Nel corso dell’occupazione nazifascista della penisola, tra il settembre del 1943 e gli inizi del maggio del 1945, le truppe della Wehrmacht e quelle fasciste della Repubblica Sociale Italiana si macchiarono nei confronti della popolazione italiana di circa 5.900 episodi di violenze, stragi e uccisioni singole che causarono la morte a più di 24.000 civili inermi. Circa il 37% di queste violenze si consumò nei soli mesi estivi del 1944, raggiungendo un picco di intensità allorquando, dopo la liberazione di Roma del 4 giugno, l’avanzata alleata e il conseguente ripiegamento tedesco si trovarono a transitare attraverso le regioni del centro Italia in direzione della Linea Gotica, il complesso di fortificazioni realizzato dai tedeschi sui rilievi dell’Appennino settentrionale. In quel contesto spaziale e temporale, la violenza nazifascista contro le popolazioni registrò una marcata escalation. La maggioranza dei civili uccisi al centro Italia durante l’intero periodo di occupazione nazifascista si colloca infatti tra gli inizi di giugno e la fine di settembre del 1944: in Umbria il 49% delle circa 480 vittime totali, nelle Marche il 59% delle circa 690 vittime e in Toscana – la seconda regione italiana più toccata dallo stragismo nazifascista dopo l’Emilia-Romagna, con 4.485 vittime – addirittura l’89% del totale. Le ragioni di una simile recrudescenza sono molteplici, ma a prima vista emerge un forte nesso con le dinamiche militari che nell’estate del 1944 caratterizzano il ripiegamento tedesco attraverso le regioni centrali e, in particolare, la Toscana. Qui, nel quadro sensibile della ritirata tedesca, la politica del massacro corrispose a precisi interessi strategici da parte dell’occupante.
Oramai da diversi anni, la storiografia sulla «guerra ai civili» dispiegata in Italia dai nazifascisti ha insistito sul carattere di «razionalità strumentale» o di «pluralità funzionale» assunta dall’arma della violenza. Quest’ultima, anziché costituire la manifestazione di una brutalità irrazionale, avrebbe risposto a pratiche preordinate di repressione del dissenso, di controllo del territorio e di perseguimento degli obiettivi militari, entro le quali anche le popolazioni civili furono espressamente identificate dall’occupante come un potenziale nemico da colpire con lo strumento del terrore.
Nel corso dell’estate del 1944, le condizioni strategiche d’emergenza dettate dalla rapida avanzata alleata verso la Toscana imposero ai comandi tedeschi due obiettivi militari prioritari: da un lato, completare in tempo le fortificazioni sulla Gotica, dall’altro, rallentare il più possibile l’avanzata alleata verso essa, sradicando al contempo nelle retrovie tedesche ogni possibile ostacolo o minaccia. In tal senso, già dagli inizi di giugno i comandi germanici avviarono azioni per debellare la presenza partigiana nella Toscana meridionale, al confine tra le province di Grosseto e Pisa, sulle Colline Metallifere e tra Massa Marittima e Riotorto, ma anche tra Siena e Arezzo. Già in questa fase, operazioni antipartigiane e violenza sui civili si intrecciarono drammaticamente, come dimostra tra altri il massacro avvenuto nella cittadina mineraria di Niccioleta del 13-14 giugno (83 vittime) a opera di un reparto di polizia composto da ufficiali tedeschi e soldati italiani. Per rallentare l’avanzata alleata, il generale Albert Kesselring decise inoltre di adottare una tattica di ritirata aggressiva, retrocedendo il più lentamente possibile attraverso una serie di linee mobili difensive, le principali delle quali erano quella del Trasimeno (linea Albert) e quella Pisa-Pesaro, coincidente nel settore toscano col corso del fiume Arno, l’ultima prima della Gotica.
