Sono ormai diversi anni che il tasso di disoccupazione e il numero totale dei lavoratori occupati in Italia (ma in Toscana l’andamento è del tutto parallelo) sembrerebbe giustificare una visione ottimistica della situazione economica e sociale: occupati totali in crescita, disoccupati totali in calo, e tutto questo a fronte di una crescita lenta, ma continua, delle forze di lavoro. Questa immagine – dai tratti apparentemente idilliaci – cozza con la percezione diffusa di una crescente situazione di disagio, anche economico, soprattutto per quanto riguarda le giovani generazioni.
E allora chi ha ragione? Le cifre non sbagliano, certo, ma occorre leggerle in modo corretto e – soprattutto – leggerle tutte. Per quanto riguarda in particolare la Toscana (ma, vale la pena ripeterlo, le tendenze all’opera in regione non appaiono significativamente diverse da quelle del resto del paese) il destro lo offre il primo Focus del 2026 sull’economia regionale prodotto da Ires, l’istituto di ricerche economiche e sociali della Cgil, ricco di dati sull’andamento dell’economia e i relativi riflessi su occupazione e retribuzioni. “Negli ultimi anni, su scala regionale – scrivono nell’introduzione al rapporto il presidente dell’Ires Toscana Maurizio Brotini e il ricercatore Andrea Cagioni – si assiste a un’evidente contraddizione: da un lato il tasso di occupazione aumenta, dall’altro diminuiscono i lavori stabili e ben pagati. Questo apparente paradosso è uno dei principali effetti di tendenze di lungo periodo”.
Ecco allora che la positiva visione iniziale inizia a incrinarsi: sì, in valori assoluti il lavoro è aumentato in questi ultimi anni (anche se i segnali più recenti lasciano pensare a un ridimensionamento della tendenza: si veda l’ultima Nota congiunturale, relativa ad aprile 2026, emessa dall’Irpet), ma c’è un problema di qualità dei posti creati (contratti precari) e, più ancora, di bassi livelli di retribuzione. Ires Toscana ha in preparazione uno studio di cui il Focus anticipa la principale conclusione. “Nel corso degli ultimi 15 anni i profitti nelle aziende della manifattura toscana sono stati destinati in prevalenza a dividendi, attività finanziarie o immobilizzazioni immateriali, mentre si sono riversati in misura inadeguata in aumenti salariali e investimenti produttivi. In generale, dalla terziarizzazione debole è conseguita un’espansione del lavoro povero, non confinato unicamente nel terziario arretrato, ma che coinvolge sempre più anche quote significative di forza-lavoro occupata nel commercio, edilizia e manifattura”.
Naturalmente il Focus Ires fornisce un’articolata documentazione statistica a suffragare le tesi contenute. Ne è un esempio il quadro delle assunzioni tra il 2019 (ultimo anno pre-pandemico) e il 2024 differenziate per tipo di contratto. Per prima cosa arriva una conferma della tendenza generale positiva di cui si diceva all’inizio, con una crescita del 3,5% nei cinque anni. Ma il merito va soprattutto alle assunzioni con contratti atipici, come quelli a termine (+7,4%) e stagionali (+27,7%), mentre le assunzioni a tempo indeterminato sono in calo (-5,6%). E la crescita relativa di questo tipo di contratti contribuisce a mantenere sostanzialmente ferme le retribuzioni reali, cioè depurate dall’effetto dell’inflazione.
Chiaro che il quadro complessivo presenta molte sfumature. Innanzitutto Ires fotografa una dinamica diversa tra settore pubblico, che riesce a difendere meglio i propri livelli retributivi, e settore privato, dove invece il fenomeno del lavoro povero si fa sentire molto di più. E poi ci sono differenze rilevanti all’interno dei singoli settori economici. Si apprende così che il comparto col maggior numero di lavoratori, quello della ristorazione (9,9% del totale) porta a casa una retribuzione netta mensile di appena 738 euro. Nel commercio al dettaglio (8,7% del campione) le retribuzioni medie sono di 1.280 euro, nelle costruzioni (4%) di 1.329 euro. Come dire che un buon quinto dei dipendenti toscani ha a fine mese una busta paga inferiore alla paga media mensile, calcolata dall’Ires in 1.403 euro.
Ma non è soltanto un problema di valore assoluto delle retribuzioni. C’è soprattutto il fatto che negli ultimi 7 anni la crescita dei prezzi – che ha fatto registrare un’impennata nel 2022 e 2023 – ha abbondantemente superato quella, irrisoria, delle retribuzioni. E il parzialissimo recupero fatto registrare nel 2025 non basta certo a far tornare i conti delle famiglie toscane. L’Ires stima che dal 2019 al 2025 i lavoratori dipendenti del settore pubblico abbiano fatto segnare una perdita salariale del 7,2% complessivo, quelli del settore privato una riduzione del 5,2%. “La recente dinamica salariale positiva – sintetizza lo studio – non è tuttavia ancora sufficiente per compensare gli effetti del crollo salariale innescato dalla crisi pandemica e proseguito nel 2022 e 2023.
Ecco il vero problema: il lavoro, anche quando c’è, ormai è povero. Non garantisce più – nella maggior parte dei casi – una vita decorosa ad una famiglia media. L’emergenza degli anni scorsi, relativa soprattutto alla precarietà dei contratti, non è ormai più all’ordine del giorno: anche quando i rapporti che si avviano sono in buona parte a tempo indeterminato, le retribuzioni restano drammaticamente basse per chi deve vivere solo del suo lavoro. E, magari, pensare a metter su casa e famiglia. Una situazione che non si presenta per caso ma che è figlia di un ormai lungo periodo di crescita stagnante e di produttività congelata (anche su questi punti il Focus dell’Ires è generoso di dati che riguardano in particolare la nostra regione). Certo, non sono problemi di poco momento, questioni legate a oscillazioni congiunturali che oggi si sentono e domani, magari, sono già superate. Ma nonostante (anzi, forse, proprio per) questo, sarebbe auspicabile una vera presa di coscienza della situazione, tanto più in un anno come questo, ottantesimo anniversario della nascita di una Repubblica che i padri costituenti vollero fondata proprio sul lavoro.
Fabio Calamati – Giornalista
