Quale valore ha oggi l’insegnamento della storia nella scuola?
È una domanda che mi pongo spesso, in particolare in occasione degli Esami di Stato, quando la storia viene affrontata sia allo scritto sia all’orale: ovvero, dalla piccola percentuale di studenti che nella prova di italiano si cimentano nella traccia ad argomento storico, ma anche da tutti loro, al colloquio, quando sono chiamati ad effettuare i collegamenti fra le materie. Ed è lì che, oramai da anni, constato che, a prescindere dagli indirizzi di studio, l’anello più ricorrente in cui viene collocato l’argomento di storia continua ad essere la Grande Guerra, l’ Interventismo, il Futurismo, D’Annunzio, Fiume… Il primo conflitto mondiale, dunque, conosciuto e presentato all’interno di una prospettiva strettamente e restrittivamente nazionale. Anche nei cosiddetti “percorsi” nella prova orale dell’esame di licenza media, l’arco temporale più gettonato rimane il primo quarto del Novecento, all’interno del quale la Prima guerra mondiale e il Fascismo ricorrono come i periodi più frequentemente richiamati e presentati dagli studenti, (con l’ovvio corredo di agganci a Interventismo/Futurismo/Ungaretti/D’Annunzio/Fiume).
Credo che non si tratti di un caso e nemmeno di una celebrazione del secolo che ci separa da quei fatti; e non vorrei nemmeno sminuire con queste mie considerazioni l’importanza in termini di conseguenze dei primi 25 anni del Novecento italiano sull’Italia del ‘900 e di oggi.
Tuttavia, non è possibile non accorgersi della inadeguatezza di un così circoscritto carotaggio, pervasivo e non mutato negli anni in cui io sono testimone. A questo si aggiunge che, mediamente, si rimane in superficie, è assente un linguaggio specifico, si tende a scadere nel raccontino, semplificando le questioni storiche in una successione più o meno cronologicamente corretta di eventi.
La monotonia dei contenuti e lo scarso livello di approfondimento sono solo alcuni dei sintomi di un insegnamento e del correlato apprendimento che da tempo sono in crisi.
Oggi più che mai, di fronte a ciò che accade – riaccade – nello scenario mondo, neanche a troppa distanza da noi, la scuola ha urgente necessità di ribadire l’importanza e il valore della storia nella formazione degli studenti. Per rendere concreto questo obiettivo, occorre tener conto degli enormi cambiamenti in atto nella nostra società, dalla portata radicalmente diversa da quelli che, fisiologicamente, seguono lo scorrere del tempo.
Ad essere cambiato in maniera irreversibile è il rapporto con il tempo e con lo spazio. Nell’era digitale la distanza si riduce in entrambi, quasi si annulla. L’hic et nunc prevale su ogni altra dimensione.
Nella cultura social dell’istante, della fruizione immediata di stimoli e informazioni, è venuto perciò meno il valore che diamo al tempo: al tempo che passa, che necessita di lunghezza, di distensione e di distinzioni, di cammino, per essere riconosciuto, decifrato, capito e raccontato. E con esso è venuta meno l’attesa, sorella del tempo, con il suo portato di desiderio. Si tende sempre più a vivere non soltanto solo nel presente “auto-intellegibile”, ma sempre più nell’attimo senza significato alcuno tranne quello dell’esserci. Come argomenta lo storico Francesco Benigno ne La storia al tempo dell’oggi (Il Mulino, 2024), i giovani tendono a vivere un solo tempo, si rifugiano nel perenne presente, isolato sia dal passato che dal futuro. Per loro, il primo non ha da dire o insegnare più nulla, il secondo non promette niente, almeno niente di buono. E la guerra, che pensavamo relegata a un passato remoto dei manuali di storia, mette a dura prova il nostro rapporto con gli strumenti dell’ “istantismo” a disposizione dell’ homo digitalis, che con un touch ci consentono in un secondo di entrare in contatto con ciò che avviene dall’altra parte del mondo o nell’Universo, in modo documentato per lo più attraverso immagini sottotitolate. La domanda che dobbiamo porci, prima come cittadini e poi come educatori è: come vivono i giovani questa condizione? Con disincanto? Con turbamenti inespressi? Quanto incide sul loro equilibrio emotivo il sentire che cadono bombe su ospedali e scuole a qualche ora di aereo da casa loro? Quanto questo è foriero di fragilità e disagio?
