Nel 2015 l’uscita del bel film “Suffragette” diretto da Sarah Gavron, con Meryl Streep nei panni della coraggiosa, intrepida Emmeline Pankhurst, ha in parte “riparato” l’ironia con cui nel 1964, nel pluripremiato “Mary Poppins”, la Disney (per la regia di Robert Stevenson) aveva trattato la figura dell’attivista britannica pro voto alle donne. Ricordate? Nel 1906, a Londra, la borghesissima signora Winifred Banks, sposata (come dice il cognome) a un funzionario della City e madre di due vispi figlioli, indossa con orgoglio la sciarpa delle suffragette, “Votes for women”, e trascina nel suo canto guerriero cameriere, cuoche e spazzacamini. L’attrice Glynis Johns è la dolce interprete dell’effervescente, svagata, idealista militante, pronta “anche a morire ormai”. Cosa che storicamente si avverò per alcune delle sue compagne di lotta.
Passano gli anni, e in Italia arriva un altro film sul tema. Siamo nella Roma nel 1946, quartiere popolare. Delia è moglie, madre e schiava di tutti, a partire dal marito e dal suocero. Quindi la sua sarebbe una storia “normale”. Sennonché la tessera elettorale che per la prima volta si trova tra le mani le offre la possibilità di aprire uno spiraglio nella sua prigione. Il film che ha come regista, sceneggiatrice e protagonista Paola Cortellesi, è uscito con clamoroso successo il 18 ottobre 2023.
Questi citati sono film molto belli, e grande è stato il loro contributo (ciascuno con le proprie corde stilistiche) alla causa dell’emancipazione e dell’uguaglianza femminile.
Circa mezzo secolo divide queste storie (le lotte delle suffragette e il primo voto delle donne in Italia) così ben narrate. Decenni di battaglie e di rivendicazioni concluse positivamente, Se si riguardano queste scene, e le tante immagini storiche reperibili sul web di donne votanti e sorridenti, si può pensare che nel 1946 i giornali diffusi allora nel nostro paese appena liberato avessero riservato un posto d’onore a una delle più rilevanti conquiste e “novità” della vita politica, civile e sociale del nostro paese: il voto alle donne.
Per verificarlo siamo andati a spulciare le collezioni dei quotidiani custodite dall’Istituto. Una emeroteca di tutto rispetto, da maneggiare con cura perché tutta o quasi in cartaceo. Ovviamente quella di cui parliamo non è una rassegna stampa completa, ma solo un “campione” limitato al materiale disponibile, ancorché autorevole: Corriere della Sera, Nazione del Popolo (organo del CTLN) e Unità.
Abbiamo sfogliato i mesi di marzo e giugno del 1946. Una scelta suggerita dalla sequenza storica che qui in seguito riportiamo brevemente. Il 31 gennaio del 1945 con un decreto legislativo fu stabilito il diritto di voto alle donne che avessero compiuto 21 anni. L’eleggibilità delle donne, almeno venticinquenni, venne stabilita con un decreto successivo, il numero 74 del 10 marzo del 1946. Alle elezioni amministrative di quell’anno, la prima occasione in cui poterono votare e essere votate, le donne risposero in massa. Circa duemila candidate vennero elette nei consigli comunali, la maggioranza nelle liste di sinistra. Vennero anche elette le prime sindache della storia d’Italia. La stessa grande partecipazione femminile al voto ci fu in seguito anche per il referendum del 2 giugno.
Dunque, sfogliamo i giornali con aspettativa e speranza di trovare riscontro di informazione su questo importante progresso civile. Ma non troviamo nulla. Non una notizia relativa ai decreti e alle decisioni legislative, non un titolo, non un cenno nei sommari. Niente nei giorni precedenti il voto, e a risultati proclamati, nelle tabelle, non una percentuale delle elettrici, non un nome o una foto delle elette. Non un commento sull’esito della nuova normativa.
Il campione esaminato è limitato ma univoco o quasi. Nelle copie del Corriere della Sera e del Corriere di Informazione che abbiamo sfogliato la Festa della donna dell’8 marzo non è mai citata. Roba di comunisti, che l’avevano istituita nel 1922. Sulle elezioni amministrative che si sarebbero celebrate in marzo poche notizie, per l’appuntamento elettorale del 2 giugno un accenno alle elettrici donne in un corsivo intitolato “Tutti alle urne”. Nessun dato (donne alle urne, donne elette) e nessun commento in seguito.
Passiamo alla Nazione del Popolo, organo del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale. In questo caso l’8 marzo, Festa della donna, viene celebrato con un pezzo in testata, a firma di Aldo Capitini. Negli articoli sulle amministrative si nota qualche accenno (due righe al massimo) alla partecipazione femminile. Nella edizione del primo giugno la Nazione del Popolo consiglia le donne di non mettersi il rossetto per non sbavarlo sulla scheda che va sigillata.
L’Unità dell’epoca concede alle donne uno spazio di immagini. Per lo più tristissime, spente, tradizionali: disegni con proletarie-contadine sfiancate, a muso lungo, la foto della madre del fucilato alle Fosse Ardeatine (ma ripresa di schiena) che va a votare, l’anonima ragazza che guarda il sol dell’avvenire con in braccio un fascio di spighe. Non ci sono immagini di donne vere, quelle che hanno combattuto, che lavorano, che possono votare, essere elette. La retorica dilaga negli scarni commenti e nelle telegrafiche didascalie. Nell’edizione del 9 giugno compaiono le foto di alcuni eletti comunisti: in cima alla piramide Palmiro Togliatti, in fondo alla fila degli altri leader c’è Rita Montagnana.
Sul web si trovano facilmente fotografie molto belle e significative di quei giorni che hanno costituito una svolta determinante nella costruzione della nostra democrazia. Certo i giornali di allora erano fogli costruiti con fatica, in ristrettezze estreme di materiali, tecnologie, la comunicazione era lenta. Eppure questo piccolo campione di assordante e trasversale silenzio la dice lunga sulla faticosa strada che le donne hanno affrontato finora (e non è certo finita) per affermare il proprio ruolo nella società italiana. A partire dal primo diritto di cittadinanza: il voto.
Susanna Cressati – Giornalista
