Negli anni ’70, la questione giovanile ebbe molte sfaccettature che investivano la mobilitazione politica, i mutamenti sociali, le relazioni intergenerazionali e fra i sessi, l’autonomia culturale. Toccò inevitabilmente anche il tema del lavoro e del rapporto delle giovani generazioni con esso. Dalle tensioni e dai conflitti sulle condizioni di lavoro (e di vita) emerse allora un diffuso disagio, se non di vero e proprio rifiuto, per il lavoro meramente esecutivo, eterodiretto, ripetitivo: una richiesta di valorizzazione del soggetto al lavoro che le forme standardizzate e burocratiche del secolo “breve” del taylor-fordismo avevano compresso. La scolarizzazione di massa e l’allungamento degli studi contribuirono ad una diversa percezione del sé al lavoro e quindi ad una richiesta di maggiore autonomia e coinvolgimento nel lavoro e di un nuovo equilibrio fra tempi di vita e di lavoro.
La fine del secolo del “Lavoro maiuscolo”, con la grande trasformazione del mondo industriale e produttivo nel passaggio di secolo, ha visto la disaggregazione e dispersione di esso nell’arcipelago fluido e mobile dei “lavori minuscoli”, come ricordava Aris Accornero in un testo ormai classico del 1997. Da una parte, l’innovazione tecnologica e la sua digitalizzazione svincolavano l’organizzazione del lavoro e la produzione dalle rigidità e dall’integrazione verticale del modello industriale storico, parametro dell’efficienza di tutte le forme novecentesche di lavoro. Il lavoro organizzato si apriva maggiormente alla versatilità e alla adattabilità, alla cooperazione orizzontale, all’autonomia, valorizzando la responsabilità del singolo, mettendo in grado le imprese di rispondere alle incertezze del mercato e della globalizzazione e riducendo i margini delle ragioni alla base del conflitto sociale interno. Dall’altra parte, il prezzo pagato per un lavoro flessibile e potenzialmente più ricco nelle nuove forme organizzative fu un’occupazione meno stabile e meno protetta sul mercato, sia di fronte alle contingenze cicliche sia all’interno del processo di riorganizzazione labour saving che caratterizzò gli ultimi decenni del secolo scorso. Dagli anni ’90 le politiche del lavoro cominciarono ad andare in questa direzione, colpendo soprattutto i giovani, come ricordato da Ugo Trivellato in suo intervento nella rubrica Al presente della SISLav del 2021 (https://www.storialavoro.it/al-presente-27).
L’espansione del terziario in generale, della logistica e dei servizi all’impresa in particolare, si diceva, nel tempo avrebbe compensato comunque le perdite di posti di lavoro nei settori più maturi dell’industria, garantendo un aumento di produttività innovativa del sistema economico e opportunità professionali migliori e più varie, sostenute dall’espansione dell’istruzione e dal lifelong learning. Nella “società della conoscenza”, le “macchine intelligenti” con la loro flessibilità e adattabilità (tipiche dell’uomo al lavoro) avrebbero richiesto una necessaria interazione di processo con il “lavoratore intelligente”, valorizzandone e responsabilizzandone le potenzialità ed espandendo le opportunità. In questo inizio di nuovo secolo, nel discorso proposto dalla globalizzazione neoliberista la flessibilità, quindi, diventava il paradigma intoccabile del lavoro e funzione della sua produttività obbligatoriamente in crescita. Sembrava in certa misura rispondere anche a quel bisogno di ricchezza di senso nel lavoro individuale, di opportunità espressive.
