La Resistenza è stato un grande mosaico composto da uomini e donne. Persone differenti per idee politiche, come tante volte si è giustamente sottolineato. Ma anche per cultura, estrazione sociale, condizioni personali, livello di consapevolezza di quello che stava accadendo in quei fatidici mesi dopo il settembre 1943. Un mosaico fatto di tante tessere, a volte diversissime tra loro, ma accomunate, quando è stato il momento, dalla capacità di scegliere. Da una parte c’era il ventennio nero, la dittatura, il sopruso elevato a sistema; dall’altra c’era soprattutto la libertà, prima ancora delle convinzioni e delle aspirazioni di ciascuno. E i tanti che combatterono i nazifascisti – non solo con le armi – non ebbero dubbi sulla parte dove stare.
Dell’esistenza di questo mosaico si può dar conto in diversi modi: per grandi linee, o con il linguaggio dei numeri e delle statistiche. Oppure immergendosi nei meandri della microstoria e – seguendo fili a volte tenuissimi – provare a ricostruire, a dare nome e volto, a tutte le tessere di quel mosaico. O almeno alla stragrande maggioranza. E’ un lavoro improbo, paziente, di lunghissima lena, ma senz’altro anche il più ricco di umanità. E’ quello che ha realizzato Roberto Daghini, militante della sinistra di Serravalle (è stato consigliere comunale di Rifondazione comunista) e appassionato di storia locale, in particolare della Resistenza nel pistoiese. Il suo ultimo libro si intitola “Le formazioni partigiane: Resistenza e guerra segreta a Pistoia e Provincia – Storie e biografie (1943-1944)”. Uscito lo scorso anno a cura dell’autore e – purtroppo – fuori commercio, va ad aggiungersi ad una già ricca produzione sul tema, da “Il Cammino per la libertà” (2013) a “Le formazioni partigiane S. Fedi” (2020), “Resistenza e partigiani del Comune di Serravalle Pistoiese” (2021), solo per citarne alcuni.
L’opera è ricca di 375 pagine, delle quali 265 sono occupate da alcune preziosissime appendici: una enumera le 79 formazioni partigiane attive sul territorio pistoiese censite da Daghini una per una. Si va da quelle più note e importanti, come la Brigata Bozzi (comunista), che arrivò a contare 900 partigiani, o le Squadre Franche Libertarie di Silvano Fedi, o ancora le formazioni di Giustizia e Libertà guidate da Vncenzo Nardi, fino alle piccole formazioni di ispirazione cattolica o a quelle costituite nel pesciatino su impulso di Manrico Ducceschi. Un’altra appendice elenca per nome, cognome e dati anagrafici oltre mille partigiani e patrioti. Per non perdersi in questo mare magno di dati, Daghini ha il merito di aggiungere in coda al suo saggio ben 26 pagine di indice dei nomi. Insomma, una gigantografia – dettagliata fino alla singola tessera – di quel peculiare mosaico che fu la Resistenza nel Pistoiese. Per realizzarla, l’autore stesso racconta i suoi cinque anni di ricerche sul campo, consultando le relazioni delle tre commissioni che, dopo la guerra, esaminarono le richieste di riconoscimento allo stato italiano dell’attestazione di partigiano o patriota. L’Archivio centrale dello stato di Roma è stato la fonte primaria delle notizie raccolte nel libro. Ma Daghini sottolinea anche il grande lavoro di confronto e (se del caso) integrazione effettuato con i documenti presenti presso altre istituzioni, come gli Archivi di Stato di Firenze e Pistoia, alcuni archivi comunali, i documenti dell’Anpi di Pistoia e – non ultimi per importanza – gli archivi degli Istituti storici della Resistenza di Firenze e di Pistoia. E le ricerche non si sono fermate qui: con una pervicacia che si intuisce in molte pagine dell’opera, Daghini ha cercato riscontri e nuove tracce da seguire dovunque queste si potessero nascondere, raccogliendo direttamente testimonianze e non disdegnando visite ai cimiteri di campagna, in cerca di nomi e volti utili a ricostruire le storie di cui è intessuto il libro.
