Il poeta friulano in un discusso convegno a Roma della Fondazione Alleanza Nazionale e del Secolo d’Italia. A Firenze l’Istituto Gramsci Toscano dà la parola a tre prestigiosi studiosi di PPP
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“Il solo modo decente di parlare di Pasolini è leggerlo”.
Franco Fortini
Non è da oggi che la destra italiana cerca di arricchire il suo Pantheon culturale, inevitabilmente scarso quando non francamente impresentabile. Lo diceva Pasolini stesso: “L’Italia non ha avuto una grande Destra perché non ha avuto una cultura capace di esprimerla”. Dunque, nonostante il mediatico clamore, non ha destato grande meraviglia l’iniziativa recente della Fondazione Alleanza Nazionale e del Secolo d’Italia di organizzare alla Biblioteca del Senato un convegno intitolato “Pasolini conservatore”, concluso nientemeno che dal presidente del Senato Ignazio La Russa. Non nuovo l’intento di manipolazione culturale e politica, non nuovo l’oggetto di questa violenza strumentale utilizzata per perseguirlo.
E tuttavia, prima di approfondirne un po’ le caratteristiche, è utile riassumere qualche recente passo di questa strategia. La destra al potere sta infatti combattendo una vera e propria battaglia sul terreno dell’egemonia culturale, con un occhio di riguardo alle nuove generazioni e in più direzioni. La prima, di pedagogia basica, ha una importante diramazione fiorentina in “Passaggio al bosco”, la casa editrice di Casaggì, dal 2005 luogo di iniziative e aggregazione per la formazione giovanile di Alleanza Nazionale e poi luogo di militanza dei giovani di Azione Studentesca e di Gioventù Nazionale, l’organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia. L’editrice nasce nel 2017 con l’obiettivo di sviluppare tra i giovani le radici culturali dei fascismi novecenteschi, del nazismo e dell’antisemitismo, come è visto dal catalogo presentato alla Fiera nazionale della piccola e media editoria “Più libri più liberi”, con annesse polemiche e proteste.
Atreju, la festa dei giovani di Fratelli d’Italia, ha scelto invece fin dalla prima edizione del 1998 un “campo” più largo. Talmente largo da diventare “ecumenico” e totalmente incoerente, popolato da personaggi che, sembra di capire, possono essere attrattivi a destra in quanto percepibili come irregolari, eccezionali, divergenti dal mainstream. Il 30 novembre scorso, in un gustoso articolo sul Corriere della Sera, Fabrizio Roncone li ha elencati: Carlo Magno, Francesco, Guccini, Santa Caterina e Rino Gattuso. Cyrano de Bergerac, Patty Pravo, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Tex, Alan Ford, Corto Maltese. Poi nomi più ovvi a destra, come D’Annunzio, Marinetti, Pound, Evola, Céline, Ma al loro fianco vengono collocati Enrico Toti, Enrico Mattei, Salvo D’Acquisto, Adriano Olivetti, Giacomo Leopardi e Albert Camus, Leonida, Eleonora d’Arborea, Steve Bannon, Enea, Goethe, Dante, Anita Garibaldi. A Giovanni Guareschi, Giuseppe Prezzolini, Oriana Fallaci e Maria Montessori si affiancano Cristoforo Colombo, don Bosco, Guglielmo Marconi, Eleonora Duse, Maria Callas, Marco Polo. Ovviamente Pasolini, ma anche Simone Weil ed Edith Stein, “accanto – ha notato un altro commentatore, Christian Raimo – al comandante Guillet, massacratore nella guerra coloniale fascista e antirepubblicano nella guerra civile spagnola”. Di tutto, di più.
Da questa bulimia mitologica non si salva Che Guevara, eletto a suo mito da Casa Pound, perché il fascismo si vuole rivoluzionario, secondo l’esempio lasciato dal suo stesso fondatore storico. Non si salva (qui siamo al teatro dell’assurdo) nemmeno Enrico Berlinguer omaggiato nel 2024 a Pescara dalla conferenza programmatica di Fratelli d’Italia con una standing ovation istigata dal solito La Russa.
Sopra tutto svetta la teorizzazione di una nuova egemonia in chiave conservatrice ispirata a Antonio Gramsci e affidata ai vertici, ossia al ministro della cultura Alessandro Giuli (evoliano di ferro) autore del volume “Gramsci è vivo. Sillabario per un’egemonia contemporanea”.
Di questa tanto scoperta manipolazione Pier Paolo Pasolini sembra il soggetto ideale. Già nel 2018 lo storico Giovanni De Luna denunciava sulla Stampa: «Si è aperto una sorta di supermarket Pasolini. Ognuno prende dai suoi lavori quello che gli serve: brandelli di frasi, spezzoni di poesie, piegando le argomentazioni pasoliniane alle proprie strumentalizzazioni, distorcendone il senso, in un’operazione che somiglia molto al modo in cui oggi si confezionano le fake news».
