Il viaggio di Primicerio nel cuore di Gaza per parlare di pace con Arafat

Il racconto della missione che compì nel 1996 entrando nella Striscia sfinita dall’embargo. «Credeva nel dialogo tra i sindaci del mondo come strumento per aiutare le diplomazie»

 

Mario Primicerio ci ha lasciato lo scorso maggio. È stato sindaco di Firenze dal 1995 al 1999. Nel mese del suo compleanno (il 13 novembre avrebbe compiuto 85 anni) vogliamo ricordarlo con il racconto del viaggio che fece nel marzo del 1996 nella Striscia di Gaza, sfinita dall’embargo. Fu una missione di pace.

Lo scopo ufficiale del viaggio era il gemellaggio di Firenze con la città di Nazareth, in Israele. Ma Primicerio volle inserire anche una tappa nella Striscia di Gaza per incontrare il leader dei palestinesi, Arafat. Sulla carta sembrava un’impresa impossibile. Pochi mesi prima era stato assassinato il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, che con Arafat aveva sottoscritto nel ’93 il Trattato di Oslo per la fine del conflitto tra Israele e Palestina. Il paese era di nuovo precipitato in una spirale di violenza. Attentati terroristici seminarono morte e terrore a Tel Aviv e a Gerusalemme, e Gaza era stretta in un embargo feroce. Come poteva un sindaco di una città occidentale incontrare nientemeno che il leader dell’Autorità Nazionale Palestinese nel suo stesso bunker sotto assedio? Per molti, si trattava di un’impresa visionaria.

«Non lo era certamente per Mario Primicerio. Al contrario, fu una missione altamente simbolica. Primicerio rafforzò l’immagine di Firenze città internazionale del dialogo e della pace, che Giorgio La Pira, prima di lui, aveva costruito» ricorda Renato Burigana, scrittore, teologo e giornalista, che all’epoca era il portavoce di Primicerio (dopo essere stato quello del cardinale Silvano Piovanelli). Burigana accompagnò Primicerio nel viaggio in Israele e Palestina. Lo abbiamo intervistato.

 

Burigana, cosa spinse Primicerio a fare quel viaggio?

«La sua idea era di incontrare i sindaci israeliani e i sindaci palestinesi e aprire con loro un dialogo. Primicerio era profondamente convinto che le città, o meglio i sindaci delle città del mondo, potessero aprire canali di dialogo per aiutare i governi a raggiungere accordi di pace. Oggi si definirebbe un percorso di pace “dal basso”. Durante il suo mandato, Primicerio ha incontrato molti diplomatici, ma ha sempre sostenuto che la pace è una cosa troppo importante per lasciarla in mano solo alla politica e alla diplomazia. La pace, sosteneva, bisogna che sia realizzata da tutti i cittadini. Era un pacifista militante. Ad esempio, appena insediato sindaco, nel 1995, nel bel mezzo dell’assedio a Sarajevo, fece un viaggio in auto, passando da Mostar e dalle montagne, per portare alla città bosniaca aiuti, solidarietà ma soprattutto un messaggio di pace. Può sembrare poca cosa, ma per la gente che vive la guerra significa sentirsi meno soli e abbandonati. Quella volta la nostra auto fu anche centrata da un cecchino…».

 

Primicerio aveva avuto una grande scuola con il “sindaco santo” La Pira…

«Era stato un suo stretto collaboratore. Aveva 25 anni quando accompagnò La Pira nel famoso viaggio ad Hanoi per incontrare Ho Chi Minh: un tentativo di agevolare un negoziato per stroncare il conflitto in Vietnam. Quando, anni dopo, arriva a Palazzo Vecchio come sindaco, prova lui stesso a rimettere in moto il dialogo tra i sindaci, andando a recuperare i primi Patti d’Amicizia stretti da La Pira, e continuando su quella strada».

 

Una strada che lo porta nel cuore delle trattative in Medio Oriente in una fase di altissima tensione. Chi ha incontrato in quel viaggio?

«Ha firmato il gemellaggio con Nazareth, città israeliana, e incontrato il sindaco di Betlemme, città palestinese. Ha incontrato il sindaco di Gerusalemme. In Cisgiordania ha parlato con il sindaco di Hebron, mentre il primo cittadino di Gerico gli ha affidato un accorato appello per il popolo palestinese, mostrandogli le condizioni di vita in un campo profughi… Ricordo un medico che ci aprì la tenda dove aveva l’ambulatorio, e ci mostrò l’armadietto dei medicinali praticamente vuoto… Primicerio non incontrò parlamentari o politici: incontrò i sindaci. L’unica eccezione la fece per Arafat».

 

Perché per Arafat volle fare un’eccezione?

«Perché in quegli anni rappresentava l’unità del popolo palestinese. Era considerato un uomo di pace, e lavorava per costruire una prospettiva di due  Stati».

 

L’incontro, a suo modo storico, ci fu. Come fu possibile organizzarlo?

