Il 9 maggio 1936, dal balcone di palazzo Venezia, Mussolini annunciò alla folla radunata in piazza la fondazione dell’impero italiano in Africa orientale. «L’Etiopia è italiana», proclamò il duce, concludendo, almeno formalmente, una guerra di aggressione iniziata il 3 ottobre 1935 con l’invasione di un paese sovrano e membro della Società delle Nazioni. Era la prima annessione territoriale compiuta da una potenza europea nel continente africano dopo decenni, e veniva celebrata dal fascismo come il compimento di un destino storico lungamente atteso: la rivincita dopo la sconfitta patita ad Adua (1896), la restituzione all’Italia del rango di potenza imperiale in continuità con l’Impero Romano e l’inizio di una nuova era fascista.
Oggi, novant’anni dopo, quell’anniversario merita di essere ricordato per quello che fu: non solo un crimine di guerra e un atto di aggressione coloniale, da alcuni studiosi indicato anche come l’inizio del secondo conflitto mondiale, ma anche un evento le cui eredità (politiche, culturali, materiali) per lungo tempo non sono state affatto liquidate e, parzialmente, ancora ci accompagnano
La guerra e i suoi crimini
La campagna militare contro l’Etiopia fu condotta con metodi che violavano sistematicamente le convenzioni internazionali. L’uso massiccio di gas tossici fu documentato durante il conflitto e riconosciuto dagli storici, Angelo Del Boca e Giorgio Rochat su tutti, nei decenni successivi. Furono bombardati civili e villaggi, furono colpite chiese e ospedali e fu praticata una violenza sistematica che non risparmiò né la popolazione né le istituzioni del paese occupato. La strage di Addis Abeba del febbraio 1937, scatenata come rappresaglia dopo un attentato al viceré Rodolfo Graziani, causò la morte di numerose migliaia di civili etiopici nel giro di pochi giorni.
Questi fatti sono storicamente accertati. Eppure, la loro ricezione nella memoria pubblica italiana è rimasta a lungo parziale, intermittente, e spesso distorta dal mito del «buon italiano» costruito nel dopoguerra: quella narrazione autoassolutoria che ha consentito all’Italia post-fascista di raccontarsi come colonizzatrice benevola, distinguendosi virtuosamente dagli altri imperialismi europei e scaricando sui tedeschi la responsabilità dei crimini del ventennio. Come hanno mostrato tra gli altri Nicola Labanca e Filippo Focardi, questo meccanismo di rimozione ha operato a lungo, e non si è ancora esaurito.
Le eredità politiche
La fine della guerra nel 1941, con la liberazione dell’Etiopia da parte dei partigiani etiopici e delle forze britanniche e il ritorno sul trono dell’imperatore Haile Selassie, non segnò la fine dell’influenza italiana nel Corno d’Africa. Tra il 1950 e il 1960 l’Italia amministrò la Somalia come territorio sotto tutela dell’ONU, in una continuità con il precedente regime coloniale che non fu messa seriamente in discussione. Funzionari, tecnici e imprenditori già attivi durante il periodo coloniale continuarono a operare nella regione. La retorica della «missione civilizzatrice» si riarticolò nel linguaggio istituzionale dello sviluppo e della cooperazione internazionale, consentendo una transizione tra colonialismo e post-colonialismo che lasciò intatte molte delle strutture di potere precedenti.
Inoltre, la continuità nell’azione accademica e di ricerca di studiosi attivi nel periodo precedente si intrecciò con l’influenza degli ambienti nostalgici, che non soltanto orientarono le interpretazioni, ma contribuirono a ritardare e ostacolare gli studi sul passato coloniale italiano, come ha più volte testimoniato lo stesso Angelo Del Boca.