In questo quadro strategico, la sicurezza nelle retrovie del fronte divenne una priorità e concorse all’attivazione di politiche di controllo del territorio e di violenza agli indirizzi dei civili sempre più drastiche. Alla metà di giugno Kesselring inasprì infatti le disposizioni diramate ai suoi comandi subalterni con cui autorizzava l’uso della violenza e delle uccisioni anche contro le popolazioni civili, considerate alla stregua di “comunità responsabili” perché potenziali fiancheggiatrici delle bande partigiane. Nel quadro della ritirata tedesca in Toscana, per i tedeschi la minaccia partigiana si rivelò sicuramente un detonatore della violenza sui civili, anche se in realtà dietro gran parte dei principali massacri nazifascisti non si ravvisa necessariamente la logica della «rappresaglia antipartigiana» quanto più in generale il peso di considerazioni strategico-militari. È il caso, ad esempio, delle stragi del 29 giugno 1944 perpetrate dalla divisione Herman Göring in Val di Chiana (Civitella, 146 vittime), un’area che costituiva un corridoio indispensabile nelle immediate retrovie del fronte del Trasimeno e che andava perciò bonificata da qualsiasi potenziale intralcio o minaccia. Anche il successivo massacro compiuto il 23 agosto 1944 dalla 26° Panzer Grenadier Division nel Padule di Fucecchio (175 vittime) avvenne in un’area ritenuta essenziale per il ripiegamento tedesco dalla linea dell’Arno verso la Gotica e nella quale peraltro la minaccia partigiana era più temuta che reale. Anche il grande ciclo di massacri di cui in agosto si fece artefice nel settore tirrenico e apuano la 16° SS-Panzergrenadier-Division “Reichsführer SS” e che portò tra le altre alle stragi di S. Anna di Stazzema (394), S. Terenzio Monti (159), Vinca (171), avvenne in un’area di estremo interesse strategico per i tedeschi, data la vicinanza con la Gotica e il timore rappresentato da un possibile sbarco anfibio alleato lungo la costa, eventualità che spinse peraltro all’evacuazione forzata di numerosi comuni e alla creazione di “zone nere” interdette alla popolazione civile la quale, ritenuta ostile, venne fatta oggetto di deliberata violenza.
Se in quel caso la guerra ai civili fu affidata a una divisione d’élite ideologizzata e predisposta all’uso di una violenza indiscriminata come la 16°“Reichsführer SS” – alla quale, non a caso, può attribuirsi il 32% di tutti i civili uccisi in Toscana e circa il 61% delle vittime complessive di età inferiore agli 11 anni – la violenza che insanguinò la regione nell’estate del 1944 fu affidata in prevalenza a unità combattenti di prima linea che, nel ripiegarsi dal fronte, diedero luogo a cosiddette «stragi della ritirata». Qui, il modello più diffuso non fu quello dei grandi massacri, quanto dello stillicidio di uccisioni compiute a ridosso della liberazione dei territori spesso senza motivo apparente, se non quello di voler infliggere una violenza punitiva a famiglie e comunità che già si accingevano a festeggiare l’arrivo degli Alleati, oppure vincere la sensazione di impotenza e vulnerabilità sperimentata dai soldati tedeschi per via di una campagna militare che allora sembrava ormai perduta.
A queste stragi della ritirata si accompagnò anche una violenza spicciola e “ordinaria” costituita da furti, saccheggi, vessazioni e stupri, spesso effetto di una microcriminalità di guerra meno sistematica ma lo stesso brutale. In questo modello combinato di stillicidi, violenze spicciole e stragi possono rientrare, ad esempio, le atrocità compiute dalla 4 Fallschirm Jäger Division, la quale, ritirandosi dalla linea del Trasimeno, si rese responsabile in giugno e luglio di uccisioni singole ed eccidi commessi in Val d’Orcia e a sud di Firenze nei comuni di Figline Valdarno, Barberino-Tavarnelle e San Casciano Val di Pesa e poi di nuovo entro il capoluogo toscano con una strage perpetrata il 4 agosto nel quartiere operaio di Rifredi (12 vittime). Un esempio, tra i molti possibili, dello stillicidio di violenze e uccisioni che, a fianco dei grandi massacri di civili, nell’estate del 1944 attraversò quasi senza soluzione di continuità buona parte del territorio toscano.
Francesco Fusi
Per saperne di più: Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia.
