In una lucida riflessione consegnata alle pagine del volume L’écriture de l’histoire del 1975, Michel De Certeau richiamava il legame strettissimo fra il lavoro di elaborazione e di intelligenza delle cose dello storico e l’atto dello scrivere la storia. I due aspetti sono, fra loro, inscindibili, soprattutto nel modo in cui la storia come disciplina si è venuta costruendo a partire dall’epoca moderna. Queste caratteristiche rendono la storia una forma di sapere destinata ad un rapporto problematico e strutturale con il potere e con la politica, a motivo della sua capacità di modellare la memoria e con essa gli elementi caratterizzanti un’identità condivisa proposta ad una comunità. Si tratta di una caratteristica che interroga e che è però anche foriera di sviluppi fecondi, perché obbliga a mettere sempre in questione il modo in cui si delinea il rapporto fra passato, presente e futuro.
Queste caratteristiche del sapere storico si ritrovano nella sensibilità intellettuale e civile di Beppe Matulli, che da presidente dell’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età Contemporanea non si limitò a offrire un servizio di amministrazione e gestione di questa istituzione. Quel ruolo fu per Matulli l’occasione per affrontare in modo più diretto e profondo il rapporto con la storia, guardata con gli occhi di chi aveva alle spalle un lungo itinerario politico, speso tanto nelle amministrazioni comunali e regionali che sui banchi del Parlamento e del Governo. La storia come disciplina, con un proprio metodo e un proprio orizzonte di interpretazione delle cose, rappresentava per Matulli un terreno da esplorare facendo tesoro di un’intelligenza educata nella palestra del realismo a cui obbliga la pratica politica all’interno di partiti e istituzioni. E tuttavia la storia era per Matulli anche una magistra, non tanto di vita quanto di quella grammatica dell’umano che consente di misurarsi con eventi, relazioni, dinamiche, scelte e coglierne tutta la profondità, tutte le implicazioni e i risvolti.
A testimoniarlo è il fatto che Matulli frequentò la storia sia come forma di pensiero che come scrittura, dedicando un lavoro accurato ad alcuni passaggi essenziali della vicenda italiana e fiorentina del Novecento. Basti qui ricordare la curatela del volume dedicato alla figura di Nicola Pistelli, uscito per Viella e frutto dell’impegno proprio dell’Istituto. Quella raccolta di saggi faceva il punto su una figura cruciale non solo nella vicenda della Firenze degli anni Cinquanta e Sessanta e che aveva avuto un ruolo di primo piano nell’avviare proprio Matulli all’impegno politico nelle fila della Democrazia Cristiana. Pistelli rappresentava l’occasione di tornare su un ventaglio di questioni essenziali per capire il modo in cui si era venuto costruendo l’assetto politico della democrazia repubblicana in Italia: la natura e il ruolo dei partiti, il nesso strettissimo fra politica ed elaborazione culturale, un senso profondo del peso della storia, la coscienza del carattere imprescindibile e preponderante della dimensione internazionale. Significativamente, in quel testo Matulli curò la pubblicazione di un lungo e articolato discorso di Pistelli tenuto nel Consiglio Comunale di Firenze, in cui la situazione della città veniva considerata e soppesata dentro questi diversi piani. E un approccio simile si ritrova in un prezioso saggio sui cattolici e la politica fra le due guerre, uscito in un volume curato da Piero Barucci, Piero Bini e Lucilla Conigliello. Perché proprio alla luce di un ripensare la vicenda del Novecento con lo sguardo della storia, Matulli aveva colto tutto il peso della “questione cattolica”, tornando su un giudizio tanto asciutto quanto sibillino di Federico Chabod sul carattere decisivo, per la storia dello stato unitario italiano, del coinvolgimento dei cattolici nella dinamica politica del paese.
Di tutti questi elementi il volume che Matulli ha dedicato ad Alcide De Gasperi rappresenta il frutto più maturo e compiuto. In quelle pagine, infatti, la discussione storica diviene lo strumento per andare in cerca dell’intelligenza compiutamente politica delle cose che guida l’operare dello statista trentino. Ne emerge così il ritratto di un De Gasperi che non è confinato nelle dinamiche politiche italiane, ma che piuttosto si staglia su una pluralità di piani e che soprattutto vive, nella propria biografia politica, la questione della democrazia come uno degli snodi cruciali del Novecento.
In questo modo di porsi di fronte alla storia di Matulli traspare, oltre alla sensibilità per la storia e per la politica, anche la lucida coscienza del ruolo e della funzione civile della pratica storiografica, soprattutto nel perimetro culturale e sociale di una democrazia. Lungi dal concepire il rapporto con il passato come una sorta di rifugio dalle delusioni del presente – Matulli ha sempre messo in guardia dalla tentazione della nostalgia – un simile rapporto con la storia invita a frequentarla come esercizio di una relazione con altri esseri umani, con altre esperienze di umanità. Perché è nello sforzo di riconoscere e intendere ragioni, aspirazioni, idee e scelte dell’altro, anche se appartenente ad un contesto che non è più il nostro, che si viene modellando una intelligenza aperta al carattere cangiante della realtà e al tempo stesso una coscienza di sé e del proprio tempo.
Riccardo Saccenti – ISRT/Università di Bergamo