L’opera è arricchita da una prefazione di Aldo Bartoli, presidente della Associazione culturale Antonio Gramsci e da una presentazione del presidente dell’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’Età Contemporanea Vannino Chiti. E’ a lui che si deve l’immagine del mosaico riproposta più sopra.
Daghini dedica anche diversi capitoli di approfondimento a specifici temi. Come le cronache dettagliate dei processi ai partigiani in provincia di Pistoia, scattati dopo il 1948, che l’autore collega direttamente al clima di contrapposizione ideologica Stati Uniti-Unione Sovietica instauratosi all’indomani della fine della guerra, clima che portò guai soprattutto a chi, solo pochi anni prima, aveva preso le armi contro il nazifascismo.
Molto spazio è dedicato anche agli episodi che Daghini raduna nella categoria “guerra segreta”: le azioni di spie, collaboratori, agenti segreti di tutte le parti in causa, di cui il libro documenta (per quanto possibile) azioni e responsabilità. Non poteva mancare un corposo riferimento al ruolo di Licio Gelli, schierato con i fascisti ma pronto a dare una mano anche ai partigiani, pur di costruirsi benemerenze che, nel 1944-45, gli furono di grande aiuto per passare indenne attraverso la rovinosa fine di un regime che aveva convintamente appoggiato. Episodi, comunque, già noti. Dove invece il libro di Daghini offre vicende e testimonianze inedite, quindi particolarmente preziose, è nel capitolo dedicato agli “eroi dimenticati”: figure talvolta non riconosciute neanche come partigiani o patrioti, ma che comunque ebbero un ruolo importante nell’indirizzare gli eventi di quei terribili mesi. Un esempio per tutti: quello di “Mariuccia” Frediani, che collaborando con i tedeschi di stanza a Treppio (conosceva la lingua) riuscì ad ottenere e a passare ai partigiani informazioni preziose sui movimenti dell’esercito nazista in ritirata. Un doppio gioco rischiosissimo che questa giovane riuscì a svolgere per diversi mesi rischiando tutti i giorni di essere scoperta. Addirittura, seppe per tempo che i tedeschi stavano per ritirarsi da Badi (dove era stato insediato il loro comando) e che, prima di farlo, avrebbero rastrellato i paesani, li avrebbero radunati in chiesa per poi far esplodere l’edificio. Sarebbe stata una strage orribile, non dissimile da quella di Sant’Anna di Stazzema: ma Maria fece in tempo a far trapelare la notizia, consentendo agli abitanti di mettersi al sicuro nei boschi. Tutti particolari che a Daghini sono stati rivelati da una lettera inviatagli da Diana Calvani, figlia di una nipote dell’eroica Maria, poi morta nel 2001 a Pistoia senza aver mai rivendicato nulla per le sue scelte di allora.
Strappare all’oblio storie come questa basterebbe a giustificare la fatica di Roberto Daghini. Il quale, però, non nasconde – in pagine intrise di una lieve amarezza – che molto ci sarebbe ancora da scoprire, se si potessero aprire tanti archivi rimasti finora inaccessibili. Un esempio? Poter consultare i fascicoli dei funzionari statali nel periodo della Repubblica sociale potrebbe fornire risposte a molti interrogativi che da troppi anni attendono risposte, come quelli che continuano ad addensarsi sullo scontro a fuoco che costò la vita a Silvano Fedi, il 29 luglio 1944 a Montechiaro di Casalguidi. Fu l’incontro fortuito tra i partigiani e un reparto tedesco o fu un vero e proprio agguato? Chi tradì il mitico capo partigiano? C’è ancora lavoro per Roberto Daghini o per altri storici che vogliano aggiungere tessere al mosaico.
Fabio Calamati – Giornalista