La frattura ecologica esplosa nel passaggio di secolo con il cambiamento climatico e l’approfondirsi delle diseguaglianze globali, anche dentro i paesi più sviluppati, hanno tuttavia fatto emergere dissensi e incrinature nell’ottimismo dominante e sostenuto quei movimenti, di cui la componente giovanile era l’ossatura, che chiedevano un’integrazione più giusta socialmente e più equilibrata ambientalmente, un altro tipo di globalizzazione. Sappiamo come è andata a finire, malgrado il riemergere carsico di queste istanze fino ad oggi. Dalla crisi finanziaria del 2008 in poi, con la pandemia e oggi le guerre, quella globalizzazione prevalentemente finanziaria ha mostrato tutte le sue fragilità e ha fatto emergere le crisi sociali strutturali che si portava dietro la facciata ottimistica. Nel lavoro, e soprattutto nel lavoro dei giovani, la flessibilità sempre meno è apparsa come autonomia di scelta e mobilità perseguita e sempre più come incertezza lavorativa imposta ed eterodiretta, la flessibilità è stata percepita e vissuta sempre più come precarietà. Le riforme del mercato del lavoro e la disintermediazione nelle relazioni di lavoro hanno indebolito l’individuo e le sue capacità negoziali nella misura in cui si fragilizzavano le forme collettive di tutela e di rappresentanza.
Oggi, in Italia, ci confrontiamo con le conseguenze. In questi ultimi anni l’idea che una flessibilità iniziale, seppur vissuta come precarietà, a fronte di una graduale successiva stabilizzazione nel mercato del lavoro avrebbe permesso nuovi livelli di benessere si è scontrata col fatto che in realtà ciò è avvenuto molto meno di quanto promesso e che i periodi instabili in ingresso non si sono accorciati. La povertà è cresciuta non solo nelle sacche di marginalità, ma nelle fasce dei lavoratori più deboli e precari. Il lavoro autonomo come surrettizia esternalizzazione di quello dipendente (le finte partite IVA) nei servizi e nella logistica si è diffuso sempre più. Il part-time “involontario”, cioè variamente imposto dalle circostanze, è sempre presente, soprattutto fra le donne. Il tasso di “sovraistruzione” dei laureati rispetto alle mansioni svolte (cioè il possesso di una qualificazione superiore alle prestazioni richieste) cresce: secondo dati ISTAT, nel 2024 riguarda un quinto di tutti i laureati, un quarto nelle classi di età più giovani, la metà nei lavoratori stranieri. Si è ampiamente discusso negli ultimi tempi – dopo un ampio studio della Fondazione Di Vittorio – di quanto la quota parte del salario reale sul PIL in Italia fosse diminuita significativamente nei primi decenni del nuovo secolo, se confrontata coi livelli dei primi anni ’90, a tutto vantaggio dei profitti e a differenza degli altri paesi dove la relazione si è mantenuta maggiormente equilibrata (https://tinyurl.com/3bn23axp). Nel 2023 il libro di Francesca Coin sulle “grandi dimissioni” ha messo in luce nuove forme, diffuse, di rifiuto del lavoro anche qualificato derivanti dalla relazione tossica fra invasività e pervasività del lavoro flessibile rispetto agli spazi e ai tempi di vita. Sul quotidiano “La Repubblica” la discutibile rubrica che per un certo periodo è stata dedicata all’alternativa di un “piano B”, ha cercato di mostrare le potenzialità positive ma socialmente limitate di questa fuga.
Di fronte a questi fenomeni, negli ultimi tempi sta crescendo l’attenzione alle diseguaglianze intergenerazionali. Pure gli storici hanno cominciato ad occuparsene, come mostra il recente volume, pubblicato a febbraio 2026, curato da Stefano Cavazza, Emanuela Costantini e Emanuela Scarpellini, Disuguaglianza e generazioni in Italia 1914-2008, disponibile in accesso aperto (https://doi.org/10.60923/books/29). Sul quotidiano “Domani”, il 4 aprile scorso, a firma di Sandro Trento, è apparso un articolo intitolato Vincono le imprese, perdono i giovani. Le gioie della flessibilità sono una favola. In esso si dà conto dei risultati di una ricerca di lungo periodo pubblicata in un working paper della Banca d’Italia, scritto dagli economisti Diego Daruich, Sabrina Di Addario e Raffaele Saggio, intitolato The effects of partial employment protection reforms: evidence from Italy (https://tinyurl.com/5cr3dzsh).
