Intervista a Mia Diop, vicepresidente della Regione Toscana: «Diritti delle donne: oggi la sfida è una giustizia di genere che cammini assieme alla giustizia sociale»
Vicepresidente Diop, lei ha 23 anni. É la donna più giovane ad aver ricoperto finora la seconda carica istituzionale della Toscana. Che significato ha per lei?
«Significa soprattutto responsabilità e passione. In questi primi mesi ho capito ancora di più che un ruolo istituzionale non si abita con le dichiarazioni, ma con la capacità di studiare i dossier, ascoltare i territori, entrare nella macchina amministrativa e farla funzionare meglio. La mia età è stata molto raccontata, a volte come un punto di forza, altre come un limite. Io la considero una prospettiva: porto dentro le istituzioni lo sguardo di chi vive oggi le contraddizioni della propria generazione, ma so anche che la credibilità non è automatica, si costruisce nel tempo. Essere la più giovane non è un traguardo, è un punto di partenza, e il mio obiettivo non è dimostrare qualcosa in astratto, ma essere utile alla Toscana».
Quest’anno ricorrono gli 80 anni del diritto di voto per le donne in Italia. Il 2 giugno del 1946, hanno potuto votare al referendum e scegliere tra la Monarchia e la Repubblica, e hanno potuto eleggere delle donne nell’Assemblea Costituente. Fu un diritto conquistato anche sul campo, grazie al loro ruolo durante la guerra, nella lotta al nazifascismo e nella Resistenza. Che sentimento prova verso le nostre madri della Costituzione?
«Provo un sentimento di gratitudine che non è retorico ma politico, perché il diritto di voto non è stato un regalo ma una conquista ottenuta attraverso lotte, sacrifici, resistenza. Le donne che votarono per la prima volta nel 1946 e quelle che entrarono nell’Assemblea Costituente non hanno soltanto scritto norme, hanno allargato i confini della democrazia italiana, dimostrando che la cittadinanza non può essere parziale. Molte di loro avevano attraversato la guerra, la Resistenza, il lavoro nelle fabbriche e nelle campagne, e portarono dentro la Costituzione l’esperienza concreta della vita reale. Sentirmi oggi dentro le istituzioni significa riconoscere che la mia libertà è figlia di quella determinazione e che nessun diritto è mai definitivamente acquisito: va difeso, custodito, aggiornato alla realtà del presente».
Rispetto alle generazioni di donne che l’hanno preceduta, quali sono i fronti su cui oggi e in futuro occorre impegnarsi di più per i diritti delle donne?
«Le battaglie cambiano forma ma non sostanza, perché al centro resta l’autodeterminazione. Oggi la sfida principale riguarda l’indipendenza economica, senza la quale la libertà resta teorica: lavoro dignitoso, parità salariale, servizi che permettano davvero di conciliare vita e professione non sono temi settoriali, sono la condizione per una cittadinanza piena. Accanto a questo c’è un nodo culturale che non possiamo ignorare: la violenza non nasce all’improvviso, ma si radica in linguaggi, stereotipi, relazioni di potere che limitano la libertà femminile ben prima dell’atto estremo. E poi c’è una dimensione intersezionale che oggi è evidente: non tutte le donne partono dallo stesso punto, e chi è giovane, precaria o con un background migratorio spesso deve dimostrare il doppio. La giustizia di genere, per essere reale, deve camminare insieme alla giustizia sociale».
L’8 marzo si celebra la Giornata Internazionale della donna. É una ricorrenza che negli anni si è un po’ banalizzata nella percezione comune. Soprattutto dei più giovani. Si tende a ridurla alla «festa della mimosa». Lei crede a questa ricorrenza?
«Credo nel significato profondo dell’8 marzo, non nella sua versione superficiale o commerciale. Questa giornata resta necessaria quando ci offre occasioni di consapevolezza, quando ci obbliga a chiederci se le donne oggi siano più libere, più sicure, più rappresentate, più autonome rispetto a ieri. Finché la risposta non sarà pienamente affermativa, l’8 marzo non è un rituale vuoto, ma un momento politico concreto, per riflettere sui diritti conquistati e su quelli che ancora vanno difesi e ampliati».
É femminista?
«Sì, mi definisco transfemminista intersezionale. Credo che la lotta per i diritti delle donne non possa prescindere dalla considerazione delle diverse identità, esperienze e oppressioni che si intrecciano: genere, etnia, classe, orientamento sessuale, condizione socio-economica. Questo significa mettere al centro autodeterminazione e libertà, e tradurre questi valori in strumenti concreti: servizi, prevenzione, educazione, case rifugio, percorsi di autonomia e opportunità reali».
É dirigente nazionale del Pd. Ha iniziato a fare politica militante presto. Le cronache ricordano di quando, a soli 10 anni, davanti a Pier Luigi Bersani, su un palco, raccontò la sua storia di bambina italiana figlia di una coppia mista, invocando lo Ius Soli. Ha quindi un’esperienza personale complessa. Come è nato il suo impegno politico e quali difficoltà ha incontrato?
«Non credo di aver avuto un’esperienza personale complessa: sono cresciuta con la cittadinanza italiana, ho frequentato la scuola, coltivato il volontariato e iniziato presto a fare politica. Eppure, già da bambina, ho capito quanto i diritti non siano mai scontati. Raccontare a dieci anni, davanti a Pier Luigi Bersani, il mio desiderio di essere pienamente riconosciuta come cittadina è stato il primo passo di un percorso che mi ha insegnato che la democrazia vive solo se si partecipa e che l’impegno politico ha senso solo se trasforma le parole in diritti concreti per chi rischia di restare ai margini».
É attiva nei Giovani Democratici di Livorno, prima di questo incarico era eletta nel consiglio comunale di Livorno. Penso possa dire di avere il polso della società civile. Secondo lei, i giovani vanno a votare? C’è nei giovani una crisi della politica?
«C’è una crisi di fiducia che non può essere liquidata come disinteresse. Quando si vive in una condizione di precarietà strutturale, con salari bassi e prospettive incerte, è comprensibile sentirsi lontani da una politica che sembra parlare di un futuro che non si vede. La risposta non può essere colpevolizzare i giovani, ma rendere la partecipazione reale, strutturata, capace di incidere. Non bastano eventi o consultazioni simboliche: servono processi di co-progettazione, spazi stabili di ascolto, decisioni che dimostrino che partecipare conta davvero. La democrazia si rafforza quando le istituzioni non chiedono ai giovani di adattarsi, ma si mettono in discussione per accoglierli pienamente nelle decisioni. Io credo in una rivoluzione gentile che riporti le persone dentro le scelte pubbliche e restituisca senso alla parola politica».
Manuela Zadro – Giornalista
