mi è capitato di utilizzare materiali fotografici provenienti dal nostro archivio, oppure di estrapolare dettagli e volti da fotografie storiche particolarmente efficaci dal punto di vista comunicativo. Per alcuni eventi dedicati alla Resistenza, ad esempio, ho lavorato su primi piani di partigiani tratti dalle immagini d’epoca, perché riuscivano a creare un legame immediato con chi guardava. Del resto, l’Istituto conserva un patrimonio archivistico di straordinaria importanza».
Qual è il lavoro che le ha dato più soddisfazione?
«Sicuramente il festival È tempo di Storia, di cui parlavo prima, perché, nonostante la grafica molto semplice, ho avuto la sensazione che la comunicazione abbia funzionato davvero bene. Credo che quell’essenzialità abbia reso il progetto immediatamente riconoscibile e più vicino alle persone, riuscendo a trasmettere con chiarezza il tono e l’identità del festival. Un’altra campagna che mi ha dato soddisfazione riguarda un ciclo di eventi che abbiamo fatto nel 2021 e si intitolava Una per tutti. Le donne di ieri, la comunità di oggi. A ogni incontro raccontavamo una figura di donna che ha segnato la nostra storia contemporanea. Abbiamo spaziato dall’astrofisica Margherita Hack alla partigiana Tosca Bucarelli. In quel caso ho scelto di rappresentare queste donne in maniera storicamente neutra, senza una collocazione storica definita: gli abiti erano un po’ tratteggiati, non si sarebbe potuto dire a quale epoca appartenessero. Questo perché era un gruppo di donne molto eterogeneo. Mi piaceva l’idea di rappresentare una continuità temporale tra loro e le donne di oggi. Ho voluto evidenziare la pluralità e la varietà delle figure che hanno dato un contributo fondamentale alla nostra Storia, e che ci hanno permesso di vivere la vita come la viviamo oggi».
Dalle sue parole, definirei la sua una comunicazione ‘militante’…
«Ognuno di noi può contribuire a fare la Storia, in tanti modi e ciascuno con il proprio linguaggio. All’interno e intorno all’Istituto gravitano archivisti, storici, studiosi, artisti, e anche la comunicazione fa parte di questo processo molto articolato e composito: fare la Storia raccontandola in maniera efficace. Credo sia importante che, soprattutto alle e ai giovanissimi, arrivi il messaggio che la Storia non si studia solo sui libri o in classe, ma poi è fondamentale anche farla, ciascuno a suo modo».
Manuela Zadro – Giornalista
