Fossoli e San Sabba: un viaggio che “cambia la testa”

Il vicepresidente Andrea Morandi ha partecipato all’iniziativa regionale con ottanta ragazze e ragazzi delle scuole toscane

 

Tra il 7 e il 9 aprile scorso ottanta studentesse e studenti di ventuno scuole secondarie di secondo grado della Toscana hanno visitato il campo di prigionia e di smistamento di Fossoli e la Risiera di San Sabba a Trieste.

Ricordiamo in sintesi: quello di Fossoli fu un grande campo di concentramento e di transito, a circa 5 chilometri da Carpi, in provincia di Modena. Dal 5 dicembre 1943 il campo fu utilizzato prima dalla Repubblica Sociale Italiana e poi, dal 15 marzo 1944, dalle SS e divenne il principale punto di transito per la deportazione in Germania di ebrei e oppositori politici. In totale si calcola che vi siano stati trasferiti dai campi e dalle carceri del nord Italia e poi avviati nei lager tedeschi circa 2800 ebrei e 2600 deportati politici. La Risiera di San Sabba fu un campo di concentramento nazista istituito a Trieste, unico ad essere dotato di un forno crematorio in tutto il territorio italiano. Servì in particolare ad eliminare gli appartenenti alla Resistenza operanti nel Litorale adriatico ma altrettanto importante fu la sua funzione di campo di transito per gli ebrei della regione destinati ai campi di sterminio. Le persone venivano avvelenate dai gas di scarico dei mezzi di trasporto, abbattute con corpi contundenti o uccise con armi da fuoco. Circa 1450 ebrei deportati passarono dalla Risiera: di questi solo una ventina fece ritorno.

Al viaggio, finanziato dalla Regione Toscana e realizzato grazie alla Fondazione Museo della Deportazione e Resistenza – Luoghi della Memoria Toscana hanno partecipato, oltre a ragazzi e insegnanti specificamente formati, i rappresentanti delle associazioni antifasciste toscane, dei deportati e delle vittime e degli Istituti storici della Resistenza e dell’Età contemporanea

Tra gli accompagnatori c’era Andrea Morandi, vicepresidente dell’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea di Firenze.

Una vita trascorsa nel sindacato, Morandi è persona di grande esperienza, e tuttavia non  nasconde le forti emozioni provate nel corso del viaggio.

È stata una esperienza straordinaria per tutti i partecipanti e soprattutto una esperienza di formazione anche per me, che non sono più un ragazzo. Mai come in questo caso ho sentito un forte senso di responsabilità: quella di imparare ancora e quella di mettere a confronto la mia lunga esperienza con i giovani, i rappresentanti delle associazioni, il sociale. Perché il racconto tiene insieme le persone e c’è bisogno del racconto perché la memoria viva.

C’è chi ha descritto esperienze di questo tipo come una sorta di “vaccino” che aiuta a fissare in se stessi alcuni principi fondamentali di umanità, di antifascismo, per la democrazia. Come hanno reagito a questa vaccinazione i giovani?

Questi viaggi sono davvero importanti per creare e alimentare conoscenza e consapevolezza di quanto accaduto nel secolo scorso. Alcuni ragazzi mi hanno raccontato che le semplici commemorazioni a cui qualche volta vengono portati sono percepite come fini a se stesse, e così anche la semplice lettura di un libro di storia. Faccio un esempio. L’anno scorso alla commemorazione dei martiri di Campo di Marte ho sentito un ragazzo dire al telefono: “Sono qui a fare non so cosa, la prof ci ha portato…”. Insomma, una cosa inutile. Ma in questi luoghi, con l’aiuto – come abbiamo avuto noi – di esperti e addirittura testimoni diretti dell’olocausto e delle persecuzioni nazifasciste, è tutto molto diverso. Il primo sentimento davanti alle prove di tanta efferatezza è quello di un pugno allo stomaco, sferrato all’improvviso, ma subito si vuol sapere, capire. Infatti ho visto nei ragazzi attenzione, riflessione, ho ascoltato pensieri e domande non scontate. È questa la strada giusta.

Che ricordi si è portato dai due campi?

A Fossoli abbiamo pensato a Primo Levi, qui recluso prima di essere inviato oltre Brennero, e alla  sua testimonianza raccontata nel libro “Se questo è un uomo”, che avrebbe dovuto diventare testo obbligatorio nella scuola, ma così non è stato. Ci ha molto sorpresi il fatto che quei ruderi siano diventati subito dopo la guerra aule di studio per i bambini orfani di Don Zeno Saltini. C’è una foto che li ritrae sorridenti all’uscita della baracca: uno schiaffo al male, la vittoria inarrestabile della voglia di vivere. Con lo storico Carlo Spartaco Capogreco abbiamo discusso sul perché i primi libri e saggi sui campi risalgono alla fine degli anni Settanta, molto tardi, e perché non siamo riusciti a fare in modo che i nostri eroi martiri della Resistenza seducessero i giovani come altre figure storiche, ad esempio Che Guevara. La memoria e il racconto della vita vissuta valorizzano la nostra Costituzione.

E a San Sabba?

Lì abbiamo incontrato Andra Bucci, che da bambina fu deportata ad Auschwitz perché ebrea, con la sorella Tatiana e tutta la famiglia ed è una dei pochi testimoni viventi dell’Olocausto. A San Sabba si percepisce la terribile razionalità e sistematicità del meccanismo di morte, che ancora adesso appare terribile e sembra non dare scampo, come se non vi potesse essere alternativa. Ci sono targhe, ricordi ma anche qui molto recenti. Si ha la sgradevole e inumana impressione che per i primi 30-40 anni dagli avvenimenti non vi sia stata necessità di memoria. Ci ha pensato Andra a farcene capire l’importanza: “Si pensa che i bambini non abbiano memoria – ci ha detto – e invece io, che allora avevo quattro anni, ricordo benissimo quando vennero a prenderci e c’era anche un italiano, sì era italiano”. Poi il campo di arrivo: “Giocavamo a palle di neve fra bambini…”. La loro era voglia di vivere, uno schiaffo al male.  Andra Bucci non ha cancellato il tatuaggio che le fu inferto al lager: “Volevo che fosse sempre con me – ci ha detto – Poi quando mia figlia aveva quattro anni, la stessa età del mio arresto, mi ha chiesto cos’erano quei numeri sulla pelle e allora ho cominciato a raccontare e di nuovo a vivere per lei”.

Siete stati anche alla stazione ferroviaria di Trieste?

Lì si è concluso il nostro pellegrinaggio, con una visione che ci ha fatto molto riflettere. Infatti in quella stazione, da cui partirono tanti “treni della morte”, c’è ancora una costruzione, il “silos”, dove venivano ammassati i deportati prima della partenza. Negli anni scorsi la costruzione è diventata rifugio degli immigrati che arrivano da oriente. Ora è chiuso e di quella gente non si sa nulla.

 

Susanna Cressati

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