1. Introduzione
Nel 2002 Eric Hobsbawm intitolò la sua autobiografia Interesting Times, evocando con drammatica ironia la tragicità del secolo breve che aveva vissuto. Anche noi viviamo un’epoca “interessante” e dunque problematica: l’agenda internazionale è attraversata da crisi politiche e militari sempre più frequenti, mentre il diritto internazionale è disatteso e le organizzazioni globali appaiono incapaci di funzionare. L’ottantesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale offre allora un’occasione per riflettere sull’ordine emerso nel 1945 alla luce di tre “forze profonde” — nel senso di Pierre Renouvin — che hanno plasmato l’evoluzione del sistema: il declino relativo del ruolo propulsivo degli Stati Uniti; la trasformazione demografica globale; la modernizzazione economico-industriale del mondo emerso dalla fine degli Imperi coloniali. Da esse discendono la crisi di legittimità e il funzionamento sempre più precario dell’architettura nata a seguito dell’ultimo conflitto egemonico.
2. La crisi dell’ordine del 1945
Nel 1941 Henry Luce proclamava il “secolo americano”, definendo gli Stati Uniti come potenza- modello incaricata di difendere diritto, libero mercato e democrazia di cui, secondo la formula di Franklin Roosevelt, gli USA erano chiamati a essere l’arsenale. Quanto sintetizzato nel conflitto contro l’Asse (sedimentato nella memoria collettiva appunto come la «Good War») ha sostenuto la proiezione di Washington anche durante la Guerra fredda. Il 1989–1991 sembrava confermare questa traiettoria. L’esito dei due scontri contro la minaccia totalitaria (prima nazifascista, poi sovietica) confermava la superiorità dei valori e del sistema statunitense. L’ordine del 1945 poteva adesso applicarsi nella sua interezza.
Oggi quello stesso ordine è eroso dall’esterno e dall’interno. Nella società americana si osservano polarizzazione politica, crisi del compromesso sociale definito nell’epoca dei diritti civili e riattivazione dei cleavages etnici, territoriali, economici. Un’indagine del Pew Research Center del 2025 ha rivelato che il 62 % degli statunitensi ritiene che la propria democrazia sia in crisi. La società americana non è più in grado di garantire la realizzazione dell’American Dream. Una democrazia percepita come meno performante in casa fatica a proporsi come modello all’estero. Sul piano internazionale, inoltre, alcuni momenti hanno incrinato credibilità e capacità di attrazione: l’intervento NATO in Jugoslavia senza mandato delle Nazioni Unite; l’invasione dell’Iraq del 2003 giustificata da armi di distruzione di massa mai trovate; gli scandali di Abu Ghraib e Guantánamo; la crisi finanziaria del 2008, che ha delegittimato il modello neoliberista; il ritiro caotico dall’Afghanistan nel 2021; il controverso appoggio a Israele sulla guerra di Gaza, che hanno riattivato accuse di doppio standard. La leadership americana resta forte, ma meno propulsiva: la potenza permane, il consenso si assottiglia.
Parallelamente, la globalizzazione — un tempo sinonimo di americanizzazione — si è rovesciata. Il baricentro produttivo mondiale si è spostato verso l’Asia: le catene del valore non sono più sotto controllo occidentale e Washington reagisce con reshoring e decoupling, segnali di un’egemonia sulla difensiva. È utile ricordare la distanza storica: nel 1945 gli USA possedevano i due terzi dell’oro globale, controllavano i tre quarti del capitale internazionale e producevano metà dei beni materiali; il loro PIL era tre volte quello sovietico. Oggi, detengono il 12% dell’oro, controllano il 40% dei capitali e producono circa il 10% dei beni mondiali. L’Asia vale oltre il 60% del PIL mondiale ed entro il 2030 ospiterà il 70% della classe media globale. Pechino è il primo partner commerciale per gran parte dei Paesi del pianeta, producendo beni tecnologicamente raffinatissimi, tali da scalzare il primato statunitense.
