Cile. Quel golpe venuto da lontano

Appunti del giornalista Giovanni Spinoso, inviato di  «Avvenire» in Cile nel 1973 e nel 1974

 

Con l’elezione di Salvador Allende alla Presidenza della Repubblica in Cile, nell’ottobre del 1970, seguivo quell’avvenimento di importanza internazionale con un certo interesse.

Giornalista professionista al quotidiano «Avvenire» di Milano come redattore agli Esteri, ho avuto l’opportunità di andare nel gennaio del 1973 come inviato in America Latina, per un viaggio di studio, organizzato dall’Internazionale dei Giovani Democratico–Cristiani. Erano nella delegazione, tra gli altri, il sindaco di Milano il socialista Aldo Aniasi, l’on. Luigi Granelli, Cesare Grampa, segretario del Centro “Giancarlo Puecher”, intitolato a un giovane partigiano assassinato dai fascisti nel dicembre del 1943. Ritrovai anche due amici: Gilberto Bonalumi e Gianfranco Astori. Dopo il Venezuela, Perù e Brasile, andammo in Cile ed infine in Argentina.

A Santiago – ricevuti anche dal Presidente Allende – chiesi di poterlo intervistare. Passarono tre giorni. Silenzio assoluto. Andai nel Palazzo della Moneda, dalla sua segretaria per la stampa, Frida Modak. Mi fece capire, molto risoluta, che il Presidente non aveva un minuto libero. Ma aggiunse: “si faccia trovare qui domattina alle 8 in punto. Andremo ad un appuntamento che sarà per lei molto importante, glielo assicuro”. L’indomani – era il 18 gennaio 1973 – mi fecero salire su una jeep, si raggiunse la periferia di Santiago. Ci si fermò davanti ad un grande stabilimento tessile, la SUMAR.

Allende aveva fatto organizzare a sorpresa una assemblea con i dirigenti, gli impiegati e i lavoratori. L’incontro durò tutto il giorno, con una breve pausa per il pranzo alla mensa, alle 3 del pomeriggio.

Assistei ad un confronto a dir poco acceso. Allende ammetteva che ci potessero essere state incertezze ed errori nella gestione degli impianti, ma nello stesso tempo sottolineò un incomprensibile lassismo tra le maestranze.

“Non avete capito la gravità della situazione e la posta in gioco oggi in Cile, alla vigilia delle elezioni politiche di marzo”, disse loro.

Ed aggiunse – sillabando la frase – “avete messo in piedi la fabbrica del certificato medico”, riferendosi all’assenteismo per malattia, che era divenuto un andazzo scandaloso.

La giornata sembrava non finire mai. Improvvisamente Allende – vedendomi sempre lì – mi diede appuntamento nella tardissima serata nella sua residenza privata, in avenida Tomas Moro.

L’ ampia intervista – cui seguì la cena con la moglie Ortensia, il ministro dell’economia, e la stessa Frida Modak – fu pubblicata su «Avvenire», insieme ad interessanti stralci del confronto svoltosi in assemblea nello stabilimento tessile SUMAR.

L’11 settembre 1973 il colpo di stato del generale Augusto Pinochet

Dopo il golpe del generale Pinochet sono tornato a Santiago, sempre per «Avvenire».

Non potei andare subito. Mi trovavo ancora ad Algeri, dove avevo seguito tutta la Conferenza Internazionale dei Paesi Non Allineati. Appresi subito proprio là che a Santiago era in corso il bombardamento del Palazzo della Moneda, dove il Presidente Allende, prima resistette e poi decise di togliersi la vita, per non cadere nelle mani dei golpisti. Ricordo il suo drammatico appello, il suo ultimo discorso, trasmesso ad una radio privata cilena, con parole durissime contro i militari codardi. Ed era chiaro che non si sarebbe mai arreso.

Arrivai a Santiago ai primi di ottobre e contattai una suora altoatesina, Valeria Visentin, da alcuni anni partita dall’Italia come missionaria tra i più poveri, nelle baracche di lamiera e legno della periferia. Con lei operava un sacerdote della Val Badia, Carlo Pizzinini.

Furono di grande aiuto nel mio lavoro. Potei incontrare e intervistare il Cardinale Raul Silva Henriquez, arcivescovo di Santiago, che mi anticipò la creazione della Vicaria de la Solidariedad, divenuta operativa sin da quel mese di ottobre 1973, con mense popolari giornaliere, assistenza medica e – soprattutto – assistenza giuridica per le migliaia di famiglie che avevano visto portar via dai carabineros o dalla polizia segreta di Pinochet i loro cari. La notizia fu ripresa anche da «Le Monde».

