Il carteggio tra lo scrittore e Piero Calamandrei conservato nell’archivio dell’Istituto
“Caro Calamandrei, le mando per Il Ponte un racconto che ho finito adesso: L’entrata in guerra. Spero le piaccia e mi faccia perdonare il ritardo nel mantenere la mia promessa”. Porta la data del 20 luglio 1952 la breve lettera, vergata a mano su carta intestata Giulio Einaudi Editore, che Italo Calvino scrive al fondatore e direttore della rivista Il Ponte. In realtà il racconto in questione, dopo qualche sollecitazione, arriverà alla redazione nel luglio del 1953 e sarà pubblicato sul numero di agosto-settembre per poi confluire, nel 1954, in un volume di tre racconti.
La missiva di Calvino – straordinario protagonista della vita culturale e civile del Novecento di cui il 19 settembre 2025 si celebra il quarantesimo anniversario della morte – fa parte, insieme ad alcune lettere e biglietti, del prezioso e rilevante “spezzone” fiorentino dell’Archivio di Piero Calamandrei che è custodito presso l’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea. Grazie al progetto Un caleidoscopio di carte – Gli archivi di Piero Calamandrei, concluso nel 2024, tutti i documenti dell’intellettuale antifascista dalla poliedrica personalità – conservati tra Firenze, Montepulciano, Roma e Trento – possono essere consultati su un’unica piattaforma digitale https://archiviocalamandrei.it. La sezione fiorentina copre un arco cronologico dal 1895 al 1983. Sessanta buste che contengono documenti di lavoro (tra gli altri la storica difesa di Danilo Dolci) e una lunga serie di scritti e documenti relativi all’impegno pubblico nella fase costituente e alla riflessione sul significato della Resistenza. Il ricco carteggio conta quasi un migliaio di corrispondenti, vi sono i personaggi di primo piano del dibattito politico e culturale italiano del Novecento.
I messaggi, dal tono essenziale ma cordialissimo, indirizzati da Calvino a Calamandrei, due personalità tanto eccezionali quanto diverse e comunque unite da una profonda adesione alla vita civile, costituiscono la testimonianza di un rapporto di profonda stima reciproca e dell’impegno comune per una riflessione che – guardando all’esperienza drammatica della dittatura nazifascista, all’orrore della guerra e ai valori della Resistenza – è il fondamento per la costruzione della nuova democrazia. L’ultimo messaggio che troviamo in archivio porta la data del 12 gennaio 1954, è scritto a mano sul biglietto di auguri per il nuovo anno stampato dall’Einaudi con l’immagine di un bel sole. “Caro professore le cose che mi scrive sui miei articoli sui Cervi mi fanno molto piacere – afferma Calvino che in quel periodo ha una intensa collaborazione con L’Unità – soprattutto perché mi sta a cuore che la loro storia sia divulgata e sentita e intesa. Mi dispiace non poterla sentire, domenica, a Roma. Chissà che cose belle saprà dirne lei che sa parlare ancora di queste cose con parole non logore”.
Ma veniamo al contributo di Calvino sull’entrata in guerra pubblicato da Il ponte nel 1953. “Il 10 giugno del ’40 era una giornata nuvolosa, Erano tempi che non avevamo voglia di niente”. Si apre così il racconto autobiografico costruito sul filo della memoria di un Calvino diciassettenne che, accanto all’amico Jerry Ostero, scopre la guerra e decide subito “di non stare al gioco”. Condivide, con i genitori, l’ansia “per quanto il mondo perdeva di sé stesso, pur non avendone che in esigua misura conosciuto il valore”. E poi sceglie immediatamente la pietà per il bambino morto durante il primo allarme aereo e, diversamente dall’amico, la solidarietà – fatta di gesti concreti – nei confronti dei profughi in arrivo dalla linea del fronte. Un racconto emblematico che si chiude con l’arrivo di Mussolini, su un’auto scoperta. “Mi colpì quant’era giovane: un ragazzo, un ragazzo pareva…c’era la guerra, la guerra fatta da lui, e lui era in macchina coi generali; aveva una divisa nuova, passava le giornate più attive e trafelate, traversava in corsa i paesi, riconosciuto dalla gente in quelle sere estive. E come in un gioco cercava solo la complicità degli altri, poca cosa, tanto che quasi s’era tentati di concedergliela, per non guastargli la festa, tanto che quasi si sentiva una punta di rimorso, a sapersi più adulti di lui, a non stare al gioco”
Dai documenti emerge un Calvino sempre molto preso dalla sua attività che, a partire dal giugno 1952, viene sollecitato a più riprese da Calamandrei alla collaborazione con Il Ponte attraverso ripetuti inviti. La collaborazione si concretizza con la pubblicazione de L’entrata in guerra, che compare sul numero 8-9, agosto-settembre 1953. Un nuovo contributo verrà pubblicato sul numero 4-5, di aprile-maggio 1955, dove si celebra il decennale della liberazione dal nazifascismo e il ruolo della Resistenza. Si tratta ancora di un racconto, Paese infido, già comparso su L’Unità nel 1953. È la breve avventura del partigiano Tom che, ferito in combattimento, trova la strada per la salvezza grazie a una bambina. Il testo di Calvino è preceduto da una poesia di Carlo Levi, quasi il manifesto di una generazione che non si è piegata al nazifascismo: Siamo stati insieme diventando insieme uomini: se il mondo era diviso erano uniti i nostri cuori, aperte le nostre porte/Brillava su tutti i visi una speranza comune, una raggiunta esistenza giovane in mezzo ai dolori: ci siamo riconosciuti/Un popolo nuovo, immune dai limiti ripetuti nasceva con nuovi nomi sicuro dalla morte. Era la Resistenza.
Caterina Fanfani
