Neofascismo, nazionalismo e natura

Decifrare la realtà storica del neofascismo in Europa rimane una delle sfide che hanno impegnato gli storici negli ultimi anni; in special modo visto l’affermarsi di forze di estrema destra a livello globale la domanda si è fatta vieppiù pressante. Questo brevissimo saggio non esaurisce in alcun modo la domanda ma, semmai, indica alcune direzioni da seguire per cercare di avvicinarsi ad una risposta. In primissimo luogo è bene ricordare che così come il fascismo compie la sua parabola nel 1945 e che da lì in poi si parlerà di neofascismo, lo stesso ha una durata ben precisa che vede la fine di questo esperimento, in termini compiuti, come coeve ed in parte legato alla caduta dei regimi sovietici tra il 1989 ed il 1991.

Il neofascismo è figlio della sconfitta storica dei regimi totalitari della prima metà del ‘900 e si trova ad agire, per lo meno in Europa, all’interno di contesti democratici; gli stessi regimi sopravvissuti alla mattanza della Seconda Guerra Mondiale, Spagna e Portogallo, debbono trovare delle modalità di allontanamento da alcuni aspetti, in special modo i più violenti, che avevano caratterizzato i fascismi; furono enormemente agevolati, in questa loro opera di riposizionamento, dall’aver evitato non soltanto di partecipare direttamente alla contesa bellica ma dall’essersi astenuti, coscientemente e per ragioni storiche profonde, dalla pratica dell’antisemitismo politico.