Il mutamento demografico salda e accelera la trasformazione economica. Nel 1945 Europa e Nord America rappresentavano quasi il 30% della popolazione mondiale; oggi, stando ai dati delle Nazioni Unite, sono meno del 14%. L’Asia è passata da circa due miliardi a quasi cinque. L’Africa ha registrato una delle crescite relative più elevate e presenta un’età mediana di circa 18 anni (43 in Europa). I calcoli del Fondo Monetario Internazionale indicano che nel 2050 un individuo su quattro vivrà in quel continente. Un Occidente demograficamente in declino significa minore massa critica, mercati meno dinamici e ampi, forza lavoro ridotta, minore capacità innovativa e dunque ridotta competitività globale. Da qui la crescente discrepanza fra peso materiale del mondo atlantico e funzionamento di istituzioni pensate quando esso era economicamente e demograficamente dominante.
La saldatura tra crescita demografica e modernizzazione industriale del Sud globale produce il dato che la maggioranza della popolazione mondiale non si ritrovi in regole che registrano rapporti di forza definiti dall’ultima guerra, non dall’attuale distribuzione di potenza. Si chiude il “secolo americano” e l’ordine del 1945 mostra così limiti di rappresentatività: il G7 non riflette più il peso delle maggiori economie; il Consiglio di Sicurezza, che nei membri permanenti ricalca l’esito del 1945, continua a far aggio su un’Assemblea priva di poteri di indirizzo, ma che ha una rappresentatività maggiore, rispecchiando il mondo emerso dalla fine degli Imperi coloniali. Molti di questi nuovi attori emergenti chiedono redistribuzione di diritti di voto e dei sistemi di governance, o aggiustamenti territoriali. Il player più credibili in queste richieste sono quelli che i documenti statunitensi, prima, e quelli occidentali, poi, definiscono appunto revisionisti: la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese. La prima con l’attacco all’Ucraina a fatto fare un salto qualitativo, quello sul piano militare, alle proprie rivendicazioni, mentre la RPC, continua a muoversi su un piano di proiezione normativa (economia, finanza e standard) che però viene percepita da Washington come una sfida ancora più problematica perché su scala veramente globale.
3.Conclusioni: transizione ed egemone revisionista
L’Eurafrasia — l’isola-mondo — è oggi attraversata da un doppio arco di crisi: dal Sahel al Mediterraneo, attraverso il Medio Oriente fino all’Ucraina; dall’Iran al Kashmir, dai confini sino-indiani al Mar Cinese Meridionale. È riduttivo attribuire tali tensioni solo alle spinte normative cinesi o all’aggressività russa. Data la natura unica del primato americano, per come lo abbiamo conosciuto in questi ottant’anni, assistiamo a un fenomeno nuovo: l’egemone revisionista. Dal 1971 — dal Nixon Shock e dal superamento di Bretton Woods — gli Stati Uniti hanno iniziato a modificare i pilastri dell’ordine che avevano costruito, con la War on Terror e l’amministrazione Trump, questo percorso ha subito un’accelerazione drammatica rispetto alla pur radicata tradizione di considerare le regole formali dell’ordine valide solo se servono gli interessi dell’egemone: uscita dal trattato INF (2018), da quello Open Skies (2020), dall’UNESCO, dell’UNHRC e dalla WHO (2025).
Viviamo dunque una transizione egemonica, e le transizioni si chiudono con risoluzioni muscolari o con nuove legittimità condivise. La ridefinizione dell’ordine è possibile ma complessa: occorre includere nuovi attori senza alienare chi è in posizione di vantaggio. Non serve profezia per intuire che, nell’era nucleare inaugurata sempre nel fatidico 1945, l’esito dipenderà dalla moderazione politica, dalla capacità di immaginare regole condivise e far prevalere la cooperazione sulla competizione a somma zero. La posta in gioco non è solo il volto della futura egemonia, ma molto di più.
Mireno Berrettini
