Le riflessioni della storica Anna Foa nel suo ultimo volume “Il suicidio di Israele”.
“Eppure una volta eravamo tutti fratelli.
Stiamo scivolando tutti nel Nulla, nella mancanza di senso.
E la ragione? La pietà? La misericordia per i vivi e per i morti? La convivenza? Il rispetto? Il diritto?”
Ali Rashid, 14 Ottobre 2023
Nel corso di una recente trasmissione radiofonica un ascoltatore intervenuto, Patrick, di origine francese, si è definito “ebreo non sionista”. Ha proseguito dicendo: “Si parla molto a nome degli ebrei, ma senza ascoltare gli ebrei che non sono d’accordo con quello che succede in Israele e soprattutto sulla denominazione di Israele come “stato ebraico”. Molti ebrei non si riconoscono in Israele, che non è uno stato ebraico ma uno stato sionista, che si è formato a livello politico, è andato a colonizzare una terra e ha colonizzato anche una fede. Questa storia non inizia nel 1947-48. Se andiamo a leggere gli scritti dei sionisti come Vladimir Jabotinsky, Theodor Herzl o David Ben Gurion, ci accorgiamo che hanno sempre detto molto chiaramente che gli arabi devono andare via di là. Molti ebrei non si riconoscono in questo. Israele dice che è una patria, che essere ebreo è una nazionalità ma l’ebraismo è una religione, non è uno stato. Così ogni volta che si critica Israele si viene tacciati di antisemitismo”. Su questi temi, ha concluso Patrick, che ora vive in Italia, la gente è molto confusa e tutti dobbiamo ridare il loro peso alle parole. È una testimonianza minoritaria in Italia, ma molto interessante i cui temi compaiono, ovviamente con maggiore approfondimento e sviluppo, in un recente libro della storica Anna Foa, “Il suicidio di Israele” (Editori Laterza 2024). La sua lettura risulta estremamente utile, in un momento in cui in molti ci sentiamo anche emotivamente travolti dagli eventi tragici succeduti al feroce attacco di Hamas dell’ottobre 2023, dalla risposta di Israele, dal massacro in atto della popolazione civile di Gaza, dallo scandalo della morte, per armi o per fame, di tanti bambini palestinesi. Travolti dall‘inerzia internazionale, dal silenzio quasi totale della diaspora, quella europea soprattutto, dai deliri trumpiani sul “resort di lusso” in cui la Striscia dovrebbe trasformarsi dopo la deportazione, s’intende, di milioni di palestinesi. Dal crescere dell’antisemitismo che tanto si diffonde quanto più il governo israeliano continua sulla sua linea di guerra totale. Ora capiamo quanto Karl Kraus, che intitolò “Gli ultimi giorni dell’umanità” la sua opera ispirata dalla tragedia della Prima guerra mondiale, fosse profeta di successive e anche attuali sventure.
L’intento del libro è spiegato molto chiaramente nella breve premessa, in cui Anna Foa dichiara il suo dolore per l’eccidio del 7 ottobre e per i morti di Gaza: “È lo stesso dolore per gli uni e per gli altri…Una soglia è stata varcata, dagli uni e dagli altri”. Tuttavia, aggiunge “troppe sono le voci, da una parte e dall’altra, che si levano a difendere Hamas o a difendere la politica di Netanyahu senza realmente conoscere la storia precedente, senza riflettere sul valore delle parole”, mentre l’avanzare dell’orrore mette tutti di fronte alla necessità di ripensare storia, percorsi interpretativi, identità.
“Senza comprensione – si dice convinta la storica – non esistono possibilità”. Cioè possibilità di salvezza.
La sua ricerca parte da un focus su un concetto cardine: il sionismo, ossia “l’ideologia che considera gli ebrei un popolo e che ne sostiene il diritto al ritorno nella loro terra originaria, la Palestina”. Rispetto alla storia del mondo ebraico fino a quel momento (seconda metà del diciannovesimo secolo) la sua affermazione costituì una rottura ideologica, culturale, uno strappo con la diaspora.
A ben vedere, aggiunge però Anna Foa, bisognerebbe parlare di “sionismi”. Questa ideologia è infatti un insieme di ideologie, di progetti diversi, ha subito nel tempo molte trasformazioni e si è modellata nel corso degli avvenimenti storici in senso sempre più nazionalista, “colonialista”, fondamentalista sia sul versante politico che su quello religioso.