E pazienza se si citano, ad esempio, solo alcune delle sue prese di posizione critiche su certo antifascismo, il suo invito a un giovane fascista “difendi, conserva, prega!” o la sua opposizione all’aborto, ma non la sua ripetuta adesione al marxismo, le esplicite dichiarazioni di voto al PCI (che pure non lo amava) o le sue aspre considerazioni (bersaglio Giovanni Guareschi) sulla “rabbia regressiva” dei reazionari che si agitano perché vedono il mondo cambiare, cioè sfuggirgli, reazionari che definisce “ammalati”, “spiriti senza piedi”.
Anche solo a rileggere questo limitatissimo repertorio di citazioni sembra davvero di poter concordare con Nicola La Gioia: “Pasolini è imprendibile”.
“Avercene oggi di Pasolini e di voci fuori dal coro come lui”, sospira Gloria Manghetti a cui abbiamo chiesto qualche riflessione. Manghetti è stata a lungo direttrice del Gabinetto scientifico-letterario G.P. Vieusseux e responsabile dell’Archivio Contemporaneo dell’Istituto fiorentino che custodisce un prezioso Fondo Pasolini. “Il suo era un pensiero libero – prosegue Manghetti – esposto in testi molto complessi, articolatissimi (penso alla sua posizione sull’aborto) e al tempo stesso incisivi sulla realtà. Una personalità ingombrante, inquieta. Evidentemente era di sinistra, professava il marxismo, ma un marxismo non di scuola e disturbava anche la sinistra. Ed è per questo suo essere non incasellabile in un cliché che esercita ancora una fortissima attrattiva soprattutto sulle nuove generazioni. Penso che la classe politica attuale manchi di veri riferimenti culturali e così accade che si estraggano sono alcuni elementi da interpretare in un certo modo, selezionando accuratamente i riferimenti”.
Nel corso di un recente convegno organizzato dall’Istituto Gramsci dal titolo “Pasolini tra passione e ideologia in Italia e nel mondo” gli autori di tre recenti libri sul poeta friulano hanno riecheggiato questi argomenti. In particolare Salvatore Cingari, autore con Siriana Sgavicchia del volume “Pasolini nel mondo. Mito, tradizione, immagini” (Mimesis 2025) ha sottolineato come il guardare al passato di Pasolini non vada confuso con un ripiegamento conservatore o addirittura reazionario ma come una ribellione alla falsa libertà del liberismo capitalistico e all’omologazione del consumismo: “Pasolini – ha detto Cingari – non era antimoderno, voleva un’altra modernità. E soprattutto fu ferocemente antifascista fino alla fine”. Quanto al suo rapporto con il Partito comunista Giacomo Marramao (autore di “Pasolini inattuale. Corpo, potere, tempo”, Mimesis 2025) ha rievocato l’indimenticabile incontro che Pasolini ebbe a Firenze con Cesare Luporini, filosofo e membro del Comitato centrale del PCI il 6 ottobre del 1975, alla Festa nazionale dell’Unità alle Cascine. Luporini aveva usato parole critiche molto forti nei confronti del poeta nel corso di una telefonata con l’amico Marramao poche ore prima dell’incontro. Che fu comunque straordinario per intensità e apertura: “Dopo il famoso articolo del 16 giugno 1968 sul Corriere della sera intitolato “Il PCI ai giovani” – dice Marramao – noi del movimento studentesco di allora lo consideravamo in effetti un reazionario. Eppure le sue posizioni, certo premature, erano anticipatrici dei tempi. Il vero fascismo era per lui la normalità omologante del consumo feticistico, un mondo in cui domina l’ansia dell’obbedienza a un ordine non pronunciato, in cui le diversità sono annullate”.
“Pasolini si batteva per difendere l’umano dalle aggressioni del neocapitalismo, che lo mercifica e brucia la possibilità di edificare la nuova civiltà di cui parlava Gramsci”, ha aggiunto al convegno un altro acutissimo studioso del poeta friulano, Paolo Desogus., autore del libro “In difesa dell’umano. Pasolini tra passione e ideologia” (La nave di Teseo, 2025). In un recente articolo sul Manifesto Desogus denunciava proprio lo “svuotamento” in atto di un intellettuale “indocile”, la sua progressiva trasformazione in una “figura opaca che ha smesso di essere sorgente di senso, spazio di interrogazione…catalizzatore delle identità altrui, spazio di mascheramento di significati disparati e contraddittori che mescolano vecchie frustrazioni politiche e nuovi tabù intellettuali…pretesto per polemiche passeggere o finti scoop”.
È lo svuotamento della funzione politica dell’opera di Pasolini, secondo Desogus, “che ha consentito anche alla destra di inserirlo nel proprio pantheon. “Il Pasolini spoliticizzato, sottratto alla storia e consegnato al presente, è in altre parole l’icona conciliata che disperde lo “scandalo della contraddizione”, quel “dato estraneo, diverso e inconciliato” che Pasolini incarnava.
E ora, che fare? Secondo Desogus, seguire il consiglio di Franco Fortini: “Il solo modo decente di parlare di Pasolini è leggerlo”. “È la lettura – conclude lo studioso – che riaccende la scintilla della poesia, il dissidio politico, il rifiuto del presente e delle sue falsificazioni”.
Susanna Cressati – giornalista