Sul piano diplomatico, soltanto nel 1997 l’Italia pronunciò una vera e propria ammissione di responsabilità con la visita di Oscar Luigi Scalfaro in Etiopia, primo Capo di Stato dell’Italia repubblicana a fare visita al Paese e a riconoscere i crimini compiuti durante l’occupazione. In quell’occasione, il Presidente Scalfaro promise la restituzione dell’obelisco di Axum descrivendolo come un gesto doveroso, che tuttavia sarebbe arrivato con ben 60 anni di ritardo nel 2008.
La questione delle restituzioni dei beni trafugati (opere d’arte, oggetti, documenti e volumi), del resto, è rimasta irrisolta per decenni, e solo in parte è stata affrontata con accordi bilaterali parziali e insufficienti.
Le eredità culturali e materiali
Le eredità materiali del colonialismo sono presenti in Italia molto più di quanto la memoria pubblica tenda a riconoscere. A Firenze, alcune di queste tracce sono particolarmente significative. In piazza Ognissanti, la scultura di Romano Romanelli raffigurante Ercole che lotta con il leone di Nemea, già presente all’Esposizione di Roma nel 1911, fu ricollocata alla fine degli anni Trenta con l’esplicita intenzione di celebrare allegoricamente la sottomissione dell’Etiopia: Mussolini identificato con l’eroe e il leone di Giuda, simbolo araldico della dinastia imperiale etiopica, come preda abbattuta. La scultura è oggi ancora lì, priva di qualsiasi contestualizzazione pubblica che ne spieghi il significato originario e la funzione propagandistica.
Anche le collezioni dei musei fiorentini conservano materiali raccolti durante le campagne coloniali (esemplari zoologici, reperti etnografici, fotografie, resti umani) spesso acquisiti in condizioni di squilibrio di potere, quando non di vera e propria rapina, raramente catalogati in modo da renderne visibile la provenienza e la storia. Firenze è stata anche luogo di produzione di saperi coloniali: l’Istituto Agricolo Coloniale Italiano, ad esempio, fondato nel 1904, fu il principale centro di formazione per agronomi coloniali, e le sue attività e pubblicazioni continuarono ben oltre la fine dell’impero.
Inoltre, numerose strade e piazze richiamano protagonisti e luoghi di quella stagione, contribuendo a una presenza quotidiana e “normalizzata” di quel passato nello spazio urbano. Tra queste, spicca l’intitolazione di una via nevralgica della mobilità urbana fiorentina a Reginaldo Giuliani, figura emblematica del connubio tra propaganda, religione e impresa coloniale, celebrata dal regime come martire della conquista dell’Etiopia.
Ricordare, oltre l’Etiopia e oltre il fascismo
L’espansione coloniale ha permeato in maniera subdola l’immaginario italiano, lasciando tracce che non si sono dissolte con la fine dell’impero, ma che sono state conservate – e in parte continuano a risiedere silenti – nelle raccolte museali e nelle memorie familiari, nell’architettura pubblica e nella toponomastica, nella produzione editoriale e cinematografica. Riconoscere queste tracce per quello che sono, ovvero sedimenti di un progetto politico fondato su violenza e diseguaglianza razziale, è un passo necessario, così come ascoltare le richieste di riconoscimento che vengono dalle comunità etiopiche, eritree e somale, in Italia e nei paesi di origine.
Tuttavia, questo lavoro critico non può limitarsi al solo orizzonte del fascismo né ridursi all’episodio, pur centrale, dell’aggressione all’Etiopia. Il colonialismo italiano si configura infatti come un progetto di lunga durata, che prende forma già nell’età liberale successiva all’Unità e conosce sviluppi, adattamenti e rimozioni anche nel periodo repubblicano. Proprio questa continuità, fatta di persistenze culturali, istituzionali e simboliche, rende necessario un confronto consapevole con il passato coloniale: non come parentesi chiusa e circoscritta, ma come parte integrante della storia nazionale, le cui eredità continuano a interrogare il presente.
Beatrice Falcucci – Università di Firenze
