A colloquio con Matteo Mazzoni, storico e direttore dell’Istituto Toscano della Resistenza e dell’età contemporanea. In riva all’Arno una battaglia militare e politica decisiva per la campagna d’Italia e il futuro della città
Snodo decisivo militare e politico della campagna d’Italia contro il nazifascismo, la battaglia di Firenze viene celebrata ogni anno l’11 agosto, giorno in cui, nel 1944, fu proclamata l’insurrezione generale e il Comitato toscano di liberazione nazionale prese i pieni poteri in città. Tuttavia l’evento, anzi il complesso di eventi di cui parliamo con lo storico Matteo Mazzoni, direttore dell’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea, va ben al di là di quella pur decisiva giornata e alla sua piena ricostruzione ed analisi, annota in esordio Mazzoni, mancano ancora diversi elementi che potrebbero e dovrebbero essere approfonditi e valutati.
In quale punto della complessa vicenda resistenziale si colloca la battaglia di Firenze?
Fu una vera battaglia, che non va identificata esclusivamente con l’11 agosto, quasi che quel giorno, fondamentale per capirne il significato politico, risolvesse tutto. In sostanza inizia il 3 agosto, termina i primi settembre e vede contrapposti tutti i soggetti della campagna d’Italia. Gli eserciti delle potenze che combattono in Italia, nazisti e Alleati, si sfidano a distanza. Firenze è uno degli esempi classici per capire la strategia dei tedeschi, che dopo la liberazione di Roma ripiegano mettendo in atto una “ritirata aggressiva”, con l’obiettivo di completare la Linea Gotica, fermare lì l’avanzata alleata e guadagnare un nuovo inverno di guerra. La situazione della Germania nell’estate del 1944 è compromessa ma non chiusa: in una prospettiva forse più velleitaria che realistica, i vertici del nazismo puntano sulle armi segrete in costruzione e su una resistenza tenace nel Nord Italia, che con le sue fabbriche è una pedina essenziale. Pur arretrando, e a prezzi altissimi, la Germania ottiene il suo obiettivo militare. Gli angloamericani dal canto loro avanzano velocemente, combattono molto, soprattutto sulla dorsale aretina, senese, sulle colline della Val di Pesa, a Impruneta. Quando arrivano a Firenze accettano di buon grado l’accordo con i partigiani, perché conoscono bene i pericoli della guerra in città. I partigiani dunque manterranno le armi e combatteranno in città.
In questa temperie spicca la personalità di Aligi Barducci, Potente.
Barducci era un ufficiale esperto, aveva combattuto in Albania e sul fronte balcanico meridionale per poi scegliere dopo l’8 settembre la resistenza armata. A Firenze in quel momento è il comandante delle forze garibaldine, comuniste, riunite nella divisione Arno. Barducci non solo dà una organizzazione militare ai suoi e una strategia ai combattimenti, ma dimostra anche una notevole capacità di interloquire con i comandi alleati, di capirli e di stabilire l’accordo che segna tutta la strategia della battaglia. È suo lo schema dell’insurrezione.
Come si svolge, a grandi linee, la battaglia?
Le brigate partigiane e i gruppi armati già presenti in città combattono contro due nemici: i nazisti che colpiscono la città con le batterie dai colli, Fiesole, Monte Morello, e i franchi tiratori fascisti che Alessandro Pavolini, segretario nazionale del Partito fascista repubblicano, aveva costituito a giugno, nel corso dell’ultima visita in Toscana. Tra il 3 e il 4 i tedeschi fanno saltare i ponti e la zona intorno a Ponte Vecchio. Dal 3 al 10 agosto ci si batte in Oltrarno. I giovanissimi Orazio Barbieri, comunista, e Enrico Fischer, azionista, riescono a stabilire una linea telefonica con gli inglesi attraverso il Corridoio Vasariano. È un episodio famoso, ripreso in forma un po’ romanzata nelle scene del film Paisà, di Roberto Rossellini. L’8 agosto Potente viene colpito nel corso di un cannoneggiamento tedesco e muore. Ma l’insurrezione ormai è pianificata e si avvia con l’attraversamento dell’Arno in secca da parte delle brigate partigiane sulle pescaie di San Niccolò e Santa Rosa. I tedeschi lasciano il centro storico l’11 agosto per attestarsi sulla seconda linea di difesa che sfrutta il Mugnone e la ferrovia del Campo di Marte. Si combatte strenuamente anche nei giorni successivi la dichiarazione dell’insurrezione generale e l’assunzione dei pieni poteri da parte del CTLN.