«Palazzo Vecchio aveva preso contatti con il capo di gabinetto di Arafat, per congratularsi con la sua nomina a presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese. Nacque così la richiesta di andare a Gaza a incontrarlo personalmente. Arafat accolse questa richiesta. Il problema era che Gaza era sigillata, sotto embargo. Ottenuti i permessi per la delegazione, che era composta da Primicerio, da me e da pochi giornalisti, si partì per Israele per il gemellaggio con Nazareth, che fu formalizzato. Poi, venne il giorno fissato per entrare nella Striscia di Gaza. Partimmo all’alba diretti al check point di Herez, attraverso il quale si entrava nella Striscia. Mostrati i pass e superato il blocco israeliano, attraversammo a piedi il corridoio che separava i due posti di blocco, quello israeliano e quello palestinese: una terra di nessuno deserta ma costellata di blocchi di cemento, bordi di reti spinate, file di catene chiodate sull’asfalto. Al di là delle reti, gruppi di palestinesi ci porgevano bigliettini scongiurandoci di consegnarli a familiari chissà dove…».

 

Ma non tutto andò come previsto…

«Una volta entrati nella Striscia, capimmo subito che non c’era alcuna certezza. Avevamo preso accordi per un’ora precisa. Scoprimmo invece che il capo di gabinetto di Arafat aveva altri programmi. Ci portò in giro tutto il giorno su un fuoristrada blindato e scortato. Ci fece vedere Gaza City, la distruzione della città: auto abbandonate e carcasse ovunque, cantieri abbandonati, famiglie che si spostavano a dorso di mulo o sopra dei carretti… Poi ci portò a pranzo in un ristorante sul mare, chiaramente aperto solo per noi, completamente deserto, dove ci fu servito del pesce appena pescato, perché altro non c’era. Durante il pranzo lui e Primicerio parlarono delle condizioni in cui si trovavano i palestinesi, degli accordi di pace, ma non si accennava minimamente all’incontro con il presidente… E l’ora stabilita passò, con grande timore che tutto fosse saltato… Aspettammo tutto il giorno, poi verso sera ci dissero che l’incontro non si poteva più fare per impegni di Arafat. Lo sconforto fu grande. E invece, quando ormai non ci speravamo più e il sole era già tramontato, arrivò il contrordine. Finalmente iniziò il viaggio verso il quartier generale di Arafat, una palazzina bianca di due piani sormontata da un’enorme antenna e guardata a vista da militari armati. Arafat arrivò circondato da guardie del corpo e si scusò con Primicerio del ritardo, spiegando che per motivi di sicurezza non dormiva mai due notti di seguito nello stesso letto, e non era mai puntuale agli appuntamenti, soprattutto quelli che avvenivano in Medio Oriente».

 

Cosa si dissero Arafat e Primicerio?

«Fu un colloquio riservato che durò circa 15 minuti. Primicerio lo invitò a Firenze a parlare di pace. La sua idea era che il dialogo fosse la sola strada per costruire la pace. Poi gli propose l’idea di utilizzare parti metalliche di carri armati o di armi per costruire un grande monumento per la pace proprio là, a Gaza. Il presidente Arafat accettò l’invito a Firenze, che si concretizzò nel giugno 1998 quando venne in visita ufficiale in Italia: incontrò a Roma i massimi vertici dello Stato, e in Vaticano ebbe un colloquio con Papa Giovanni Paolo II. Arafat concluse la visita in Italia proprio a Firenze. Fu ricevuto da Primicerio a Palazzo Vecchio, dove scrisse di suo pugno nel libro degli ospiti custodito nello studio del sindaco, la sala di Clemente VII. E il presidente della Regione Toscana Vannino Chiti gli conferì il Pegaso d’Oro in riconoscimento dell’opera svolta per realizzare una pace stabile in Medio Oriente».

 

Primicerio come giudicò l’incontro a Gaza?

«Era contento, perché riportava Firenze al ruolo di città che favoriva il dialogo fra i sindaci delle città del mondo. Era questa un’idea molto forte di La Pira, e lui la stava continuando. Questo ruolo internazionale si è poi rafforzato con i successivi viaggi istituzionali di Primicerio, durante i quali non mancava mai di incontrare anche i sindaci delle città dove andava».

 

E Arafat, che impressione ha lasciato dell’incontro con Primicerio?

«Era la massima autorità palestinese, abituato a dialogare con presidenti, capi di Stato, con il Papa, non è che incontrasse tanti sindaci stranieri… Evidentemente colse questa idea che Firenze era la città del dialogo. Sapeva che Primicerio aveva collaborato con La Pira, e in quegli anni, in tutto il mondo il nome di La Pira voleva dire pace».

 

Primicerio è stato un militante per la pace. Diceva: «La politica non è un optional, è un dovere di tutti. Ciascuno deve fare la sua parte, ciascuno nel suo ambito».

 

Manuela Zadro

 

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