Dall’8 settembre 1943 alla liberazione di Firenze

Dopo lo sbarco alleato in Sicilia e l’armistizio di Cassibile, siglato il 3 settembre 1943 ma reso noto solo il giorno 8, cessarono le ostilità tra le forze armate del Regno d’Italia e quelle angloamericane. La notizia raggiunse via radio anche Firenze. Nella zona di Monte Giovi, in Mugello, cominciarono ad organizzarsi spontaneamente piccoli gruppi di ribelli, cui si unirono militari sbandati e alcuni prigionieri slavi e angloamericani fuggiti dai campi di internamento dell’aretino.

L’aggregazione dei patrioti segnò, in linea di massima, il primo, organizzato consolidamento del movimento partigiano nella regione, che poté poi estendersi verso Monte Morello, la Calvana, il Pratomagno e l’area appenninica. Furono quelli mesi di preparazione e di ricerca di tutto quanto sarebbe servito per predisporre e rendere efficace la lotta contro i nazifascisti. Indispensabile si rivelò, pertanto, il sostegno degli Alleati, che si adoperarono per rifornire con armi e altro materiale, mediante aviolanci notturni, le bande partigiane. Fu intenso anche il legame con le popolazioni locali le quali, per quanto possibile e al prezzo di importanti sacrifici, offrirono ai resistenti rifugio, vestiario, viveri e quant’altro fosse necessario alla loro sopravvivenza.

Le difficoltà, non soltanto operative, per le forze partigiane si intensificarono nell’aprile 1944. In quel periodo ebbe luogo, infatti, un’imponente operazione di rastrellamento tedesca – supportata da forze fasciste repubblicane – che interessò il versante appenninico dal Casentino a Monte Morello, lasciandosi dietro una lunga scia di sangue. Messi a dura prova, anche moralmente, i vari gruppi di patrioti dovettero inevitabilmente ridimensionare le attività, operare una rapida riorganizzazione interna e, non in ultimo, provvedere ad un migliore coordinamento politico tra le formazioni. Non mancarono, infine, tensioni con quelle popolazioni locali che, indispensabile sostegno agli esordi dell’esperienza resistenziale, temevano adesso la repressione di nazisti e fasciti.

Sfuggiti alla ferocia tedesca e convenuti nuovamente sulle alture del Giovi, i vari nuclei partigiani – tra cui il distaccamento «Romanelli» di Aligi Barducci («Potente») – ricevettero l’ordine di trasferimento sul Pratomagno. Qui, tra la fine di maggio e i primi di giugno 1944, si sostanziò il processo di riorganizzazione del movimento partigiano. In tale frangente, nacque la 22a brigata garibaldina «Lanciotto Ballerini», affidata al comando di «Potente».

Nel frattempo, l’avanzata angloamericana, anche col sostegno dei reparti dell’Esercito cobelligerante italiano, si dimostrava sempre più inarrestabile, costringendo le armate tedesche a ritirarsi verso il Settentrione. Tra la fine della primavera e l’estate di quello stesso anno, la linea del fronte raggiunse la Toscana: Grosseto fu liberata il 15 giugno, Siena il 3 luglio, Arezzo il 16 e Livorno il 19.

Agli inizi del luglio 1944, il CTLN aveva imposto alle varie componenti politiche della Resistenza fiorentina – azionisti, comunisti, socialisti, cattolici, liberali – un’accelerazione del lavoro operativo. L’intento divenne, di fatto, quello di liberare Firenze prima dell’arrivo degli Alleati, facendo loro trovare una città già amministrata, coi poteri civili e militari saldamente in mano agli uomini del Comitato di Liberazione. I comandi garibaldini decisero, pertanto, di unificare la guida militare delle proprie brigate: nacque la Divisione «Arno», formata dalle brigate «V. Sinigaglia», «B. Fanciullacci», «L. Ballerini» e 10a «S. Caiani».

A fine mese, tutte le formazioni dislocate sulle colline attorno a Firenze ricevettero l’ordine di convergere sulla città per prendere parte alla battaglia per la sua liberazione. Le forze partigiane formazioni iniziarono a convergere sul capoluogo toscano occupato dal Pratomagno, dal Mugello – su Monte Giovi si trovavano ancora gli azionisti della 2a «Rosselli» e alcuni uomini della «Caiani» – dal Casentino e dal Chianti. La marcia di avvicinamento fu compiuta con la massima precauzione, soprattutto con spostamenti notturni, anche se non mancarono scontri a fuoco coi tedeschi.

A Firenze, intanto, in seguito alla mancata concessione dello status di “città aperta” e all’ordine di sgombero dei Lungarni, centinaia di sfollati iniziarono a raccogliersi nelle chiese, nel carcere delle Murate, a Palazzo Pitti. La notte tra il 3 e il 4 agosto 1944, al fine di rallentare ulteriormente l’avanzata nemica, i tedeschi fecero saltare i ponti sull’Arno. Comprese le evidenti difficoltà di condurre la lotta in città – con le zone di Por Santa Maria, via Bardi, via Guicciardini e Borgo San Jacopo ridotte in macerie, i continui cannoneggiamenti tedeschi e il pericolo dei franchi tiratori – gli Alleati, giunti in Oltrarno da Porta Romana, si mantennero nel perimetro cittadino, contenendo le truppe germaniche, mentre le formazioni partigiane e le squadre cittadine (Gap e Sap) operarono come forze avanguardia contro i tedeschi e i militi repubblichini.

All’alba dell’11 agosto i rintocchi della Martinella di Palazzo Vecchio segnarono l’inizio dell’insurrezione cittadina. «Per la prima volta dall’inizio della campagna d’Italia – riporta quello stesso giorno «La Nazione del Popolo», organo del CTLN –, dopo l’esempio di Napoli, eroico ma disperato, una città italiana si fa libera per iniziativa del suo popolo, sotto la guida del Comitato che rappresenta la volontà del popolo».

L’11 agosto il CTLN, che rappresenterà l’intera cittadinanza fino alla convocazione di libere elezioni, assunse i pieni poteri di governo provvisorio del popolo toscano, nominando le giunte delle rinate istituzioni democratiche e i vertici di quelle cittadine. Gli Alleati ne presero atto. Tuttavia, la lotta per la liberazione della città non si era ancora conclusa. Nelle settimane successive l’esercito tedesco si attestò lungo la linea Parco delle Cascine-Affrico, per poi ripiegare a Nord, verso le fortificazioni di quella Linea Gotica che gli angloamericani riuscirono a sfondare soltanto nella primavera del 1945. Le distruzioni al patrimonio abitativo e infrastrutturale furono ingenti; altissimi i costi in vite umane, da ambo le parti. Gli scontri proseguirono fino al 2 settembre, quando Firenze poté dirsi finalmente libera dopo undici lunghi mesi di occupazione nazifascista.

 

Mirco Bianchi

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