Siamo alla seconda parte dello scontro.
Sì, a quello che va dall’11 al 18 agosto, sulla seconda linea. Le brigate partigiane danno battaglia, così come i gruppi armati cittadini. Essenzialmente si tratta di combattenti comunisti, ma ci sono anche gli azionisti e raggruppamenti di tutti i partiti, compresi due piccoli gruppi armati cattolici, uno liberale, i socialisti. Sarebbe davvero utile ristudiare le carte per far riemergere la complessità della battaglia ma anche la pluralità dei soggetti che la animano. Battaglia dura, non scontata, i tedeschi non se ne vanno tranquillamente. Il 15 agosto, in una controffensiva, i carri armati nazisti ritornano in piazza San Marco, a poche decine di metri da Palazzo Medici Riccardi, sede del CTLN. La città vive ancora nell’incertezza, nella tensione. Il 18 le brigate riescono a sfondare la seconda linea. La terza e ultima linea sarà tra Careggi e la zona di piazza delle Cure e San Domenico. Dopo alcuni giorni di attesa ma anche di combattimenti parte l’offensiva finale su Careggi, ultimo presidio preso in ostaggio dai nazisti. Tra il 31 agosto, giorno della liberazione di Careggi, e il primo settembre, quando Fiesole insorge, di fatto la battaglia della città finisce.
Lei insite molto sul carattere “vero” e fortemente rilevante della battaglia.
È un elemento importante. Mentre il fronte si stabilizza sull’Arno, le forze alleate hanno la possibilità di modificare la loro posizione sul fronte italiano. Le truppe inglesi e le truppe coloniali dell’Ottava armata si orientano verso l’Adriatico, mentre su tutta la Toscana si allargano le truppe statunitensi. In realtà i primi ad entrare a Firenze sono i neozelandesi, i sudafricani, gli indiani. Gli americani arrivano alla fine della battaglia e tuttavia il loro arrivo influenza moltissimo la memoria popolare. Il 7 settembre del 1944 i partigiani devono consegnare le armi. Nelle brigate la delusione è forte, c’è un senso di sbandamento, alcuni le armi non le consegnano affatto, molti hanno in testa l’idea forte di proseguire la lotta in qualunque modo. Con forte spinta dei comunisti, aderiscono al corpo dei Volontari della libertà, che affiancano gli alleati sulla Gotica per liberare il Nord. Con un gesto senza precedenti il comando americano concede l’onore delle armi ai combattenti fiorentini, riconoscendone così il ruolo decisivo. Visto in un’ottica militare e con sguardo storico quello è il più grande riconoscimento alla Resistenza nella campagna d’Italia. Mai si era visto un esercito regolare concedere l’onore militare a dei partigiani, riconosciuti alla pari.
È a Firenze che cambiano il rapporto e la considerazione del movimento partigiano da parte degli Alleati, sul piano operativo, su quello militare e sul piano politico. Dal punto di vista strategico la battaglia di Firenze diventerà il modello che poi verrà ripreso nell’aprile del ’45 dalle città del nord, Genova, Milano, Torino: muoversi in autonomia, coordinarsi con gli alleati, controllare la città, unire insurrezione a combattimento.
E da punto di vista politico?
