I tempi nuovi

“…sono morta per attestare che si può amare follemente la vita e insieme accettare una morte necessaria… avrei tanto voluto vedere i tempi nuovi…”  (Liliana Cavani. Le donne nella Resistenza, 1965)

Queste parole sempre mi hanno accompagnato laddove chiamato – per conto dell’ISRT – a raccontare di Resistenza, Costituzione, democrazia. In questa donna c’è il passato (amore per la vita) il presente (responsabilità  e scelta) il futuro (i tempi nuovi) giacché il divenire umano abbisogna sempre di ieri, oggi, domani. Recentemente in un incontro su Tina Anselmi sono andato a riscoprire anche in lei il passato (in gioventù costretta ad assistere all’impiccagione di partigiani) il presente (staffetta partigiana e sindacalista) il futuro (la politica, ministra della Repubblica per le donne e la gente tutta). E perché mai quelle donne che non si conoscevano si abbracciarono all’uscita dei seggi del 2 giugno? Ed era emozione di un vissuto fatto di ieri, oggi, domani. Che questa consapevolezza la si ritrovi oggi nella nostra comunità  proprio non direi. Quel filo teso e robusto che ci ha fatto adulti in ritrovata libertà  e nuova democrazia si è  tanto indebolito da spezzarsi in più  punti. Il nostro presente sembra voler racchiudere tutto: pensieri, azioni, bisogni, soddisfazioni, da esperire subito, ora. La memoria relegata ad un vago  ricordo, fine a sé stesso e sempre  più opinabile, il futuro senz’anima, inconsistente, quindi inutile e da non cercare. C’è  pure un segno intimo di razzismo in questo “e tu che vieni a fare qui a disturbare il mio presente? Di quale futuro  vai dicendo? Torna da dove sei venuto a vivere là il tuo presente”. Accade allora che talvolta vediamo la cultura vinta da autoreferenzialità (Gramsci avrebbe da dire) la politica protesa a vincere o a rivincere dentro un sistema sempre più  chiuso, l’imprenditoria scevra da nuove spinte e pronta a fuggire semmai  con la cassa sottobraccio e infine il sociale preoccupato del proprio consolidato quando ci sarebbe altro e altrove. Si dirà  e con ragione che  tutto non è così ma ribatto prontamente molto sì, anzi troppo.

E si domanderà: chi e cosa per cambiare? E risponderei: i giovani. E subito insorgeranno taluni a dire che i giovani sono sparsi, che lasciano il paese in cerca di fortuna, che non partecipano  ma il tutto a volte sembra come un alibi per non essere troppo scomodati. “Ogni generazione riceve in eredità  il dare forma al proprio tempo” (enciclica Magnifica humanitas). All’assemblea  vicariale scopriamo  che tanti sono i giovani impegnati  ma a microfoni spenti si rivela che a messa non vanno. E altrove negli altri” mondi” si ritrova impegno e iniziativa ma i circoli vanno chiudendo. E infine per tutti valga che non si va a votare. Grande è stata la partecipazione dei giovani alla recente mostra del libro di Torino. Davvero meritoria a riguardo la presidenza del Consiglio regionale  Toscana che ha predisposto un treno per favorire la partecipazione. Nella biblioteca del mio quartiere troviamo giovani impegnati in attività  culturali ma si distinguono in novità  e tematiche e organizzative, prediligono l’autogestione in spazio e laboratorio e ne sono responsabili e si sentono protagonisti. Un insegnante di storia a Siena è  stato omaggiato dai suoi studenti a mo’ di attimo fuggente. Ha detto “mi sono sembrati ragazzi con cui poter instaurare un rapporto umano. È quella la chiave di tutto. Credo che per capire i ragazzi di oggi devi usare la loro lingua e terminologia. Insomma capire”. Dunque i giovani ci sono e sono tra noi  e spesso raccontano altro che  non conosciamo, a cui forse non abbiamo mai pensato. Eppure andranno cercati nella novità  che recano e non aspettati nel nostro presente. Toccherà a noi  investire tutto il nostro patrimonio insieme a loro per un nuovo “umanesimo militante” per dirla con Thomas Mann perché  altrimenti – così ammoniva – torneranno tragedie e sopraffazione. Se i giovani hanno il compito dei tempi nuovi noi abbiamo il dovere di un camminare con loro e se ciò dovesse portare a rivedere tanti nostri sistemi, certezze o sicurezze occorrerà la fatica del confronto e del cambiamento e non cercare, ancora nel presente, un rifugio tranquillizzante. Perché  comunque i tempi nuovi verranno e troppo abbiamo dato e sofferto per non esserne protagonisti.

 

Andrea Morandi – Vice presidente ISRT

 

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