Il periodo di riferimento di questa ricerca inizia con il D.Lgs. 368/2001 che ha definitivamente liberalizzato i contratti a termine nelle loro varie configurazioni, lasciando inalterata la tutela dei contratti a tempo indeterminato e introducendo quindi una sorta di concorrenzialità al ribasso fra le due forme a danno della prima. Tre sono state le conseguenze, che smentiscono la narrazione ottimistica sulla flessibilità e sui suoi vantaggi. La flessibilità è precarietà perché la stabilizzazione è sempre rinviata e i tempi di attesa vengono dilatati, risultando il rapporto di lavoro instabile vantaggioso per le imprese, tenuto conto la presenza, comunque, di una disoccupazione giovanile sempre consistente. La nuova regolazione del mercato del lavoro ha aumentato il potere nei rapporti di forza contrattuali a favore delle imprese che usano così i percorsi di ingresso al lavoro più fragili e incerti a proprio vantaggio. I lavoratori temporanei, per lo più giovani, infatti subiscono di più e per primi i periodi di crisi, partecipano meno ai vantaggi dei periodi positivi rispetto ai lavoratori a tempo indeterminato e ai profitti delle aziende. La crescita occupazionale nelle congiunture espansive non incrementa le dimensioni delle imprese, proprio perché esse ricorrono prevalentemente al lavoro temporaneo. Infine, il paper sfata il mito del nesso che collegherebbe l’aumento della produttività al grado di flessibilità nel lavoro. In realtà, nel primo quarto del nuovo secolo, in Italia, la flessibilità come precarizzazione ha permesso alle imprese meno efficienti di restare sul mercato, senza innovare ma comprimendo le condizioni di lavoro e i salari: ha significato più turnover, salari più bassi per i più deboli, minore probabilità di stabilizzazione, maggiori profitti per le imprese.
In Toscana troviamo una conferma. A settembre 2025 è uscito un paper dell’Istituto Universitario Europeo, scritto da Marco Buti, docente presso lo stesso Iue, Stefano Casini Benvenuti, ex direttore dell’istituto toscano di programmazione regionale (Irpet) e Alessandro Petretto, professore emerito dell’Università di Firenze. Il paper si intitola Reindustrializzare la Toscana. Un manifesto (https://tinyurl.com/ykrhwe) e si interroga sul concreto rischio di un definitivo declino produttivo della regione di fronte alle attuali incertezze delle crisi geopolitiche e finanziarie e all’assenza di politiche industriali. Da economisti, gli autori del manifesto constatano quanto si sia ridimensionata l’occupazione di qualità e capital intensive (in imprese che investono), per altro già fragile in Toscana, prefigurando una risposta a bassa innovazione diffusa di fronte alla trasformazione industriale. Soprattutto però quanto sia cresciuta significativamente, nella sequenza di crisi diverse esplose dopo quella finanziaria globale del 2008, l’occupazione labour intensive, in particolare quella “povera” a bassi salari di cui le giovani generazioni (e le donne) sono fra le principali vittime. In altri termini, l’intensificazione della pressione sul lavoro – garantita dalla precarizzazione contrattuale in una regione di piccole e piccolissime imprese – ha indebolito ulteriormente il sistema produttivo toscano. Né lo sviluppo dei servizi e del terziario e la sua tenuta occupazionale riescono a compensare nella misura in cui proprio lì si annida, in molti suoi settori, la maggior diffusione di modelli labour intensive e di “lavoro povero” a bassi salari. La figura del giovane NEET (non impegnato nell’istruzione, nel lavoro o nella formazione professionale) allora sembra quasi una sorta di “grande dimissione” anticipata.
Pietro Causarano – UniFi/ISRT