L’altro aspetto che caratterizza la battaglia di Firenze è proprio il suo valore politico, che spiega anche perché l’11 agosto sia stata la giornata scelta per celebrare la liberazione della città. A Firenze per la prima volta i partiti antifascisti “impongono” di fatto alle truppe alleate la nuova classe dirigente. Prima dell’ingresso degli Alleati viene nominato letteralmente tutto, la giunta comunale e la deputazione provinciale ma non solo. Già nelle riunioni clandestine del mese di luglio il CTLN aveva individuato i commissari che avrebbero assunto la guida di ogni organizzazione economica, sociale, culturale. Tutto doveva essere resettato rispetto all’esperienza fascista e messo nelle condizioni di ripartire immediatamente. Ce n’era la possibilità e la capacità, perché c’era disponibile una intera classe dirigente in grado di svolgere questo ruolo in ogni campo. Questa è la grande lezione della battaglia di Firenze, che poi viene ripresa anche al nord, l’insurrezione non solo come fatto militare ma come fatto politico.
Cosa ha lasciato questa storia nella cultura, nell’anima, nello spirito cittadino?
Questo momento rappresenta la più grande rottura nella storia politica della città, un cambio radicale di cultura politica. Dall’Unità d’Italia alla guerra Firenze è sempre stata governata dalla nobiltà. Alla fine degli anni Dieci c’era stata una giunta radicale, di alta borghesia e molto fragile, ma era durata pochissimo. Anche nelle elezioni del primo dopoguerra, quando la Provincia e tutti i comuni della provincia vanno ai socialisti o ai popolari, Firenze resta conservatrice. Nel 1944 per la prima volta le forze popolari, il movimento operaio, insieme a un certo mondo cattolico, entra in Palazzo Vecchio. E anche se a lungo la retorica e lo stereotipo della “città rossa” hanno poi influenzato l’identità fiorentina, bisogna riconoscere che quella giunta, quel CTLN erano l’espressione di un antifascismo nelle sue più variegate culture. L’altro aspetto rilevante è il fatto che quella Firenze era una città di cultura. La Firenze del 1944, 45, 46 è una città che produce nuove culture, la sua intellettualità sa leggere il presente e prova a progettare il futuro del paese. Quasi tutte le principali riviste dell’epoca, Il Ponte, Società, Belfagor, nascono a Firenze da culture politiche anche molto diverse, così come numerose e importanti case editrici. Quella Firenze, quella stagione di grande fioritura politica e culturale è finita abbastanza presto, è una eredità perduta.
Qual è il rischio maggiore oggi, a oltre ottant’anni da quegli eventi, in cui si può incorrere celebrandoli senza il necessario approfondimento?
Quello di insistere sulla retorica della città che insorge e che si libera da sola, quello di cadere in un provincialismo fiorentinocentrico che fa il pari con quello di chi, ancora oggi, ricorda con orgoglio che nel 1530 i fiorentini si opposero a Carlo V. E’ una vulgata negativa. Bisogna tornare all’essenza di quella esperienza, all’esempio di una città che, in piena guerra, pur con grandi difficoltà, tensioni e contrasti interni alle forze antifasciste, riesce ad esprimere una classe dirigente che si prende in carico l’uscita dall’emergenza e lavora per ridefinire il disegno stesso della città. Certo, da allora molto è cambiato, ma quella che dovrebbe rimanere viva è la lezione di metodo a cui ispirarsi, il metodo di una politica che discute, litiga, si scontra ma resta attenta alla concretezza di processi che devono essere affrontati; che sui vari temi alimenta un dibattito pubblico largo (quello sulla ricostruzione ad esempio) che è tecnico, culturale e politico insieme; una politica in cui malgrado i contrasti c’è il reciproco riconoscimento tra avversari. Pensiamo a Fabiani e a La Pira e alla loro idea comune di una città per le classi popolari. L’attenzione della politica alle persone e ai loro bisogni concreti era una conseguenza di quel cambio totale di classe dirigente che fu attuato allora. Il 1944, l’insurrezione, è stato il momento che ha segnato di più la storia della città, quella sua dimensione politica e culturale che poi via via si è persa. Bisogna stare attenti a non abbandonarsi alla retorica e capire veramente che cosa voleva dire allora governare con il popolo per il popolo, affrontare la responsabilità di un processo così dialettico, conflittuale, impegnativo.
Susanna Cressati – giornalista