Anna Foa ripercorre dettagliatamente le vicende che portarono alla nascita dello Stato di Israele. Inizialmente i rapporti tra arabi e ebrei furono sostanzialmente buoni poi, a partire dagli anni Venti si produsse una violenta reazione antiebraica, accompagnata da un rafforzamento dell’identità araba, a cui gli ebrei risposero in modi diversi, con posizioni che andavano dalla prospettiva di un unico stato binazionale a quella che sosteneva la necessità di erigere un “muro di ferro” tra i due popoli. Tesi sostenuta da Vladimir Jabotinsky (1880-1940) ammiratore di Mussolini, a cui si ispira tutt’ora la destra israeliana oggi al governo. Nei drammatici anni Trenta la grande rivolta del 1936 organizzata dal gran Muftì, l’avvento del nazismo, il ruolo degli inglesi. Nell’immediato dopoguerra ricorda la forte immigrazione clandestina in Palestina dei sopravvissuti ai lager, lo storico voto dell’ONU del 29 novembre 1947 che sanciva la nascita dello Stato ebraico accanto a uno palestinese, l’opposizione dei paesi arabi, la tragica Nakba (la cacciata) di molta parte dei palestinesi, circa 700mila, dalle loro case e dalle loro terre. Siamo nel 1948. La guerra con la Lega Araba segna lo Stato di Israele fin dalla sua nascita e decreta la vittoria del sionismo più estremo. La storia continua, come scrive Foa, fino ai nostri giorni “da una guerra all’altra” senza che nessuna delle parti in causa abbia mai approfittato di quelle “finestre di una opportunità di pace tra Israele alcuni Stati vicini” che si sono aperte nel tempo, sia pur limitatamente. Attraverso queste ed altre tappe sempre più recenti. la storica sottolinea soprattutto la progressiva trasformazione delle caratteristiche originarie del sionismo, che diventa sempre di più una ideologia religiosa, aggressiva con punte di fanatismo, antiaraba, e che si vuole ispirata da Dio alla colonizzazione di tutta la terra di Israele. Oggi è politicamente rappresentato dalla destra estrema presente nel governo Netanyahu e sostenuta dai coloni religiosi della West Bank.
Negli stessi decenni, dall’altra parte, alla prima organizzazione di resistenza palestinese fondata negli anni Cinquanta, Al Fatah, si aggiunge l’OLP di Yasser Arafat, che adotta una tattica terroristica. Seguono altre guerre, altri tentativi di pace; gli accordi di Oslo del 1993, l’assassinio nel 1995 dei uno dei suoi protagonisti, il primo ministro israeliano Rabin, per mano di un giovane fanatico di destra. E in seguito ancora trattative fino all’ingresso al governo di Benjamin Netanyahu che archivia la stagione di Oslo. Altre tappe fondamentali sono la restituzione della Striscia ai palestinesi nel 2005 e la successiva ascesa di Hamas che non riconosce l’esistenza di Israele e intraprende la lotta armata; la guerra civile che Hamas vince sull’OLP, le ondate di missili lanciate contro Israele dalla Striscia, la costruzione dei tunnel. Ora, dopo il 7 ottobre e con la reazione di Israele, la guerra sta distruggendo tutto, la Striscia e non solo Hamas.
Stabilito questo drammatico scenario, con lo stesso sguardo aperto a entrambe le parti in causa e soprattutto alle ragioni della storia Anna Foa indaga le trasformazioni subite nei decenni dall’identità stessa degli ebrei e di quella dei palestinesi: da una parte la shoah (divenuta il ponte ideale e identitario tra diaspora e Israele), dall’altra la Nakba. Da una parte il governo israeliano e dall’altra Hamas, “nemici ma concordi su una cosa sola, sabotare la soluzione dei due Stati, distruggerne la possibilità stessa nel futuro”. Due identità contrapposte in un conflitto all’ultimo sangue. “Lo sarà per sempre – si chiede la storica con una domanda sempre più cruciale – o esiste una possibilità di dialogo anche per identità e memorie? Ma è possibile conciliare la memoria con la giustizia nel momento in cui una delle due vittime è anche vittima dell’altra, come nel caso dei palestinesi?”.
È a questo punto che il libro si infittisce ancora di più di domanda angoscianti. Siamo di fronte, afferma Foa a un vero e proprio suicidio da parte di Israele, un suicidio territoriale, politico e morale “guidato dal suo governo, contro cui – è vero – molti israeliani lottano con tutte le loro forze, senza finora tuttavia riuscire a fermarlo. E senza nessun aiuto, o quasi, da parte degli ebrei della diaspora”. Come evitarlo? Storici post-sionisti hanno messo in luce la contraddizione tra Stato ebraico così come è concepito da Netanyahu e Stato democratico, contraddizione – aggiunge Foa – confermata dalla progressiva trasformazione di Israele in un paese autoritario. Come sanarla?
È vero che l’antisemitismo non è mai morto del tutto nel mondo e sta crescendo, ma come fermarlo? Se ci sono tratti di antisemitismo in alcune delle proteste pro-pal dipende, afferma la storica, anche del fatto che il comportamento dello Stato di Israele e del suo governo dopo il 7 ottobre, i morti innocenti causati dalla guerra di Gaza, i proclami di pulizia etnica fatto dai ministri di quel governano risultano sinistri alle orecchie e agli occhi del mondo. “Non è che a forza di estendere a dismisura la nozione di antisemitismo (e strumentalizzando la Shoa ndr) si rischia di perderne la natura e la specificità?”.
Israele può evitare il suicidio, conclude Foa, solo con una diversa politica: “Hamas non può essere distrutta politicamente senza una diversa politica di Israele nei confronti dei palestinesi, senza l’avvio della fondazione di uno Stato palestinese , senza un accordo politico con una parte dei paesi arabi”. È questa la strada stretta per metter fine al disastro. Quando finalmente sarà percorsa?
Susanna Cressati