La storia ha smesso di essere concepita come una delle chiavi di lettura dei fenomeni del presente. È essa infatti narrazione, comprensione e analisi di un passato che non ha più voce in capitolo in un’epoca in cui risulta superfluo e faticoso, doloroso a volte, porsi troppe domande e andare a ricercare le cause dei fenomeni: così come risulta meno facile di un tempo pianificare, progettare per se stessi il proprio futuro; per non dire di quanto sembri ben più che illusorio ipotizzare di poter cambiare il mondo e migliorare la vita di tutti gli esseri umani (fino a una o due generazioni fa era pensiero comune a moltitudini).
Ridare valore all’insegnamento della storia oggi è un obiettivo da assumere sul piano pedagogico complessivo: in senso deweyano, certamente, e perciò collettivo, sociale, politico, civico, ma anche in risposta a necessità più esistenziali, interiori, profonde, emotive, più a stretto contatto con quell’incertezza sul futuro.
Per fare questo, occorre ridare un senso alla disciplina, cercarlo nell’attuale contesto sociale e di conoscenza, a partire dalla promozione di un collegamento fra i percorsi di studio e i temi dell’attualità e cioè dall’esercizio costante degli studenti all’assunzione di un punto di vista critico sull’oggi. Viceversa, se di quel passato si farà a scuola una materia nozionistica, astratta e dunque non più attendibile strumento di comprensione di ciò che accade, di ciò che continua ad accadere e/o di ciò che non accade più, il recupero dello studio di quello che è stato “ieri” conserverà senso soltanto per gli addetti ai lavori. Partire quindi dal “qui ed ora” per riscoprire l’“allora”. Sembra necessario rovesciare la prospettiva.
Sia chiaro: la storia non è soltanto un laboratorio aperto di sostegno alla comprensione del tempo presente. Agli occhi dei più giovani, tuttavia, può ritrovare un nuovo valore se la si rende vicina a ciò che vedono, sentono; a ciò in cui si ritrovano immersi.
In questa prospettiva ritengo importanti due questioni. Anzitutto l’apertura della storia al mondo e – pertanto – la necessità di abbandonare in maniera definitiva e condivisa l’impostazione eurocentrica del suo insegnamento. L’unica didattica possibile della storia a scuola deve andare oltre i confini nazionali, europei e occidentali. Anche questo rappresenterebbe un urgente adeguamento ai tempi: i giovani di oggi appartengono al mondo tutto, hanno responsabilità condivise con i loro coetanei a qualsiasi latitudine (l’ambiente e la crisi climatica, in primis) ma continuano ad essere educati a leggere il mondo con filtri storici del mondo preglobalizzato, quasi fosse una truce premonizione di muri da costruire e ponti da tagliare.
La seconda questione riguarda la conoscenza storica del Novecento come patrimonio fondamentale del bagaglio culturale di uno studente del 2025. Ad oggi questo è lasciato alla “sensibilità” del singolo docente che, non avendo programmi obbligatori da realizzare, ma solo indicazioni da parte del Ministero, ha la possibilità di riorganizzare negli anni il curricolo al fine di lasciare maggiore spazio alla storia contemporanea. Come confermano le programmazioni presentate agli Esami di Stato, è frequente terminare con la Seconda se non addirittura con la Prima guerra mondiale, come se fosse normale tralasciare nella formazione di cittadini del futuro lo sbarco sulla luna, l’edificazione e il crollo del muro di Berlino, la creazione dell’Europa.
Come farlo? Non sono sicura che ci sia una singola soluzione buona per tutto; tuttavia, per non lasciare che sia solo la buona volontà dei docenti a consentire al tema di entrare in classe, sarebbe auspicabile un intervento normativo che prescrivesse lo studio della storia del mondo contemporaneo, avvicinando la realtà ai curricoli e cioè la vita alla scuola.
Alla subcultura del presentismo, serve rispondere con una cultura della conoscenza, che valorizzi, fra l’altro, la storia, sia remota sia recente, come deposito di identità, percorsi, errori ed esempi per la vita, per le scelte di ognuno e per essere cittadini più consapevoli e forti, oggi e domani.
Annalisa Savino
