Dai Querini al Regno d’Italia. Un legame dimenticato tra pietre e archivi
Stampalia: l’isola estrema del Dodecaneso, solitaria e leggera, galleggia sul mare come una promessa. Poche strade, molti sentieri, un tempo lento che profuma di timo e di sale. Gli abitanti, schietti e sorridenti, ti accolgono con semplicità. Tra capre curiose, pescatori pazienti e chiese bianche, l’isola si svela piano, passo dopo passo. Sempre il mare, a farti compagnia.
Quest’isola conserva la memoria discreta di una lunga e insolita presenza italiana. Due storie, separate da secoli, ma ugualmente scolpite nella memoria e nei documenti, legano l’Italia a questa remota sentinella dell’Egeo: la prima è quella feudale e aristocratica dei Querini, durata ben tre secoli; la seconda è quella coloniale, segnata dalle ambizioni imperiali dell’Italia fascista, durata 35 anni.
I Querini: nobiltà veneziana sull’orlo dell’Egeo. Nel 1207, dopo un periodo di instabilità seguito alla dissoluzione dell’Impero Bizantino, la Repubblica di Venezia affida l’isola di Stampalia alla famiglia Querini. Giovanni Querini, patrizio veneziano, riceve il feudo e dà inizio a una signoria che durerà fino al 1537, quando l’isola cadrà temporaneamente sotto i Turchi, per poi essere riconquistata dagli stessi Querini.
Per trecento anni i Querini governano Stampalia stabilendo un ordine feudale in cui convivono influenze latine, greche e ottomane. Il castello che domina Chora – il centro principale dell’isola – porta ancora oggi il loro nome: Castello Querini. Le loro insegne, scolpite in pietra, appaiono accanto a quelle di San Marco, testimoniando una presenza signorile ma anche amministrativa, fatta di alleanze matrimoniali, concessioni di terre, e una certa tolleranza religiosa.
Dopo secoli di dominio ottomano, il nome dell’Italia tornò a riecheggiare tra i venti dell’Egeo nel 1912, durante la guerra italo-turca. In quell’anno la Regia Marina italiana occupò le isole del Dodecaneso, tra cui Stampalia, su cui sbarcò il 23 aprile. L’occupazione fu per lo più pacifica: la popolazione non oppose resistenza.
L’iniziativa si inseriva nella più ampia strategia dell’espansionismo coloniale italiano. L’interesse non era tanto per le isole in sé, quanto per usarle come leva nei negoziati con l’Impero Ottomano, che sosteneva la resistenza anti-italiana in Tripolitania e Cirenaica. L’occupazione del Dodecaneso avrebbe dovuto essere temporanea: l’Italia si impegnava a restituire le isole ai turchi una volta conclusa la guerra in Libia. Ma gli eventi presero un’altra piega.
Lo scoppio della prima guerra balcanica (ottobre 1912) e successivamente della Prima guerra mondiale impedirono il ritorno delle isole all’Impero Ottomano. Con il trattato di Losanna del 24 luglio 1923 — che sanciva la fine del conflitto greco-turco e il nuovo assetto geopolitico dell’Egeo — l’Italia ottenne il controllo formale della Tripolitania, della Cirenaica e delle isole del Dodecaneso. Il dominio italiano su queste isole si protrasse fino al 1947.
Durante l’occupazione la presenza italiana nell’isola fu relativamente pacifica. A Stampalia, isola marginale rispetto a Rodi o Lero, nacquero anche rapporti cordiali con la popolazione locale: si racconta di amicizie e persino di qualche matrimonio.
Il primo governatore del possedimento italiano fu Mario Lago, che rimase nell’isola dal 1923 al 1936. Lago adottò una politica pragmatica, favorendo la convivenza tra le comunità. Rispettò il culto ortodosso, non impose l’italiano e promosse una certa autonomia culturale.
Ma nel 1936, nel culmine dell’Italia fascista, Lago fu sostituito da Cesare Maria De Vecchi, che avviò un deciso inasprimento. Furono vietati il greco nelle scuole e nei tribunali, resi obbligatori l’italiano nei documenti pubblici, e introdotte le celebrazioni del regime e busti del re. L’imposizione della lingua e dei simboli italiani segnò un cambiamento drastico rispetto al periodo precedente.
Nei 35 anni di presenza italiana, Stampalia cambiò lentamente volto. Furono costruite alcune infrastrutture: scuole, ospedali, caserme. Anche se l’isola non conobbe uno sviluppo paragonabile a quello di Rodi, vi giunse l’eco del “Mare Nostrum” e dell’estetica razionalista dei pochi edifici pubblici costruiti.
Oggi resta un’eredità discreta: alcune strutture sono ancora in uso o in attesa di essere recuperate; altre – come la caserma e l’osservatorio – furono saccheggiate e ora giacciono in rovina, rifugio per capre durante l’inverno. Eppure, nei racconti degli anziani rimasti, sopravvive un ricordo amaro: nessuno ha dimenticato il tentativo di allontanarli dalla loro lingua e dalla fede.
Il momento più tragico si consumò dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Le forze italiane si trovarono isolate, divise tra fedeltà ai tedeschi o agli Alleati. A Stampalia regnavano confusione e abbandono. In una limpida giornata d’ottobre, i tedeschi sbarcarono e conquistarono l’isola in meno di sei ore, senza incontrare resistenza.
Furono fatti prigionieri 627 tra marinai e soldati italiani. Come riportato anche nei documenti militari, “Le forze italiane hanno mostrato riluttanza a resistere, e vi sono ragionevoli sospetti che parte di esse abbia collaborato con i tedeschi”. Non contenti, i nazisti passarono casa per casa. Alcuni isolani greci furono rastrellati e portati nel campo italiano a due passi dal mare. Lì, senza alcuna accusa formale, vennero giustiziati.
I soldati italiani assistettero senza intervenire, nonostante conoscessero la situazione e la natura pacifica degli isolani. L’episodio ha lasciato un segno indelebile nella memoria dell’isola. Ancora oggi, tra gli ultimi testimoni viventi, quel ricordo non è stato perdonato.
Così, nell’isola antica, ancora oggi, sopravvive l’eco di due Italie: quella mercantile dei Querini e quella autoritaria e coloniale del Novecento. Due stagioni diverse, che però hanno scritto, ciascuno a suo modo, una pagina di storia.
Remo Fattorini
Per saperne di più: “La battaglia di Astypalia” di Nikolaos Kastrenopoulos – https://astypalaia.wordpress.com