L’esplosione della Guerra Fredda con l’enorme portato di essere, per lo più, uno scontro che non poteva essere fattivamente belligerato gli aspetti politici, culturali e psicologici venivano posti in primissimo piano. Il Portogallo entrò addirittura a far parte dell’Alleanza Atlantica, segno inequivocabile che l’anticomunismo, quando non era accompagnato da alcuni aspetti di razzismo smaccato, non impediva ad un regime liberticida di far parte di alcuni circoli che avrebbero dovuto formalmente rappresentare il “mondo libero”. Anche le relazioni politiche e diplomatiche con la Spagna franchista non subirono danni permanenti dalla vicinanza di quel paese con le potenze dell’Asse. Questa modalità di relazione che l’Occidente tenne nei confronti dei due regimi sopravvissuti all’era dei fascismi mostrò, in qualche modo, la via anche al solo partito di matrice neofascista di tutta Europa: il Movimento Sociale Italiano. Al di là, infatti, di una retorica reducista, fino all’inclusione nello statuto del divieto di iscrizione al partito per i cittadini di religione ebraica, il MSI tentò fin da subito di accreditarsi come movimento d’ordine, con un atlantismo recalcitrante e senza porre un’enfasi effettiva su programmi fantasiosi di economia organica. Il razzismo biologico fu adombrato sotto un più facile ragionamento neoplatonico sulle anime d’oro di evoliana memoria; il disprezzo per la democrazia virò verso una non ben definita meritocrazia e, più avanti sul comunitarismo, in contrapposizione al sistema dei partiti, sull’Europa federale che avrebbe dovuto fondarsi sulla neutralità ed una posizione terza tra USA e URSS, la difesa del colonialismo (altrui) con la solita retorica della missione civilizzatrice occidentale e per prevenire l’avanzata del comunismo. Il MSI tentò di tenere insieme alcuni dei capisaldi dell’ideologia fascista con il nuovo mondo in cui si era trovato; fu una lunga operazione politica caratterizzata da dibattiti, anche accesi, scissioni, retromarce ed avanzamenti. I tre capisaldi del pensiero neofascista, dunque, mutarono nel tempo per adeguarsi alle condizioni tattiche del contesto ma rimasero pervasi da una cultura che rispecchiava fortemente gli assunti centrali: opposizione al sistema democratico, razzismo ed etnocentrismo, violenza contro l’avversario/nemico. Se vogliamo, quindi, addentrarci nel nodo sulla modernità o anti-modernità dei movimenti neofascisti dovremmo partire da questi assunti per meglio comprendere la modalità con la quale si sono sviluppati nel corso dei decenni. L’opposizione al sistema democratico pianta le sue radici in un lungo filone non semplicemente elitista, ispirato da De Maistre, ma su di una critica radicale del pensiero scientifico che venne portata avanti in special modo da Heidegger nel suo saggio sulla scienza e la tecnologia. L’ansia che la tecnologia distruggesse la stessa umanità e la sua anima sono al centro di un pensiero che, nella sua popolarizzazione, ha visto la nascita ed il diffondersi di una tendenza che già Mosse aveva individuato nei suoi studi sul nazismo: la centralità del concetto di Natura. Nell’introduzione del suo testo più famoso lo studioso tedesco parla delle radici della contrapposizione ariano/giudaico con il primo radicato dentro le tradizioni naturali dei popoli germanici mentre il secondo è simbolo della “furbizia manipolatrice della borghesia”. L’uscita dallo stato di Natura rappresenta per il pensiero neofascista la causa prima della decadenza dei costumi e delle società. L’ascesa della borghesia porta, poi, con sé, quasi come corollario inevitabile, lo sviluppo di una società che kantianamente riconosce l’eguaglianza tra gli uomini come solo modo per potersi dividere in partiti e dare vita ad un dibattito plurale. Questo elemento che sta alla base della democrazia moderna è, per il pensiero neofascista, una vera e propria bestemmia: dividere il corpo sacro della nazione è un affronto di dimensioni incalcolabili perché porta con sé, appunto, l’idea dell’eguaglianza che è impraticabile dentro un’ideale nazional-patriottico. È una patria, quella immaginata dal pensiero neofascista, che si pone al di fuori della storia con confini e tradizioni che divengono immutate ed immutabili: l’avanzamento scientifico e tecnologico rappresentano, di conseguenza, un allontanamento dai valori sempiterni ed immutabili che fondano le società. Dentro questa narrazione fatta di cicli storici lunghissimi, di ere inconcepibili per l’umano la tradizione diviene la pietra angolare attorno cui costruire quella che De Benoist chiamerà la comunità nazionale. Concetti come quello di cultura originaria, tradizioni e persino gli aspetti religiosi divengono, nella costruzione del neofascismo, aspetti metastorici che vanno preservati dall’attacco dei “barbari”. Coloro i quali provengono da fuori le mura sono ancora considerati ostili in quanto diversi e potenzialmente nemici. Le tradizioni sono, invece, qualcosa di “naturale, di normale anche se non sempre normato, di consuetudinario che esulano il discorso scientifico che non abbisognano di prove e di esperimenti. In questo senso un certo neonaturalismo, una pretesa quasi di ritorno a pratiche premoderne in reami scientifici quali la scienza medica. Il legame tra pensiero magico prescientifico ed estrema destra appare, a questo punto come una parte, la più visibile di un neoromanticismo che richiama al nazionalismo etnocentrista che costruisce, nuovamente dopo il fallimento del 2008, il noi ed il loro, il nomos torna a segnare in terra le linee di amicizia ed a stravolgere la stessa idea di cosmopolitismo. A quel punto, una volta ripristinata l’idea generale di differenza, e di diffidenza, sarà più facile ricostruire una classifica di amici e di nemici di possibili alleati e, soprattutto di nemici; dentro questo schema, poi, il neofascismo e l’estrema destra compiono il salto ultimo che consiste nell’abbracciare un darwinsimo sociale che li porta a disprezzare i poveri visti come elemento naturale ed ineliminabile; così come in natura esistono le prede ed i predatori anche all’interno della giungla sociale ci saranno i forti che debbono comandare ed i deboli che debbono soccombere. Risulta, a questo punto, chiara la distanza tra democrazia e forme più o meno celate di autoritarismo portate avanti dalle destre anche contemporanee.

 

Matteo Albanese

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