Sulle tracce della storia per invocare la pace: la Via crucis dei giovani a Firenze

Sul quotidiano «Libero» Antonio Socci, autorevole e conosciuta firma del giornalismo italiano, ha dedicato un articolo alla Via crucis dei giovani, che ha avuto luogo a Firenze il 27 marzo, alla presenza dell’Arcivescovo mons. Gherardo Gambelli (Via crucis partigiana del Vescovo di Firenze, 15 marzo 2026). Un’esperienza di ascolto e preghiera pensata nel segno della tradizionale liturgia pasquale e dedicata dagli organizzatori – Centro diocesano di pastorale giovanile, Arcidiocesi di Firenze, Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea (ISRT) – al tema della pace. Il percorso lungo le vie del centro storico cittadino si è soffermato in alcuni luoghi scelti a simbolo della città durante il secondo conflitto mondiale, dove poi sono state lette e condivise le meditazioni degli studenti delle scuole superiori della Diocesi. Socci, tuttavia, non è rimasto soddisfatto della collaborazione, giudicata insolita, tra le realtà ecclesiali e l’ISRT, nell’occasione coinvolto – ci teniamo a sottolinearlo – in qualità di consulente scientifico. Tale coinvolgimento ha identificato, infatti, per Socci, la «scelta “combattente”» della Chiesa fiorentina, che col suo «richiamarsi alla “lotta di Liberazione”» – affermazione, peraltro, non corrispondente al vero – testimonia della politicizzazione della CEI del card. Matteo Maria Zuppi. Sconcertato, dunque, da «tale sovrapposizione di politica e fede», Socci si è interrogato su quale possa essere «il senso della “liturgia politica” celebrata il 27 marzo». Proviamo noi a fornire, senza pretese di esaustività, un chiarimento.

Unendo memoria storica e riflessione spirituale la Diocesi fiorentina ha voluto invitare, col cammino condiviso del 27 marzo, i fedeli e, in particolar modo, le generazioni più giovani a soffermarsi sui luoghi della guerra in città – spazi che, magari, nella frenetica quotidianità vengono attraversati e “letti” senza consapevolezza su cosa abbiano rappresentato –, per meditare sul significato più profondo della pace, oggi stravolta in vari territori del mondo e in pericolo in molti altri. Dunque, nessun fine ideologico, nessuna esaltazione della lotta di Liberazione e nessuna pretestuosa intenzione di trasformare la celebrazione della passione di Cristo in un vettore politico, bensì un segnale importante da parte della Diocesi fiorentina e di mons. Gambelli – lo ha richiamato il direttore dell’ISRT, Matteo Mazzoni, in una intervista concessa all’edizione fiorentina del settimanale diocesano regionale «Toscana Oggi» – «di attenzione alla memoria storica e al valore educativo del ricordo, soprattutto in un tempo in cui parlare di pace è tornato ad essere più necessario che mai» (Via crucis nei luoghi della guerra per parlare con i giovani di pace, 22 marzo 2026). Quella del 27 marzo è stata, di fatto, la Via crucis di una Chiesa che ha scelto di condividere con i suoi giovani e coi i suoi fedeli la storia della città che abita e che vive: una vicenda collettiva fatta di guerra, occupazione, violenze, sofferenze, morte e, infine, rinascita, quest’ultima sì lascito dell’impegno e del sacrificio delle forze partigiane, anche di ispirazione cattolica. E non c’è bisogno di scomodare Giampaolo Pansa per ricordare che anche la guerra di Liberazione ha avuto le sue contraddizioni e le sue degenerazioni criminose (consigliamo a Socci, per aggiornare la bibliografia, l’ultimo libro di Tommaso Piffer sull’eccidio di Porzus, edito da Mondadori), come del resto vi furono, purtroppo, anche in seno alla Chiesa. Dobbiamo, forse, dimenticare Epaminonda Troya, monaco benedettino tra i torturatori delle bande Carità e Koch?

A nostro parere non è, inoltre, necessario, costruire una polemica sul contributo fornito dagli eserciti angloamericani alla liberazione del Paese. Il sostegno dato dagli Alleati alle forze partigiane è innegabile e molti studi lo hanno dimostrato. Tentare di mettere in contrapposizione tra loro, solo perché il cammino della Via crucis fiorentina manca di un pellegrinaggio al sacrario statunitense di Falciani, la lotta partigiana con il contributo degli Alleati che risalivano la Penisola è, oltre che un pessimo servizio ai lettori, un’incongruenza storica, poiché non vi è stata chiaramente opposizione tra quelle due realtà che combattevano per un unico obiettivo condiviso: la sconfitta del nazifascismo e la libertà del popolo italiano. Sebbene l’intento della Via crucis del 27 marzo non sia stato quello di recarsi ad onorare i morti dell’una o dell’altra parte, ricordiamo a Socci, tra l’altro, che alle porte sud di Firenze, in località Girone, si trova il Cimitero di guerra del Commonwealth, ove riposano 1.637 caduti britannici, in prevalenza soldati dell’VIII Armata.

La Diocesi fiorentina ha, dunque, fatto la sua scelta: promuovere il dialogo, fare memoria dei luoghi e nei luoghi della guerra a Firenze, costruire memoria nel nome della pace; un’occasione per riflettere, meditare, interrogarsi su cosa ha significato – e significa, purtroppo, ancora oggi – la guerra, la sofferenza e le profonde ferite materiali che essa lascia. Una guerra che allora, 86 anni fa, fu voluta dal fascismo e combattuta al fianco della Germania nazista, non dimentichiamolo. Il richiamo alla Resistenza, che Socci aborrisce, dunque non c’è. Se, tuttavia, vi fosse stato, avrebbe comunque testimoniato dell’impegno e del sacrificio di molti cattolici negli anni della cosiddetta «guerra civile». Don Primo Mazzolari, voce non sempre concorde con l’ortodossia cattolica, nel 1952, in piena guerra fredda, scriveva: «Se il nostro tempo non ha conosciuto né può conoscere guerre giuste, ha però tuttora il privilegio di poter difendere la causa della giustizia, resistendo all’ingiustizia. La Resistenza ci parve infatti, e così da noi fu accettata, come la forma possibile di guerra giusta nel nostro tempo. Ma la Resistenza non è di oggi, ma di sempre. C’è sempre un’ingiustizia da riprovare, un perseguitato da ricoverare, un abuso da denunciare, un “sì” e un “no” da dire. La Resistenza è la condizione permanente del cristiano dopo la morte di Cristo». Quel Cristo la cui passione si celebra durante la Via crucis del Venerdì Santo.

 

Mirco Bianchi – ISRT

 

(L’articolo è uscito il 26 marzo, in una versione leggermente diversa, sulla rivista online Mentinfuga: https://www.mentinfuga.com/)

 

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