Una mattina, uscito molto presto dall’albergo e raggiunta la periferia est di Santiago – riescii a fotografare i corpi delle persone che, nella notte, durante il coprifuoco, erano state uccise lungo il fiume Mapocho, che attraversa la città.

Il loro recupero avveniva in modo tremendo: una decina di carabineros, con i mitra spianati, costringevano dei giovani a legarli per i piedi e trascinarli dal greto del fiume su in cima agli argini, facendoli poi scivolare dall’altra parte, sulla strada, dove dei camion erano lì pronti per portarli via.

La sequenza delle foto che scattai quel giorno per «Avvenire» è stata ripubblicata a 50 anni dal golpe di Pinochet nella mostra curata nel settembre 2023 dall’ Archivio storico “Il Sessantotto”, di via Giampaolo Orsini a Firenze.

In quei giorni a Santiago contattai molte persone e anche– tramite il figlio – Radomiro Tomic, leader storico della sinistra democratico–cristiana cilena, il quale scrisse per «Avvenire», il 14 ottobre l’articolo: “Il golpe si poteva evitare”.

Primo anniversario del golpe – settembre 1974 – di nuovo in Cile

In vista del primo anniversario del colpo di stato del generale Pinochet, tornai a Santiago e l’11 settembre 1974 ho assistito – nella mega struttura intitolata a Diego Portales, considerato un padre della Patria (1793–1837) – alla sfarzosa cerimonia organizzata dalla intera giunta militare cilena.

Nei giorni successivi – sempre grazie all’aiuto di amici fidati – potei avere riservatamente un documento scottante: era il primo dossier sulle violazioni dei diritti umani perpetrate dalla giunta militare, appena redatto da una commissione giuridica, incaricata dalla Vicaria della Solidariedad creata – come si è detto già – nell’ ottobre 1973 nella Diocesi di Santiago.

Il documento venne pubblicato in esclusiva su «Avvenire» il 10 novembre 1974.

Nel settembre del 1974 potei anche passare alcune giornate con le decine e decine di asilados, rifugiati nella Residenza privata della Ambasciata italiana a Santiago che attendevano con ansia il salvacondotto per poter uscire dal Cile e raggiungere, almeno come prima destinazione sicura, Roma. Li potei intervistare liberamente e fotografare nelle diverse ore del giorno.

In assenza dell’Ambasciatore italiano, la delicata questione dei rifugiati nella Residenza vide l’impegno in prima persona, insieme a pochi altri, di un giovanissimo diplomatico, Roberto Toscano che dovette fronteggiare situazioni molto complesse, comprese – da ultimo – vere e proprie provocazioni da parte della dittatura cilena.

All’improvviso, alla metà del novembre 1974, chiese di lasciare Santiago, per motivi di sicurezza personale, rientrando a Roma con la moglie Francesca Lancillotti e con il piccolo Manuel, nato a Santiago nel maggio del 1972.

Roberto Toscano aveva iniziato la carriera diplomatica proprio nel 1971 in Cile. L’ha conclusa come Ambasciatore in Iran dal 2003 al 2008 e ancora in India fino al 2010. Vasta è la sua bibliografia sui temi dei diritti umani e delle relazioni internazionali. Vive con la famiglia in Spagna.

A 52 anni dal golpe del generale Augusto  Pinochet contro il Presidente Allende un importante lavoro attende ancora gli storici. Se sono venuti alla luce buona parte dei documenti del progetto di Henry Kissinger di “azzoppare” sin da subito nel 1970 l’esperienza democratica di Unidad Popular, non altrettanta attenzione pare sia stata dedicata per ricostruire le fasi più delicate dei rapporti tra le componenti politiche del governo ,dove alcuni esponenti , con il loro massimalismo , avevano creato non pochi strappi e lacerazioni. Già nel gennaio del 1973, gli episodi di violenza nel paese tra opposti estremismi all’inizio della campagna elettorale per le elezioni del marzo, avevano raggiunto una cifra impressionante, costringendo il generale Carlos Prats Gonzalez, scelto da Allende come ministro dell’interno, ad un appello a tutte le componenti antagoniste di astenersi da ogni scontro, per lo più armato.

C’erano tutti i prodromi per far innescare il golpe dell’ 11 settembre a Santiago.

 

Giovanni Spinoso

 

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