Appuntamento con la storica Simonetta Soldani e “Cartoline fiorentine” il 20 novembre alla Biblioteca delle Oblate
Sarà un privilegio ascoltare la storica Simonetta Soldani, che il prossimo 20 novembre alle ore 17.30 parlerà sul tema “Piazza dell’Isolotto. Un pezzo di città nuovo di zecca” alla Biblioteca delle Oblate, nell’ambito del ciclo “Cartoline fiorentine. Un luogo, una storia” organizzato dall’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea. Perché la professoressa Soldani all’Isolotto ci è nata e ne ha vissuto ogni trasformazione, ogni progresso e conflitto. All’inizio c’erano i campi: “Campi abbandonati – esordisce – ma anche orti ben coltivati, che fornivano prodotti al mercato cittadino. Di quei primissimi anni ricordo però anche un senso di isolamento rispetto al resto della città”.
Tutta la storia di questa zona parla del suo stretto rapporto con l’Arno. Basta un’occhiata alla toponomastica: Isolotto perché era zona alluvionale, impaludata dalle ramificazioni del fiume che formava appunto delle piccole isole. Questo fino alla regimazione granducale di entrambe le sponde, da una parte le Cascine e dall’altra, appunto l’Isolotto. E ancora via dello Scalo, via Torcicoda (un antico, tortuoso lungarno), via delle Isole, via dell’Argingrosso. “Il corso dell’Arno lo raddrizzarono, ma all’Isolotto ci buttarono la spazzatura – dice sinteticamente e crudamente Soldani – Tutti i rifiuti della città finirono qui. E non parlo solo di immondizie, ma anche di persone. Questa zona diventò una discarica di cose e di uomini. Così ad esempio si alzò la Montagnola, che noi chiamavamo semplicemente “il monte”. Destinato poi ad ospitare negli anni Sessanta del Novecento una scuola diventata esempio nazionale di qualità didattica e inclusività: “Un gioiello di scuola” dice Soldani, la cui mamma fu maestra nelle baracche di legno che inizialmente ospitavano i bambini delle elementari. E a proposito di toponomastica come dimenticare via Palazzo dei diavoli, che si chiama così, rivela Soldani, non perché fosse popolato di spettri o spiriti maligni, ma per la sua antica destinazione a lebbrosario, a rifugio dei malati sfigurati.
Ma nel dopoguerra succede qualcosa di importante. Un’urgenza bussa alle porte della città e dei suoi amministratori: dare una casa a profughi e sfollati, sfrattati e senza tetto fiorentini ma anche immigrati da altre regioni. A queste famiglie furono destinati gli alloggi popolari che furono realizzati grazie a una felice intuizione e alla determinazione del sindaco Mario Fabiani (che ottenne il finanziamento INA-Casa, legge Fanfani del 1949) e in seguito del suo successore Giorgio La Pira. Dal 1954 al 1960 furono consegnate le chiavi di 1450 appartamenti, ed entro il 1960 erano stati costruiti il centro di quartiere con la chiesa e le attività commerciali, la scuola e il centro sociale nell’area della Montagnola. “Erano famiglie arrivate da un po’ dappertutto – dice Soldani – non un gruppo omogeneo, né per provenienza, né per lingua e nemmeno, come ci accorgemmo presto, per abitudini sociali e perfino alimentari. Per noi erano alieni”.
Il nuovo quartiere fu costruito secondo un preciso progetto urbanistico a cui contribuirono numerosi architetti di primo piano e fu ispirato al motto lapiriano “non case ma città”, e al modello delle città satellite o città-giardino anglosassoni. “C’era un rischio – annota Soldani – quello di farne una sorta di enclave separata, isolata dal resto della città”. Invece l’Isolotto e la sua piazza, fulcro dell’intero insediamento così multietnico e multiculturale, hanno accompagnato i suoi abitanti nella costruzione di un senso positivo di comunità, attraverso percorsi di aggregazione, di partecipazione e di lotta sociale per l’affermazione dei diritti di cittadinanza. Tanto da farlo definire dagli addetti ai lavori come uno dei più significativi esempi di “democrazia urbana” del nostro paese.
Abbiamo parlato della scuola come momento essenziale dell’aggregazione, ma dobbiamo ovviamente aggiungere il ruolo della parrocchia, sede di una chiesa militante e aperta al mondo, che nel 1968 visse, con don Mazzi e quanti si raccolsero intorno alla sua pastorale, alcuni tra i momenti più intensi e drammatici di questa esperienza comunitaria. La foto di don Mazzi che una domenica del 1969 celebra messa in piazza, con la gente sotto la pioggia, è una delle immagini più evocative di quella vicenda. “Ecco dunque il ruolo di quella piazza – aggiunge Soldani – la cui storia io ho vissuto tutta, direttamente, anche quando assunse caratteristiche politiche. La cosa straordinaria è che proprio in quelle case e in quella piazza persone che venivano da luoghi così lontani e diversi divennero comunità, si sentirono coinvolte su temi e problematiche che erano di tutti; che qualcuno ha creduto che si potesse costruire una identità collettiva capace di parlare non solo al quartiere e alla città ma anche al di fuori dei suoi confini”.
Chi scrive è testimone diretto di quest’ultima annotazione. Perdonerà dunque il lettore un breve ricordo personale. Arrivai a Firenze dal Friuli per iscrivermi all’Università in una giornata d’autunno del 1970, accompagnata da mio fratello, allora studente di architettura. Ne approfittammo per un giro turistico in centro. La mattina dopo, domenica, mio fratello si informò su come raggiungere piazza dell’Isolotto. Mentre andavamo a destinazione a bordo di un vecchio autobus verde militare e poi seduti su una panchina, nella piazza deserta davanti alla chiesa mi raccontò un po’ meglio la storia – che prima avevo solo orecchiato – di don Mazzi, dell’avventura spirituale, civile e politica sua e della comunità che si era raccolta intorno al suo magistero, la cui fama si era sparsa in tutto il paese. Fu una specie di pellegrinaggio laico di cui conservo ancora un profondo ricordo.
Susanna Cressati
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