Resistere alla violenza

Contro femminicidi e violenza di genere la difesa delle donne diventa un atto di resistenza civile e democratica. L’esperienza toscana

 

C’è una parola che appartiene alla nostra storia e che tendiamo a usare al passato: Resistenza. La immaginiamo nei boschi, nelle staffette, nei nomi scolpiti sulle lapidi. Eppure la Resistenza non è solo ciò che è stato. È anche ciò che accade oggi, ogni volta che una vita viene difesa dalla violenza, ogni volta che un corpo smette di essere territorio di dominio. La lotta contro i femminicidi e la violenza di genere è, a tutti gli effetti, una forma attuale di resistenza civile.

Nel 2024, in Toscana, nove donne sono state uccise in quanto donne. Oltre cinquemila si sono rivolte ai Centri Antiviolenza e più di duemilasettecento hanno trovato nei pronto soccorso il varco del Codice Rosa. Dietro questi numeri ci sono storie spezzate, violenze che spesso maturano nel silenzio fino a esplodere in tragedia, relazioni distrutte, bambini e bambine rimasti senza madre.

Di fronte a questi dati, la domanda non è solo sociale o giudiziaria. È una domanda che riguarda anche chi lavora sulla memoria e sulla storia: che cosa significa oggi resistere? Se la Resistenza di ieri fu ribellione contro un potere violento e autoritario, quella di oggi passa attraverso il contrasto alla cultura del possesso, alla sopraffazione domestica, alla negazione quotidiana di diritti fondamentali.

Il terreno è lo stesso indicato dalla Costituzione, all’articolo 3, quando afferma l’uguaglianza formale e sostanziale di tutte e tutti; e impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà delle persone. La violenza di genere è uno di questi ostacoli. Contrastarlo significa dare attuazione a questo principio, ogni volta che viene negato.

In Toscana questi strumenti hanno preso la forma di una vera infrastruttura pubblica e sociale: 25 Centri Antiviolenza, oltre cento punti di accesso, 28 case rifugio. Nel 2023 sono state accolte 134 donne con 110 figli. Accanto a questa rete territoriale opera il sistema dei Codici Rosa, presente in tutti gli ospedali della regione.  E soprattutto esiste un esercito civile fatto di operatrici, operatori, volontarie e volontari che ogni giorno resistono, contrastando la violenza con competenza, ascolto e cura.

“Cerchiamo di rispondere a tutte le situazioni – racconta Francesca Menconi del Centro Antiviolenza di Carrara – trovando soluzioni in grado di sottrarre le donne al rischio. I centri sono una rete attiva e condivisa. La permanenza dura mediamente sei mesi, prorogabili in base alla gravità. Poi si avvia un percorso di semiautonomia, per accompagnare davvero la fuoriuscita dalla violenza”.

Quali sono le cause profonde di questa violenza?

“All’origine c’è una questione culturale. Serve far crescere la consapevolezza e il rispetto dell’altra persona, a partire dalle differenze. Dobbiamo superare retaggi che vedono la donna come un oggetto o una proprietà. È un lavoro educativo che riguarda tutte le età”.

Esistono differenze legate all’età o al territorio?

“Non emergono grandi differenze territoriali. Si è però ampliata la forbice dell’età: oggi la violenza colpisce dalle adolescenti alle donne anziane, anche oltre gli ottant’anni. E nell’85 per cento dei casi avviene in ambito familiare”.

Un altro presidio fondamentale è quello dei Codici Rosa. Ne parla la dottoressa Vittoria Doretti, ideatrice, anima e responsabile di questa rete regionale, attiva in tutti i pronto soccorso toscani.

Che cosa accade quando una donna si rivolge al Codice Rosa?

“In Toscana è stato fatto un grande lavoro, non solo nell’attivare questi servizi, ma soprattutto nella formazione. In questi casi l’approccio umano è decisivo: bisogna saper ascoltare, senza giudicare. Al pronto soccorso basta dire due parole all’infermiera dell’accoglienza: Codice Rosa. Si attiva subito un percorso riservato di tutela. Entro venti minuti la persona viene accolta in una stanza protetta, dove si valutano gravità e rischi e si assumono le decisioni necessarie per garantire cure e protezione, in raccordo con le associazioni del territorio”.

Gli accessi e le denunce crescono ogni anno. Cresce la violenza o cresce l’emersione?

“L’esperienza toscana dimostra che è in atto un forte fenomeno di emersione. È il segno che aumenta sia la consapevolezza che la fiducia nei servizi. Non è un caso se la Toscana registra uno dei più bassi tassi di ritiro delle denunce”.

Vivere quotidianamente a contatto con questa realtà che tipo di reazioni provoca?

“Amarezza, ma non rassegnazione. E la consapevolezza che il lavoro che facciamo aiuta molte donne. Quello che preoccupa oggi è la crescita dell’efferatezza: aumentano la crudeltà, la violenza fisica ed economica, oltre a quella esercitata attraverso i social”.

Che cosa direbbe a una donna che ha paura di chiedere aiuto?

“Di farlo. Sempre. Anche se la vergogna sembra insuperabile. Si può chiamare il 1522, parlarne con un’amica, contattare un centro. La violenza è pericolosa perché isola proprio nel momento in cui si ha più bisogno di aiuto”.

Sul dibattito parlamentare relativo alla violenza sessuale, le loro parole sono chiare: “Il punto di partenza – afferma Doretti – deve essere il rispetto della volontà della donna. Il consenso deve essere libero, esplicito e consapevole: solo il sì è sì”.

“Serve una legge capace di leggere la violenza senza pregiudizi e senza incertezze. Se una donna non esprime consenso, è stupro”, aggiunge Menconi.

L’esperienza toscana mostra che una risposta strutturata è possibile e produce risultati in termini di emersione, tutela e fiducia nelle istituzioni. Non è sufficiente, perché il fenomeno resta profondo e radicato. Ma è un lavoro che rafforza la democrazia nei suoi snodi essenziali: l’uguaglianza, la libertà, la dignità della persona. Anche questo, oggi, è resistere.

 

Remo Fattorini – Giornalista

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