Distrazione e indifferenza: l’arma per chi vuole perpetuare la “terza guerra mondiale combattuta a pezzi”
“La guerra non è che commercio”, disse lo scrittore britannico Evelyn Waugh. Ma il sangue degli innocenti è fuori dal tariffario. Dopo il 1945 si è registrato un calo del totale di morti per causa bellica, ma il numero di guerre non è mai sceso sotto il centinaio. È cresciuto il numero di profughi.
Secondo li rapporto dell’agenzia Onu per gli affari umanitari, nel 2024 i bisognosi di aiuti umanitari erano 300 milioni. Secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, i profughi di guerra sono oltre 100 milioni. Quasi l’intera popolazione di un continente vive dunque sotto precarietà e crescenti rischi di violenza.
L’aggiornamento 2024 valuta i livelli di crisi in base a quattro indicatori chiave: mortalità, pericolo per i civili, diffusione geografica del conflitto, frammentazione dei gruppi armati. Ai primi posti Ucraina, Myanmar, Messico e Palestina.
Ma la distribuzione geografica dei 50 Paesi più violenti in assoluto indica all’apice due contesti africani: Nigeria e Sudan, con quest’ultimo che continua a peggiorare a causa delle costanti uccisioni di massa.
Quattro dei dieci conflitti “estremamente violenti” si trovano in America Latina: Messico, Brasile, Colombia e Haiti. In nessuno di questi paesi esistono grandi guerre tradizionali, ma piccoli conflitti multipli, mortali e pervasivi che sono un fattore costante di instabilità.
L’attenzione dei media è più frequentemente centrata su conflitti rilevanti a livello “geopolitico”. Ed è difficile per i giornalisti coprire i conflitti più complessi. Sempre più spesso, i conflitti interni hanno più gruppi armati, programmi concorrenti e strategie violente variabili come in Messico, Brasile o Colombia.
Infine, la minaccia agli operatori dell’informazione in molte zone di scontro impedisce un aggiornamento in tempo reale. A cominciare da Gaza, dove alla stampa internazionale non è permesso accedere e rimanere.
Una delle conseguenze dei conflitti è l’aumento delle migrazioni forzate. Così succede che i paesi “in pace” ritengano di doversi difendere dal massiccio afflusso di profughi e migranti. Spesso costruendo nuovi “muri”. Il 60% delle nuove barriere frontaliere nel mondo ha proprio questo scopo.
Negli ultimi 50 anni sono stati costruiti più di 65 nuovi muri di confine. L’Europa (26%) è seconda solo all’Asia (56%). A più di 30 anni dalla caduta del muro di Berlino, il 60% della popolazione mondiale (circa 4,7 miliardi di persone) vive in paesi che hanno costruito una sorta di barriera contro il flusso umano.
È stato calcolato che solo dal 1990 al 2019 i Paesi Ue dell’area Schengen si sono attrezzati con più di mille chilometri di recinzioni. E presto sarà più del doppio. La spesa totale ha raggiunto quasi un miliardo di euro.
Da Stoccolma il Sipri, il più autorevole istituto indipendente di ricerca sulla sicurezza globale, ha calcolato spese mondiali in armi per 2.293 miliardi di euro. Un record mai raggiunto prima. L’equivalente del 2,3% del PIL globale con un incremento del 6,8% in un solo anno e in tutti i continenti.
Quando una guerra comincia accade che con il passare dei giorni, dei combattimenti, dei lutti ci si dimentichi come quel conflitto è iniziato. Quasi non ci si chiede più il perché. Anche a questo servono i corrispondenti di guerra. A far sì che non si dimentichi, perché distrazione e indifferenza sono l’arma in più per chi vuole perpetuare la “terza guerra mondiale combattuta a pezzi”.
Spesso mi domandano cosa sia il “giornalismo di pace”. Non so come e cosa rispondere. Non credo possa esistere un giornalismo di pace. Almeno, se questo vuol dire che fare i giornalisti significhi per alcuni, anche con le migliori intenzioni, il tentativo di addomesticare i fatti per facilitare percorsi di pace. Di solito, quando in buona fede qualcuno ci prova, finisce per fare più danni alla pace di quanti non ne fa già la guerra.
Il giornalismo, per come la vedo io, è esserci, avvicinarsi, disporsi ad altezza d’uomo, provare a dare un contesto ai fatti. Il giornalismo non è esaustivo: per dirla con un grande reporter di guerra come Bernardo Valli, è “la prima bozza della storia”, ed anche “la verità del momento”.
Quelle bozze potrebbero essere un tassello per comprendere più e meglio, oppure potrebbero finire nel cestino perché chi le ha scritte non aveva capito nulla o magari si era piegato a qualche propaganda.
Quando trascorri notti e giorni in zona di guerra e scrivi un reportage sei costretto a fare una selezione: qualcosa che avresti voluto raccontare dovrai invece cestinarlo, semplicemente perché non c’è spazio. E così non di rado ci perdiamo dettagli che in un dato momento sembrano secondari, ma che poi si riveleranno decisivi per comprendere il contesto.
Ciascuno ha la sua cifra giornalistica. Lo sguardo si evolve con il tempo. Ma è frutto di scelte. Quanto a me, provo a raccontare le crisi dal punto di vista di chi le subisce, tra cui gli stessi militari. E il modo di raccontare e descrivere, ovviamente, cambia a seconda delle condizioni sul campo.
Nello Scavo
